La penitenza, chiamata anche con il nome di riconciliazione o confessione, è un sacramento delle Chiese cristiane cattolica e ortodossa.

Con il sacramento della penitenza, il fedele sinceramente pentito ottiene da Dio la remissione dei peccati. Assieme all'unzione degli infermi, la penitenza è uno dei due sacramenti detti "della guarigione", perché sono volti ad alleviare la sofferenza del fedele (sofferenza fisica con l'unzione dell'ammalato, spirituale con la riconciliazione del peccatore).

Il sacramento è amministrato necessariamente da un vescovo o un presbitero.

Storia

Secondo le fonti antiche, i pagani convertiti alla fede cristiana ricevevano il Sacramento del Battesimo, che contraddistingueva liturgicamente il loro ingresso nella comunità ecclesiale. Il movimento di conversione delle masse pagane fu accelerato nel IV secolo dalle persecuzioni cristiane (negli anni dal 301 al 312), dalla conversione dell'imperatore Costantino il Grande, dalle testimonianze dei martiri e dal culto dei santi. La Chiesa, fin dalle origini, riteneva che, mediante la grazia sacramentale effusa dallo Spirito Santo Dio nel Battesimo, i catecumeni ottenessero la remissione di tutti loro peccati precedenti il rito, e che in questo modo ottenessero anche la riconciliazione con Gesù Cristo.

Ancora nel 1905, il Catechismo Maggiore di papa San Pio X definiva il Sacramento della Penitenza nel modo seguente:

Tale definizione intendeva implicitamente che i peccati precedenti il Battesimo fossero rimessi dal sacramento stesso.

Si sono enumerati dodici possibili peccati importanti citati nel Nuovo Testamento e negli scritti della letteratura subapostolica; sono tutte diverse trasgressioni dei Dieci Comandamenti biblici e comprendonoCyrille Vogel, Le pécheur et la pénitence dans l'Église ancienne, Le Cerf, 1982 idolatria stregoneria, magia avarizia furto invidia: la gelosia, l'avidità, l'amore di vana gloria, l'odio bugie: falsa testimonianza, spergiuro, ipocrisia, calunnia cattiveria: la rabbia, la ribellione, la polemica, perversità, cattivo umore, pettegolezzi, insulti, l'ingiustizia, la falsità orgoglio: vanagloria, vanità, arroganza volubilità e follia ubriachezza e sregolatezza impurità: l'adulterio, la pratica dell'omosessualità, la fornicazione, la pederastia, la concupiscenza, la lingua impura, l'uso di materiale pornografico.

I cristiani, nelle prime comunità della Chiesa, ottengono il perdono per i peccati praticando la preghiera, le buone azioni, il digiuno e l'elemosina. Questa disciplina penitenziale ha ricevuto in tempi moderni il nome di penitenza pubblica, a volte erroneamente confusa con l'annuncio pubblico della scomunica a causa di un peccato grave e pubblico. Spesso, i peccatori pubblicamente parlavano dei loro peccati, ma le testimonianze della Chiesa antica mostrano che, nella maggior parte dei casi, i peccati erano noti al solo sacerdote: la pubblica confessione da parte del penitente dei propri peccati era sempre iniziativa privata della persona, un libero atto di fede cristiana per motivi spirituali, mentre il carattere pubblico della prima penitenza era inteso come partecipazione e sostegno fornito dalla comunità e non come umiliazione pubblica.

Lo stato di comunione battesimale veniva rotto non solo da qualsiasi peccato, ma anche da tre atti di particolare gravità, per i quali non v'era perdono: omicidio adulterio apostasia Ogni altro peccato poteva essere perdonato, ma commetterne uno di questi tre escludeva immediatamente dalla comunità e si veniva considerato come un pagano. Se dunque il credente avesse commesso tali peccati, per tornare ad essere membro della comunità e quindi cristiano a pieno titolo, avrebbe dovuto ricominciare da capo tutto il percorso iniziatico che viene impartito a chi da adulto si convertiva al cristianesimo e i relativi anni di preparazione di cui il pagano doveva avvalersi.

Con il passare dei secoli, tuttavia, la Chiesa ammise, per i soli laici, una seconda riconciliazione e successivamente in casi molto particolari, una terza. In questi casi, il penitente veniva considerato alla stregua di un pagano che si dovesse accostare al battesimo per la prima volta e - conseguentemente - che potesse beneficiare della riconciliazione con Dio. Egli confessava il suo peccato al vescovo in privato, ma era tenuto a fare richiesta di penitenza pubblicamente. La confessione è, in questa fase, in un punto mediano tra pubblico e privato e viene detta "penitenza pubblica" o, più propriamente, penitenza canonica. Il candidato penitente entrava nell'ordo poenitentium.

Penitenza canonica Lo stato di penitente era molto gravoso. Comportava il dover prendere posto fuori dalla chiesa o nell'ultimo posto in fondo, il rimanere esclusi dalla comunione e il mantenere a lungo la posizione genuflessa, implicava inoltre la conseguente assunzione di un aspetto dimesso e incolto e l'umile abbigliamento di una veste ruvida e grezza, simbolo dei penitenti e degli eremiti, secondo la parabola in cui Dio divide i capri cattivi dalle pecore buone. Il penitente avrebbe dovuto digiunare severamente, essere escluso dall'esercito, dai tribunali, dai negozi, dalle cariche pubbliche e – a maggior ragione – dalle cariche ecclesiastiche. Il reo di peccato capitale doveva vestire il saio, aspergendosi il capo di cenere, digiunando, praticando la preghiera e l'elemosina, facendo affidamento alle preghiere della comunità.

L'asprezza del rigore, in cui il penitente era come morto civilmente, fece sì che, già nel V-VI secolo, gli stessi sacerdoti e concili ecclesiastici non accogliessero nell'ordo poenitentium altri che vecchi o moribondi. La penitenza e la soluzione rimasero pubbliche fino al IV secolo. La penitenza era amministrata dai vescovi che si facevano coadiuvare da appositi sacerdoti detti penitenzieri. L'assoluzione e la riassunzione nella Chiesa potevano essere velocizzate con il ricorso all'intercessione dei santi martiri e confessori.

Penitenziali Man mano che la religione acquisiva le sue caratteristiche e man mano che si incontrava e scontrava con civiltà diverse, la Chiesa si trovò nella necessità di articolare tanto il peccato, quanto la penitenza in modo più profondo e con maggior beneficio spirituale per chi ne fosse stato coinvolto. Inoltre, non in tutte le zone era in uso la penitenza canonica: si ritiene che soprattutto le province lontane da Roma, come la Scozia, l'Inghilterra e soprattutto l'Irlanda non abbiano mai conosciuto la penitenza antica. Dall'Irlanda, uno dei centri di maggior importanza del Cristianesimo, si propagò nel resto d'Europa la visione di un Dio più amorevole e un maggior discernimento nel valutare il peccato e le sue conseguenze. In conseguenza l'iter penitenziale, già nel secolo VIII grazie a San Colombano, divenne privato e maggiormente attuabile: il peccatore confessava al sacerdote e non al vescovo, espiava in privato, e ri-espiava tante volte quante aveva peccato, così come è in uso ancora oggi. Ciò valeva nel V secolo soprattutto presso i popoli germanici neoconvertiti, che non accolsero la pratica della penitenza pubblica. Nel VII secolo si registra il fatto che presso i Celti (irlandesi e scozzesi) e gli Anglosassoni non esisteva la penitenza pubblica: i loro missionari diffusero la penitenza privata anche sul continente. Nell'Alto Medioevo, la penitenza pubblica dell'antichità cristiana era rimasta in vigore per le colpe gravi e scandalose che dovevano essere scontate sempre in pubblico dinanzi alla comunità. Invece, i peccati occulti e meno gravi erano relegati alla penitenza privata e alla confessione privata, che si introdussero completamente in Occidente. La penitenza consisteva in opere quali: digiuni, elemosine, esili o lunghi viaggi in terre straniera, pellegrinaggi, flagellazione oppure entrata in monastero. Per fissare le opere penitenziali e la direzione della penitenza privata da parte dei confessori si diffusero i cosiddetti libri penitenziali che potevano determinare un certo lassismo in tutta la prassi penitenziale, motivo per cui all'inizio del secolo IX si levò un'opposizione contro di essi.

La Chiesa, inoltre, articolò maggiormente la riflessione sul peccato e cominciò a suddividerlo in categorie cui venivano assegnate penitenze specifiche. Questo nuovo tipo di penitenza venne detta "penitenza tariffata" poiché ogni peccato contraeva, in sostanza, un debito verso Dio che andava pagato secondo un "prezzo" o "tariffa" penitenziale stabilito o quantomeno indicato a priori. La pratica mirava anche ad uniformare il trattamento per i fedeli evitando che per lo stesso peccato qualcuno espiasse di più e qualcuno di meno, nonché a educare i sacerdoti nella gestione delle anime. Le "Tariffe Penitenziali" erano contenute in raccolte più o meno complete e chiare dette "Libri Penitenziali", che ebbero la massima diffusione nel periodo che va dal VII al IX secolo. Le pene colpivano peccati di lussuria, di violenza, di menzogna e di furto, oltre al mancato rispetto di norme igieniche alimentari. Consistevano in mortificazioni corporali più o meno dure che solitamente coincidevano con il digiuno, al punto che il verbo poenitere, fare penitenza, divenne quasi sinonimo di ieiunare cioè digiunare. Con digiuno non si intendeva l'astensione da ogni tipo di cibo, ma forme più o meno severe di rinuncia ad alcuni cibi: il penitente si nutriva di pane ed acqua solo nei casi più gravi, più spesso digiunava con legumi secchi, latte scremato e formaggio o solo astenendosi da carne, vino e altre golosità. Solitamente la penitenza in questione è una preghiera e la quantità o il tipo variano per la gravità dei peccati.

Distorsioni ed abuso Anche il metodo dei penitenziali, tuttavia, rivelò delle falle. Da un canto l'autorità della Chiesa era frammentata da un paese all'altro e i penitenziali tratteggiavano linee spesso diverse tra loro quando non chiaramente arbitrarie. Già il Concilio di Reims e di Chalon-sur-Saône, nell'813 impose di bruciare i vecchi penitenziali e redigerne di nuovi, con maggior coerenza e maggior buonsenso. Dall'altro rendevano il pentimento un atto meccanico che incentivava più il senso di colpa che il senso di comunione con Dio, che non stimolava la virtù e non insegnava il discernimento nei sacerdoti e nei fedeli.

La Riforma dell'XI secolo li soppresse poiché tacciati di essere continua fonte di errori e di contraddizione all'autorità Papale e li sostituì con le "Summae Confessorum" o "Summae de Paenitentia", che indicavano più come accogliere ed educare il penitente e quali virtù insegnargli per sconfiggere il peccato, che non per quanti giorni dovesse digiunare. Poiché la Chiesa aveva, in quell'epoca caotica, anche funzioni giuridiche che tutelavano la società civile, le Summe indicarono anche le conseguenze giuridiche di un peccato, che oltre ad offendere Dio e dannare l'anima, laceravano il tessuto sociale portando disordini e violenze di ogni genere.