Uomo di grande e singolare rilievo nella storia italiana del secondo dopoguerra, si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità.

Biografia Origini e formazione

Nacque sulla collina di Monte Navale, da Camillo, ebreo, e Luisa Revel, valdese. Non ricevette alcuna educazione religiosa (anche se era riuscito a procurarsi un certificato di battesimo valdese per sfuggire alle leggi razziali fasciste del 1938); solo nella maturità, in vista del secondo sposalizio, si convertì al cattolicesimo.

Diplomatosi presso la sezione fisico-matematica dell'Istituto tecnico di Cuneo, nell’aprile del 1918 si arruola volontario nel 4º reggimento Alpini. Terminato il servizio militare si iscrive al Politecnico di Torino e inizia a partecipare in maniera attiva al dibattito sociale e politico, collaborando alle riviste «L'azione riformista» e «Tempi Nuovi» di cui il padre è rispettivamente l'editore e il principale finanziatore, ed entrando in contatto con Piero Gobetti e Carlo Rosselli.

Adriano Olivetti ebbe un rapporto dialettico con il padre Camillo. Apparentemente visse la ribellione tipica dei figli "intelligenti" nel confronto dei padri altrettanto "intelligenti". Si può comunque affermare che tra Adriano e Camillo Olivetti ci fu sempre identità di vedute nelle linee generali della politica e dell'idealità anche se, spesso e volentieri, Adriano ebbe modo di affermare anche in quel campo la propria autonomia e la propria statura intellettuale.

Camillo Olivetti fu un cauto interventista sopravvivendo in lui lo spirito risorgimentale. Adriano, in sintonia, dopo Caporetto si arruolò volontario pur non combattendo in quanto la guerra finì prima che potesse raggiungere il fronte. Adriano si laureò in Ingegneria chimica presso il Politecnico di Torino. Fu una ribellione a metà nei confronti del padre, che sicuramente l'avrebbe preferito ingegnere meccanico. A metà, perché le sue inclinazioni erano all'epoca più vicine alla cultura umanistica che non a quella scientifica.

Acutamente, Natalia Levi Ginzburg (la cui sorella Olivetti avrebbe poi sposato) nel libro Lessico famigliare descrive in questi termini il rapporto tra Adriano Olivetti e la propria famiglia:il padre di Natalia Ginzburg, Giuseppe Levi, fu un brillante docente di anatomia all'università di Torino. Adriano Olivetti ne sposerà la figlia Paola Levi, sorella di Natalia

Dal primo dopoguerra agli anni del consenso fascista

Nel 1919 collaborò con il padre nella redazione de L'Azione Riformista: è provato da numerosi riferimenti del padre, anche se non siamo in grado di riconoscere gli articoli scritti da Adriano Olivetti in quanto anonimi o firmati con uno pseudonimo. Quando nel 1920 Camillo decise di sospendere la pubblicazione di quel settimanale canavesano da lui ritenuto troppo provinciale e quindi privo di un'influenza reale nella politica, Adriano convinse il padre a cedere a lui "e a dei suoi giovani amici"dal commiato di Camillo ai lettori Azione Riformista 1919. quel foglio, che tuttavia non andrà oltre al 1920.

Sappiamo che collaborò anche con Tempi Nuovi il settimanale politico torinese che il padre promuoverà con Donato Bachi (che ne sarà il direttore) e altri progressisti. Con la svolta, prima critica, poi più marcatamente antifascista di quel giornale, ci fu anche la svolta politica di Adriano Olivetti, anche influenzato dall'ambiente culturale del Politecnico e dall'amicizia con la famiglia Levi. In particolare con Gino Levi suo compagno di corso.

Nel 1924 conseguì la laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Torino e, dopo un soggiorno di studio negli Stati Uniti d'America insieme a Domenico Burzio (Direttore Tecnico della Olivetti), durante il quale poté aggiornarsi sulle pratiche di organizzazione aziendale, entrò nel 1926 nella fabbrica paterna ove, per volere di Camillo, fece le prime esperienze come operaio. Divenne direttore della Società Olivetti nel 1932, anno in cui lanciò la prima macchina da scrivere portatile chiamata MP1, e presidente nel 1938.

Si oppose al regime fascista con momenti di militanza attiva; sappiamo però, dagli articoli su Tempi Nuovi, che la redazione, almeno fino al 1923, aveva avuto un rapporto di reciproca stima con il fascismo torinese di Mario Gioda, il quale, sia pur scomparso nel 1924, aveva lasciato numerosi seguaci nella federazione torinese. L'antifascismo di Adriano si era già espresso immediatamente dopo il ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti nella manifestazione che promosse, insieme al padre, al teatro Giacosa di Ivrea nel 1924.

Partecipò con Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini e altri alla liberazione di Filippo Turati. Per concezione formativa era vicino al movimento politico "Giustizia e Libertà". Con la famiglia Levi, Adriano fu tra i protagonisti della rocambolesca fuga: ospitato prima dai Levi nella loro casa di Torino, Turati raggiunse poi Ivrea. Fece tappa nella notte in casa di Giuseppe Pero, dirigente della Olivetti, per ripartire al mattino seguente in una macchina guidata da Adriano che raggiungerà Savona, dove li aspettava Pertini con cui l'esule si imbarcò per la Corsica per poi raggiungere la Francia e Parigi.Valerio Ochetto, Adriano Olivetti. La biografia, Edizioni di Comunità, 2015, pag. 300. Come abbia potuto Adriano Olivetti non essere coinvolto nell'inchiesta fascista che seguì alla fuga di Turati non è chiaro. Possiamo solo formulare due ipotesi: una, che riguarda la fortuna o la superficialità delle indagini; l'altra, (che può solo essere ipotizzata) riguardante protezioni che vennero dagli ambienti "giodiani" torinesi.

Dal 1931 la questura di Aosta (dalla quale l'imprenditore necessitava la certificazione di appartenenza alla razza ariana a causa delle origini del padre ebreo) definì il giovane Olivetti come sovversivo. Adriano Olivetti venne poi nominato Direttore generale e, parallelamente all'assunzione di responsabilità nella fabbrica di Ivrea, dimostrò maggiore prudenza nei confronti del regime. Quindi sposò Paola Levi, sorella di Gino, con rito civile. Paola, insofferente al provincialismo eporediese, lo convinse a trasferire casa a Milano; questa fu una delle svolte culturali per Adriano, perché nel capoluogo meneghino poté incontrare quell'intellighenzia che lo avvicinò in seguito all'architettura, l'urbanistica, la psicologia e la sociologia. Ebbe ancora problemi con il Regime quando il fratello di Gino e Paola Levi, Mario (che lavorava alla Olivetti), venne fermato alla frontiera con la Svizzera, essendo l'auto carica di manifestini di Giustizia e Libertà: riuscì a fuggire, ma la conseguenza fu che Gino Levi e il padre furono arrestati, rimanendo per circa due mesi in galera.

Adriano in quel frangente si mobilitò e molto spese del suo per difendere il suocero e l'amico cognato. È quello il periodo in cui a Camillo Olivetti fu momentaneamente ritirato il passaporto. Tuttavia i rapporti con il fascismo migliorarono negli anni trenta. Sarà soprattutto l'incontro con gli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, i quali erano la punta più avanzata di quel razionalismo in architettura che in un primo periodo venne sostenuto anche da Mussolini. I due architetti erano i corrispondenti italiani del grande Le Corbusier, il quale, pure lui, per un certo periodo fu estimatore di Mussolini in quegli anni che saranno definiti del consenso,Renzo De Felice, Gli anni del consenso, Einaudi tanto che Figini e Pollini aderirono al partito fascista.

Sicuramente Adriano da loro fu influenzato; essi saranno infatti gli architetti della nuova Olivetti e saranno anche, con Adriano, estensori del Piano per la provincia di Aosta (di cui Ivrea faceva parte in quegli anni). Non sappiamo con quanta convinzione, ma ad ogni modo è provato che Adriano Olivetti, nel 1937, fu definitivamente radiato dal casellario politico centrale.Paolo Bricco, Adriano Olivetti, un italiano del Novecento, Rizzoli, 2022. e che chiese - e ottenne - la tessera al PNFValerio Ochetto, Adriano Olivetti, Milano, Mondadori, 1985. Non solo; fu anche ricevuto da Mussolini a Palazzo Venezia dove l'industriale eporediese presentò il suo piano al Duce. In ogni caso, il piano della Valle d’Aosta ottenne un riconoscimento tanto da essere esposto in una mostra a Roma; i giornali ne parlarono, come dimostra una lettera che Camillo scrisse ad Adriano:

Le sue affinità politiche del periodo furono con Giuseppe Bottai che nel fascismo sempre rappresentò una voce fuori dal coro. Prudente tanto da non farsi radiare come avvenne a Massimo Rocca, Bottai fu pur sempre uno spirito libero che rappresentò l'altra faccia del fascismo, quella meno totalitaria e folcloristica e più problematica. Queste qualità comunque non impedirono poi a Bottai di essere un convinto promulgatore del Manifesto della razza e uno tra i più fanatici sostenitori delle leggi razziali fasciste. Quello con il Regime fu un feeling di breve durata. In architettura i gusti di Mussolini cambiarono: dal razionalismo passò ad un'architettura di regime che intendeva riecheggiare i fasti della Roma Imperiale. In ogni caso, il piano della Valle d'Aosta ebbe ancora una mostra a Roma, i giornali ne parlarono, come dimostra una lettera che Camillo scrisse ad Adriano.

Poi fu il silenzio, con la guerra d'Africa prima, la guerra di Spagna e poi, il secondo conflitto mondiale, il consenso di Adriano Olivetti si affievolì fino a portarlo ad un aperto antifascismo. Badoglio lo accusò di esporre l'Italia in cattiva luce con gli USA. Durante gli anni della Guerra riparò in Svizzera da dove si mantenne in contatto con la Resistenza.

Dopoguerra e impegno nel movimento per la Comunità

Rientrato dal suo rifugio alla caduta del regime, riprese le redini dell'azienda. Alle sue capacità manageriali, che portarono la Olivetti ad essere la prima azienda del mondo nel settore dei prodotti per ufficio, unì un'instancabile sete di ricerca e di sperimentazione su come si potesse armonizzare lo sviluppo industriale con l'affermazione dei diritti umani e con la democrazia partecipativa, dentro e fuori la fabbrica.

Nel 1945 Olivetti pubblicò L'ordine politico delle Comunità che va considerato la base teorica per un'idea federalista dello Stato che, nella sua visione, si fondava appunto sulle comunità, vale a dire unità territoriali culturalmente omogenee e economicamente autonome. Divenne un sostenitore del federalismo europeo dopo aver conosciuto Altiero Spinelli durante l'esilio in Svizzera, iniziato da Olivetti nel 1944 a causa della sua attività antifascista.

Nel 1949 Olivetti si convertì al cattolicesimo «per la convinzione della sua superiore teologia»Davide Cadeddu, «Adriano Olivetti, le utopie al potere», Avvenire, 25 febbraio 2010.. Verso la fine degli anni Quaranta fu per un certo periodo in analisi con Ernst Bernhard."Ma Bernhard attira comunque illustri pazienti, sensibili alla figura del padre saggio, come l'industriale Adriano Olivetti, che è in analisi con lui tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni successivi." I Ching di Ernst Bernhard, a cura di Luciana Marinangeli, La Lepre edizioni, Roma, 2015, p. 137.

Le idee sostenute in L'ordine politico delle comunità supporteranno il Movimento Comunità, da lui fondato nella città di Torino nel 1948. Nel 1950 espose la sua visione del primato in campo politico dell'Urbanistica e della Pianificazione. Sotto l'impulso delle fortune aziendali e dei suoi ideali comunitari, Ivrea negli anni cinquanta raggruppò una quantità straordinaria di intellettuali che operavano (chi in azienda chi all'interno del Movimento Comunità) in differenti campi disciplinari, inseguendo il progetto di una sintesi creativa tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica.