Biografia Infanzia e adolescenza Terzo di sei figli,Gli altri erano Aleksandr (1855), Nikolaj (1858), Ivan (1861), Marija (1863) e Michail (1865). Anton nacque in una famiglia di umili origini: il nonno, Egor Michajlovič Čech, servo della gleba e amministratore di uno zuccherificio del conte Čertkov, era riuscito a riscattare se stesso e la propria famiglia nel 1841 grazie al versamento al proprio padrone di una grossa somma di denaro, rubliIntroduzione di Luigi Lunari a Il giardino dei ciliegi, BUR, 1995.. Il padre, Pavel Egorovič, fervente religioso ma violento, picchiava spesso i figli: «Mio padre cominciò a educarmi, o più semplicemente a picchiarmi, quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il primo pensiero era: oggi sarò picchiato?»Anton Čechov, lettera a Leont'ev-Ščeglov, 9 marzo 1892. I figli erano costretti a rimanere per ore al freddo della drogheria del padre, e inoltre a seguirlo nelle attività religiose, tra cui il coro da lui diretto.

Più tardi Čechov scriverà a un amico: «Sono stato allevato nella religione, ho cantato nel coro, ho letto gli Apostoli e i salmi in chiesa, ho assistito regolarmente ai mattutini, ho persino aiutato a servir messa e ho suonato le campane. E qual è il risultato di tutto ciò? Non ho avuto infanzia. E non ho più alcun sentimento religioso. L'infanzia per i miei fratelli e per me è stata un'autentica sofferenza». La madre, Evgenija Jakovlevna Morozova, proveniva da una famiglia di commercianti, anch'essi già servi della gleba. Donna gentile e affettuosa con i figli, veniva maltrattata anche lei dal marito: «Nostro padre faceva una scenata durante la cena per una minestra troppo salata, o dava dell'imbecille a nostra madre. Il dispotismo è tre volte criminale».Anton Čechov, lettera ad Aleksandr Čechov, 2 gennaio 1889. Anton amava questa donna mite e silenziosa: «Per me non esiste nulla di più caro di mia madre in questo mondo pieno di cattiveria».Lettera al cugino Michail Čechov, 10 maggio 1877.

Del resto, quella era l'unica educazione che Pavel Egorovič conoscesse e probabilmente la riteneva la migliore possibile: «Nostro nonno era stato picchiato dai signori, e l'ultimo dei funzionari poteva fare lo stesso. Nostro padre è stato picchiato da nostro nonno, noi da nostro padre. Che animo, che sangue abbiamo ereditato? […] Il dispotismo e la menzogna hanno guastato a tal punto la nostra infanzia che non posso ripensarvi senza terrore e disgusto».

Nemmeno di Taganrog, sua città natale, e dei suoi abitanti Anton ebbe mai un'opinione favorevole: «Si mangiava male, si beveva acqua inquinata […] In tutta la città non conoscevo un solo uomo onesto» - scrisse nei suoi ricordi - «Sessantamila abitanti si preoccupano soltanto di mangiare, di bere, di riprodursi e non hanno alcun interesse nella vita […] non ci sono né patrioti, né uomini d'affari, né poeti»,Lettera a Nikolaj Lejkin, 7 aprile 1887. e la città è «sporca, insignificante, pigra, ignorante e noiosa. Non vi è neppure un'insegna che sia priva di errori d'ortografia. Le vie sono deserte […] la pigrizia è generale».Lettera alla sorella Marija, 7 aprile 1887.

Questa città aveva goduto di tempi migliori prima che il porto affacciato sul mar d'Azov, fatto costruire da Pietro il Grande, a metà dell'Ottocento si insabbiasse e che gli scali dei trasporti fossero dirottati a Rostov sul Don. A Taganrog si era da tempo stabilita una numerosa colonia di emigrati greci, che si erano dedicati al commercio fino a controllare tutta l'esportazione dei prodotti agricoli.

Il padre era proprietario di una modesta drogheria dove si vendeva di tutto e si mesceva vino e vodka ad avventori che s'intrattenevano nel locale fino a notte inoltrata. Nel 1867 mandò i figli Anton e Nikolaj a studiare proprio nella scuola greca, contando di introdurli un giorno, grazie alla conoscenza di quella lingua e di quegli agiati mercanti, nel facoltoso ambiente del commercio cittadino.

I risultati si rivelarono tuttavia disastrosi per i due ragazzi, che non riuscirono a inserirsi in questa scuola. Era composta di una sola aula nella quale venivano riuniti tutti gli allievi di diverso grado e un unico maestro insegnava tutte le materie in greco, lingua sconosciuta ai due Čechov: perciò l'anno dopo, il 23 agosto 1868, Anton entrò nel ginnasio russo di Taganrog.

La qualità del corpo insegnante era adeguata all'immagine di quel ginnasio, simile a una caserma: l'insegnante di storia usava abitualmente un linguaggio volgare, quello di latino era un confidente della polizia. Čechov si ricorderà di loro nel suo noto racconto L'uomo nell'astuccio: «Siete voi dei professori, dei pedagoghi? No, siete dei miserabili funzionari e il vostro tempio del sapere è un commissariato di polizia; del resto ne ha l'odore». Un'eccezione era rappresentata dall'insegnante di religione, che consigliò ad Anton, avendone notato l'ironia e la disposizione ai racconti umoristici, la lettura di classici della satira, come Molière e Swift, e il moderno Saltykov-ŠčedrinHenri Troyat, Anton Čechov, 1988, p. 18.. Fu lui a dargli quel soprannome di Cechontè col quale Anton firmò i primi racconti.

Anche al ginnasio il profitto di Anton era modesto. Del resto, quello dello studio non era il suo impegno esclusivo; spesso doveva aiutare o sostituire il padre nella drogheria; tutte le domeniche e i giorni festivi doveva cantare nel coro della chiesa; il padre gli fece impartire lezioni di francese e poi, per più pratici scopi, lo costrinse a seguire un corso di taglio e cucito. I suoi svaghi consistevano nelle passeggiate in città, nelle corse nel parco, nella pesca alla lenza e, in estate, nella visita al nonno paterno, che veniva raggiunto con un lungo viaggio di due giorni su un lento carro attraverso la sterminata pianura russa fino al villaggio di Kniajaja, nel Donec. Certamente Čechov si avvarrà di queste esperienze quando scriverà La steppa, uno dei suoi racconti più noti.

Nel 1873, poi, ci fu la grande scoperta del teatro. Fu lo spettacolo de La bella Elena di Offenbach a dargli la prima ma definitiva impressione che lo portò a interessarsi all'arte della recitazione e al gusto di una finzione che è anche realtà. Seguirono Amleto e Gogol', Griboedov e il melodramma, la farsa e la commedia, e soprattutto il desiderio di imitare il lavoro degli attori. Con i fratelli e la sorella Marija formò una piccola compagnia che si esibiva in casa di fronte a parenti e amici e, quando non riproduceva le pièces di successo, Anton cominciò a improvvisare i primi canovacci. Seguì per qualche tempo la redazione manoscritta di un giornalino mensile, Il tartaglione, che faceva circolare anche tra i compagni di scuola e dove descriveva con umorismo fatti e scene della vita quotidiana della città.

Arrivarono in casa Čechov problemi familiari ed economici: nel 1875 Aleksandr e Nikolaj, stanchi delle prepotenze paterne, lasciarono la famiglia e se ne andarono a Mosca a studiare; Nikolaj la pittura nella scuola di Belle Arti, e Aleksandr lettere all'Università. Gli affari della drogheria andarono sempre peggio, e Pavel Egorovič non fu più in grado di pagare i fornitori; s'indebitò senza poter rimborsare i creditori finché, dichiarato il fallimento, il 3 aprile 1876 si rifugiò a Mosca come clandestino. Per evitare la prigione per debiti, la moglie Evgenja Jakovlevna fu costretta a vendere la casa e il mobilio per saldare i creditori e raggiunse il marito a Mosca con i figli Michail e Marija. Ivan fu accolto da una zia di Taganrog, mentre Anton rimase nella vecchia casa, in quel momento appartenente a un altro proprietario, al nipote del quale egli dava lezioni private in cambio del vitto e dell'alloggio.

Furono anni di miseria, passati nell'attesa di concludere gli studi e di poter raggiungere a Mosca la famiglia, la quale, da parte sua, non se la passava meglio; in cinque in una stanza ammobiliata, vivevano del lavoro saltuario del padre e della confezione di scialli di lana della giovane Marija. A Taganrog, Anton passava molte ore nella modesta biblioteca pubblica, inaugurata recentemente; ai moderni scrittori russi e alla filosofia di Schopenhauer egli aggiungeva la lettura delle riviste umoristiche. Letture affastellate, e tuttavia necessarie alla formazione del futuro scrittore.

Un viaggio a Mosca, nella Pasqua del 1877, gli mise sotto gli occhi il decadimento e l'avvilimento della famiglia ma, giovane com'era, a colpirlo maggiormente fu la grandezza e la vivacità della città: «Mi sono recato recentemente al teatro di Taganrog e l'ho paragonato a quello di Mosca. Che enorme differenza! Se riuscirò a terminare gli studi ginnasiali, correrò subito a Mosca. Amo talmente questa città!»Lettera al cugino Michail Čechov, 4 novembre 1877. Intanto aveva già cominciato a scrivere sperando, ma invano, in una pubblicazione; una sua commedia fu giudicata promettente; sentiva di avere la stoffa dello scrittore ma anche una completa mancanza di esperienza.

Vennero finalmente i giorni degli esami finali per il conseguimento del diploma ginnasiale; il componimento di russo era dedicato alla scottante attualità politica: «Non c'è calamità peggiore dell'anarchia». Anton se la cavò bene in tutte le materie e nel giugno del 1879 poteva mostrare con orgoglio il suo diploma: «Condotta: eccellente; precisione: benissimo; applicazione: benissimo; zelo nei lavori scritti: benissimo».H. Troyat, op. cit., p. 37.

Si può immaginare con quanta impazienza il giovane Čechov trascorresse le ultime settimane a Taganrog; finalmente, ottenuta una borsa di studio di 25 rubli per frequentare la facoltà di medicina, il 6 agosto 1879 saliva con due amici sul treno che l'avrebbe portato a Mosca: la sua ville lumière, la città delle promesse e del successo.

A Mosca

La sua famiglia viveva allora nello scantinato di un palazzo, in una via malfamata; tre pensionanti portavano un magro sollievo all'economia di quel gruppo di dieci persone che viveva dei trenta rubli mensili del padre operaio e della rara vendita di qualche quadro di Nikolaj, il pittore che, pur non privo di talento, annegava nell'alcol l'amarezza di una vita familiare degradata e la delusione della mancata realizzazione delle sue speranze d'artista. Il contributo della borsa di studio di Anton permise alla famiglia di trasferirsi in un appartamento più decoroso e di mandare a scuola i fratelli minori Ivan, Michail e Marija.

Impegnato nella frequenza universitaria, Anton non si unì mai ai circoli rivoluzionari studenteschi, molto attivi in quel periodo, in cui i populisti credevano di poter rovesciare lo zarismo con una serie di attentati; al riguardo Čechov mantenne sempre un assoluto riserbo. Seguendo i suoi personali interessi e avendo ben presente la necessità di guadagnare, dedicava il tempo solo allo studio e alla scrittura di brevi racconti che inviava alle redazioni delle riviste umoristiche di Mosca; finalmente, dopo diversi rifiuti, il settimanale «La libellula» gli pubblicò nel marzo 1880 La lettera del possidente del Don Stepan Vladimirovič al dotto vicino dottor Fridrich, firmato semplicemente con un'anonima «V.». Una grande torta comparve sulla tavola dei Čechov a festeggiare il felice esordio letterario.