La lingua emiliana (in reggiano, parmigiano e modenese: léngua emiliâna; in bolognese längua emiglièna; in ferrarese léngua emigliana; in comacchiese ləngua amigliena; in piacentino leingua emilianaCosì come da norme fissate nell'Ortografia piacentina unificata in: Prontuario ortografico piacentino, Luigi Paraboschi, Andrea Bergonzi, Ed. Banca di Piacenza, Piacenza, 2016) è una lingua romanza comprendente un gruppo di varietà linguistiche locali, dette anche dialetti, parlati nell'Italia settentrionale. Tali varietà sono diffuse prevalentemente nella regione storica dell'Emilia, ma si estendono anche in territori circostanti di Lombardia, Piemonte, Liguria, Toscana e Veneto. Insieme al romagnolo, l'emiliano costituisce il continuum emiliano-romagnolo, appartenente al gruppo gallo-italico delle lingue galloromanze, a loro volta facenti parte, secondo una delle classificazioni proposte, delle lingue romanze occidentali. Infatti, come le altre lingue gallo-italiche, il francese, l'occitano e il catalano, presenta fenomeni fonetici e sintattici innovativi che lo distinguono dall'italiano.
Una koinè emiliana non esisteA. A. Sobrero, A. Miglietta, Introduzione alla linguistica italiana, Editori Laterza, Roma-Bari, 2006C. Grassi, A. A. Sobreto, T. Telmon, Introduzione alla dialettologia italiana, Editori Laterza, Roma-Bari, 2003 in quanto nessun centro urbano regionale è stato riconosciuto come modello linguistico di prestigio. Tuttavia studi più mirati, condotti dalla fine del Novecento, hanno individuato alcune koiné locali intorno a singole città, piccole aree o anche a livello provincialeFabio Foresti, Aree linguistiche. Emilia e Romagna in Holtus, Metzeltin e Schmitt, 1998, pag 569-93. È assente anche un’ortografia comune, pertanto i testi scritti, a stampa o on line, si servono di parecchi sistemi provinciali presentati da vocabolari o altre opere dei secoli XVIII e XIX; inoltre, molti amministratori di gruppi sui social network e di siti collaborativi concedono agli utenti la facoltà di scrivere a proprio piacimento.
Diffusione
I confini tra le varietà emiliane e le altre lingue gallo-italiche sono abbastanza labili per quanto riguarda la fonetica e il lessico. Il continuum dialettale emiliano, infatti, va oltre i confini amministrativi dell'Emilia-Romagna e contamina i dialetti delle regioni vicine, creando così zone di transizione all'interno delle quali le caratteristiche degli uni e degli altri finiscono per mescolarsi reciprocamente.
Secondo le classificazioni tradizionali, oltre che in Emilia (coincidente pressappoco con le province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Ferrara e parte della provincia di Bologna fino al fiume Sillaro, al di là del quale ha inizio la Romagna), le varietà del gruppo emiliano si spingono più volte a nord del Po. Sulla sponda sinistra del fiume raggiungono una fetta della Provincia di Rovigo anticamente chiamata Transpadana Ferrarese (territorio che appartenne all'Emilia fino al Congresso di Vienna), buona parte della provincia di Mantova, la zona sudorientale della provincia di Cremona intorno a Casalmaggiore e la città di Pavia con il suo circondario, per poi spingersi di nuovo sulla sponda destra del fiume nell'Oltrepò PaveseGiuseppe Bellosi, Gianni Quondamatteo, Le parlate dell'Emilia e della Romagna, Edizioni del Riccio, Firenze, 1979, pag. 9. Risulta comunque controversa la posizione del pavese cittadino (talvolta identificato unitamente all'oltrepadano come pavese-vogherese), parlato nella città di Pavia, nelle immediate vicinanze e nella sua provincia sulla sponda sinistra del Po (a esclusione del settore settentrionale della provincia, già linguisticamente lombardo fin da Bereguardo e Landriano). Sebbene qualcuno oggi aggreghi il pavese cittadino al gruppo occidentale della lingua lombarda a causa della sempre più intensa influenza del dialetto milanese, a partire da Bernardino Biondelli è ritenuto un dialetto di tipo emilianoDevoto Giacomo, Giacomelli Gabriella, I dialetti delle regioni d'Italia,Sansoni Università, Firenze, 1972, pag. 54 almeno dal MedioevoLoporcaro Michele, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, Bari, 2009, pag. 97, cfr Salvioni C., Dell'antico dialetto pavese. Bollettino della Società Pavese di Storia Patria. Come varietà emiliana di transizione il pavese-vogherese è indicato nella Carta dei dialetti d'Italia elaborata da Giovan Battista Pellegrini nel 1977. Ma seppur gradualmente, il continuum emiliano si spinge ancora più a occidente dell'Oltrepò Pavese, fino a insinuarsi nella provincia di AlessandriaFabio Foresti, Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Editori Laterza, Bari, 2010, pag. 120Introduzione alla dialettologia italiana, Grassi C. - Sobrero A. A. - Telmon T., Editori Laterza, Roma-Bari, 2003, pag. 57E. Allasino, C. Ferrier, S. Scamuzzi, T. Telmon, Le Lingue del Piemonte, Istituto di ricerche Economico Sociali del Piemonte, Torino, 2007, pag. 11. Si noterebbe infatti solo sulla sponda sinistra della Scrivia l'inizio dell'area interessata dalla lingua piemonteseDevoto Giacomo, Giacomelli Gabriella, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Università, Firenze, 1972, pag. 1.
A sud l'emiliano scavalca gli Appennini, dove raggiunge la Lunigiana fino alla città di Carrara e alcuni comuni della montagna pistoiese e lucchese. .
Situazione attuale La lingua emiliana è classificata dall'UNESCO come in "serio pericolo di estinzione" (seriously endangered), con un numero di parlanti stimati attorno ai due milioni nel 2011. La maggior parte della popolazione non sarebbe a oggi più capace di portare avanti una conversazione in lingua emiliana, essendo questa ormai impiegata in via esclusiva solo dal 6,5% del totale in contesti familiari, e da meno dell'1,1% con estranei.
Varietà dialettali Motivazioni storiche e geografiche non hanno permesso la nascita di una koinè emiliana. Il territorio interessato dalle varietà emiliane è infatti privo di una vera unità linguistica basata sul modello di un centro dominante. Essa non si riscontra neppure entro i confini dell'Emilia, dove l'asse della via Emilia non ha mai svolto il ruolo di collegamento culturale e politico. L'area si caratterizza dunque per una forte frammentazione lessicale che emerge persino a una suddivisione in due sezioni dialettali, occidentale e orientale, della superficie in oggetto. Causa di questo frazionamento dialettale sono lo storico policentrismo e i relativi particolarismi cittadini, che hanno dato vita alle conflittuali esperienze dei liberi comuni e delle signorieGiuseppe Bellosi, Gianni Quondamatteo, Le parlate dell'Emilia e della Romagna, Edizioni del Riccio, Firenze, 1979, pagg. 9-10. Infine, la ripartizione politico-amministrativa dell'area linguisticamente emiliana e di quella di transizione fra diversi stati preunitari, oltre ai passaggi di alcuni territori da un dominio all'altro, hanno creato ulteriori segmentazioni. Di conseguenza, tra i parlanti è storicamente assente la percezione di un'unità linguistica sulla quale fondare un'identità comuneFiorenzo Toso, Lingue d'Europa, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2006, pag. 96.
Il gruppo emiliano si suddivide in diversi sotto-dialetti, ognuno dei quali presenta diverse sfumature fonetiche e lessicali. I principali sono:
Carrarese e dialetto della Lunigiana, Pavese e oltrepadano, citati anche unitamente come pavese-vogherese, raggruppano un insieme di varietà diffuse nella vasta Provincia di Pavia, che già Bernardino Biondelli aggregava al gruppo dialettale emiliano. Presentano vistose somiglianze fonetiche e morfologiche con il piacentino, sebbene siano sempre più forti le influenze esercitate dal dialetto milanese sul pavese. Piacentino e bobbiese, parlati nei territori emiliani a ovest del fiume Taro (provincia di Piacenza e parte di quella di Parma al confine con il Piacentino), che mantengono le vocali turbate ö e ü presenti in Lombardia, Piemonte e Liguria, ma assenti nel resto della regione. Nelle varianti piacentine sono molto forti le influenze del lombardo, ma si percepiscono anche quelle del piemontese e del ligure. Tortonese, con forti influenze lombarde ed elementi di transizione con la lingua piemontese, è affine al pavese (in particolare all'oltrepadano) e al piacentino. Modenese, carpigiano, mirandolese e frignanese, parlati perlopiù nella provincia di Modena, a esclusione del circondario di Castelfranco Emilia dove si parla il bolognese. Reggiano, parlato principalmente nella provincia di Reggio Emilia fino al torrente Enza a esclusione dei comuni posti più a nord (Guastalla, Luzzara e Reggiolo) dove si parla il guastallese, un dialetto molto simile al mantovano e nettamente distinto dal reggiano. Parmigiano, parlato nella provincia di Parma, con influssi del piacentino nella zona di Fidenza e Salsomaggiore Terme, e con influssi liguri nelle zone appenniniche. Casalasco-viadanese, dialetto che presenta vistose somiglianze con il parmigiano, tanto da essere, probabilmente, una sua variante; parlato nella zona di Casalmaggiore, in Provincia di Cremona e in quella di Viadana e Sabbioneta, in provincia di Mantova. Bolognese (nei sottogruppi dialetto bolognese cittadino, dialetti bolognesi montani medi, dialetti bolognesi montani alti, dialetti bolognesi della pianura occidentale, dialetti bolognesi della pianura orientale, dialetti bolognesi della pianura settentrionale), parlato nella provincia di Bologna a ovest del fiume Sillaro, ad Argenta, a Cento, e nel circondario di Castelfranco, provincia di Modena. Ferrarese, parlato principalmente nella provincia di Ferrara, nella Transpadana ferrarese in provincia di Rovigo e nella parte più orientale della provincia di Mantova nel comune di Sermide e Felonica, in una variante locale. Ha subito alcuni influssi linguistici dal Veneto. Comprende anche la varietà della zona di Comacchio, nettamente distinta dal ferrarese. Mantovano e basso mantovano, parlati principalmente nella provincia di Mantova con forte influenza in alcune zone della bassa reggiana. Si tratta di un dialetto emiliano con qualche influsso lombardo. Il dialetto mantovano puro è parlato in tutta la provincia di Mantova tranne che nell'estremo nord, al confine con la provincia di Brescia. Il Biondelli li classifica mantovani come dialetti ferraresi occidentali.
Secondo , l'emiliano :
dialetti emiliani occidentali, che comprende il piacentino, il bobbiese, il parmigiano, l'oltrepadano e il casalasco-viadanese. Vi si accostano il pavese e l'oltrepadano per le somiglianze con il piacentino; dialetti emiliani centrali, che comprende il reggiano, il modenese, il carpigiano, il mirandolese, il frignanese, il guastallese e, come dialetti di transizione centrali-orientali, il bolognese di pianura occidentale; dialetti emiliani orientali, , bolognese montano medio, bolognese montano alto, bolognese di pianura orientale, bolognese di pianura settentrionale), il ferrarese, il mantovano e il basso mantovano; dialetti emiliani meridionali, che comprende i dialetti della Lunigiana; dialetti emiliani delle valli di Comacchio, che comprende il dialetto comacchiese e il dialetto laghese (da Lagosanto, in provincia di Ferrara).
Secondo altri studiosiFrancesco Lorenzo Pullè, Profilo antropologico dell'Italia, Firenze, 1898Eusebio Meschieri, Nuovo volabolario mirandolese-italiano, Imola, 1932, pag. XIII per i dialetti emiliani, anziché una classificazione per province, conviene una divisione in tre linee parallele al fiume Po, alla via Emilia e agli Appennini: cosicché si ha un dialetto emiliano "valligiano", "mediano" e "montano". I dialetti appartenenti a tali fasce est-ovest hanno maggiori affinità rispetto alle suddivisioni provinciali nord-sud. In base a questa teoria, per esempio il dialetto mirandolese è più simile al ferrarese, piuttosto che con il modenese; il modenese centrale assomiglia più al reggiano centrale, rispetto al frignaneseG. Bertoni, Il dialetto di Modena, Torino, 1905.
Peculiarità linguistiche