Nato a San Pietroburgo da una famiglia di origine francese, era fratello di Aleksandr, celebre architetto. Appartenne a quella generazione di pittori russi, fra cui Sil'vestr Feodosievič Ščedrin, Fëdor Antonovič Bruni e Aleksandr Andreevič Ivanov che, tra gli anni venti e gli anni trenta dell'Ottocento, effettuarono lunghi soggiorni in Italia, studiandone la tradizione pittorica dei secoli precedenti e raffigurandone vedute di città, campagne ed elementi naturali, ed eseguendo grandi dipinti di scene storiche dal gusto neoclassico o romantico..

In Italia dipinse la sua opera più celebre, L'ultimo giorno di Pompei, uno dei dipinti più noti della pittura russa del XIX secolo, conservato presso il Museo Russo di San Pietroburgo. Viaggiò molto anche in Germania, Francia, Portogallo, Grecia e Turchia. In Russia fu pittore acclamato e professore all'Accademia di belle arti di San Pietroburgo. Tornato in Italia negli ultimi anni di vita, morì a Manziana.

Biografia Le origini familiari e la formazione artistica (1799-1823) Karl Brjullov nacque a San Pietroburgo da una famiglia ugonotta di lontane origini francesi, scappata in Russia a seguito dell'editto di Fontainebleau, emesso da Luigi XIV di Francia nel 1685 e con il quale, revocava l'editto di Nantes e quindi la libertà di culto in Francia. Il suo nome in francese era Charles Brüleau.

Alcuni suoi avi erano stati scultori ornamentalisti mentre il padre, Pavel, era pittore. Pittori erano anche due suoi fratelli. Un altro fratello, il celebre Aleksandr, era architetto ed anch'egli pittore, abile ritrattista.

Nella città natale il Brjullov frequentò insieme al fratello l'Accademia di Belle Arti. Karl ebbe come maestri Andrej Ivanov, Aleksej Egorov e Vasilij Šebuev. Sia egli che il fratello uscirono dall'Accademia con ottimo profitto: Karl in particolare ottenne una medaglia d'oro e un attestato di primo grado per il dipinto L'apparizione di Dio ad Abramo alla quercia di Mambre, in aspetto di tre Angeli, soggetto noto alla tradizione iconografica medievale russa.

In più, i due fratelli si aggiudicarono una borsa di studio di cinquemila rubli annui come contributo per il perfezionamento artistico da svolgersi all'estero per un periodo di tre anni. Fu in quell'occasione che i due fratelli russificarono il loro cognome, trasformandolo da Brüleau a Brjullov, data l'impossibilità per gli stranieri di godere di sovvenzioni economiche pubbliche.

Il primo soggiorno romano (1823-1827) Nel 1822 i due fratelli Brjullov partirono per l'Italia, ma una malattia costrinse Karl in Germania per alcuni mesi. Visitò le città ed i musei di Dresda e Monaco di Baviera. Giunto in Italia nel 1823, compì un lungo itinerario che toccò Venezia, Padova, Verona, Mantova, Bologna e Firenze. Giunto a Roma, si dedicò al suo primo lavoro, una copia fedele e a grandezza naturale della Scuola di Atene di Raffaello. L'opera fu spedita a San Pietroburgo, dove suscitò notevole ammirazione e gli valse l'aumento della sovvenzione economica e l'onorificenza di San Vladimir.

I fratelli Brjullov presero quindi alloggio nel quartiere degli artisti, sul Quirinale, dove frequentarono altri ex studenti dell'Accademia di San Pietroburgo in viaggio in Italia.

A Roma il Brjullov strinse inoltre amicizia con il pittore italiano Cherubino Cornienti, che ne ammirò il talento e trovò spesso ispirazione dalla pittura, in particolare per la tecnica del «non finito» e per le forti e drammatiche suggestioni luministiche, e ne portò in seguito avanti la «secessione» milanese degli anni quaranta..

La città di Roma era diventata dall'inizio degli anni trenta luogo di ritrovo, oltre che di molti pensionnaires, giovani artisti russi che, come i fratelli Brjullov, godevano di borse di studio per il perfezionamento all'estero, anche di numerosi rappresentanti dellintelligencija russa, in cerca di un luogo di soggiorno dove coltivare il libero pensiero ostacolato in patria.

Fu così che il Brjullov frequentò e si legò sentimentalmente alla contessa Julija Pavlovna Samojlova (1803-1875), nobildonna russa trapiantata a Milano, adottata dal conte Giulio Renato Litta, al servizio della Russia come militare e diplomatico e divenuto ammiraglio dopo la guerra contro la Svezia (1788-1790). Non avendo figli, la contessa aveva a sua volta adottato Amacilia e Giovannina Pacini, figlie del noto compositore Giovanni Pacini, a sua volta amico del Brjullov, in quanto orfane di madre.

La Samojlova teneva a Milano un salotto, definito austriacante., frequentato da artisti, scrittori e musicisti nel Palazzo del Borgonuovo, arricchito da una delle più preziose raccolte d'arte della città, fra le quali più avanti compariranno anche i ritratti della contessa eseguiti proprio dal Brjullov..

Un altro personaggio di cui il Brjullov divenne frequentatore fu Anatolij Nikolaevič Demidov (1813-1870), mecenate e collezionista d'arte appartenente ad una famiglia di industriali e benefattori russi trapiantati in Italia, tra Roma e Firenze, marito della contessa Matilde Bonaparte, figlia di Gerolamo e cugina dello Zar Nicola I..

Il viaggio in Campania e Gli ultimi giorni di Pompei (1827) Nell'estate del 1827 il pittore si recò in Campania in compagnia del fratello Alexandr, della Samòjlova e del Demidov. Là, il gruppo ebbe modo di visitare gli scavi di Pompei e di Ercolano. Fu in quei luoghi che nacque l'idea per un nuovo dipinto, Gli ultimi giorni di Pompei: l'opera venne cominciata subito, ma fu portata a termine a Roma, dove il Brjullov era nel frattempo tornato e si era ormai stabilito, solo sei anni più tardi, nel 1833.

Alla Galleria dell'Accademia (Napoli) si conservano due sue opereː Donna alla finestra (olio su tela, , inventario 231) e Ritratto, (disegno a matita, , inventario 151), che sono entrate nella collezione con la "Donazione Palizzi" del 1898.

Il successo a Roma, la tournée a Milano e Parigi e il viaggio in Oriente (1827-1836) Il Pompei, una volta ultimato, riscosse a Roma uno straordinario successo, in seguito al quale intraprese con il suo autore una trionfale tournée con tappe a Milano, dove venne messo in mostra all'Accademia di Brera nel 1833, e a Parigi, dove venne esposto al Museo del Louvre, in occasione del Salon di quell'anno (1834). L'opera venne infine inviata in Russia, mentre il Brjullov nel 1835, dopo un breve ritorno a Milano, partì per un viaggio in Grecia e in Turchia al fine di eseguire disegni di paesaggi dei luoghi, che verranno pubblicati nel 1839-40, al suo ritorno a San Pietroburgo. In quel viaggio ebbe come allievo ed aiutante Grigorij Grigor'evič Gagarin, figlio dell'ambasciatore russo alla Corte papale, e conosciuto a Roma poco prima, il quale sarà anche il suo primo biografo.

Il ritorno in Russia (1836-1849) Terminata anche questa esperienza, il Brjullov tornò in madrepatria. A Mosca conobbe Aleksandr Puškin, mentre a San Pietroburgo si dedicò ai bozzetti per le decorazioni della Cattedrale di Sant'Isacco, che tuttavia non riuscì mai a portare a termine. Nella città natale divenne inoltre professore all'Accademia di Belle Arti e si dedicò ai ritratti di molti personaggi dell'aristocrazia russa del tempo; lo Zar Nicola I lo insignì dell'onorificenza di S. Anna di terzo grado.

Gli ultimi viaggi in Europa (1849-1850) Nonostante la sua salute cominciasse a farsi cagionevole, nell'aprile del 1849 il Brjullov partì per degli ulteriori e impegnativi viaggi: in compagnia di alcuni allievi attraversò la Polonia, la Prussia, il Belgio, l'Inghilterra. Da lì, raggiunse il Portogallo e infine l'isola di Madera, sulla quale soggiornò qualche mese e dove all'ormai costante produzione ritrattistica si affiancò quella di paesaggi stilisticamente analoghi a quelli eseguiti anni prima in Grecia ed in Turchia. Infine, nel 1850 fu in Spagna.

Il ritorno in Italia e la morte (1850-1852)

Nonostante l'aggravarsi delle condizioni di salute, fece ritorno in Italia nel 1850. Divenne intimo della famiglia Tittoni, dei cui membri dipinse i ritratti e delle cui case di Roma e di Manziana divenne ospite fisso.

Le sue condizioni di salute tuttavia peggiorarono drasticamente. Il dottor De Masi, medico della famiglia Tittoni, diagnosticò poco prima della morte una «emorragia arteriosa» (aneurisma aortico); l'11 giugno del 1852 Brjullov morì nel Palazzo Tittoni di Manziana, a soli cinquantatré anniIn si indica la morte come avvenuta a «Marciano di Roma»; tale indicazione è anche seguita da . In si parla di «Marsciano». Tuttavia queste indicazioni devono considerarsi refusi, non esistendo traccia di tali località ed essendo esse smentite da tutte le altre fonti disponibili..

Sepoltura e memoria Il Brjullov fu sepolto al cimitero acattolico del Testaccio a Roma. La sua lapide contiene un suo ritratto in bassorilievo e una raffigurazione simbolica della vita dell'artista: sulla sinistra della scena una figura femminile rappresenta la Neva, il fiume di San Pietroburgo, città natale del pittore, mentre sulla destra un uomo barbuto rappresenta il Tevere, simbolo di Roma. Al centro si trova il pittore, circondato da figure femminili, probabilmente Muse, e da un bambino, forse Apollo. L'epigrafe, che recita «Carolus Brulloff / pictor qui Petropolis / in imperio Russiarum / natus anno MDCCXCIX / decessit MDCCCLII», è di difficile lettura, sia per la latinizzazione del nome, sia per l'indicazione di «Petropolis», nome latino di San Pietroburgo, come città natale del pittore.

La tomba è stata oggetto di studi da parte dell'Università della Calabria e quindi di un radicale restauro conservativo.

Al Brjullov è dedicata una via nel borgo di Manziana, mentre lapidi commemorative in sua memoria sono state poste presso il Palazzo Tittoni, sempre a Manziana, e a Roma, nel palazzo in via di San Claudio dove il pittore aveva il suo studio e dove espose per la prima volta il Pompei.

Stile pittorico e giudizi critici Nei primi anni della sua carriera pittorica, l'influenza dell'arte italiana suggerì al Brjullov un originale accostamento fra tema storico e ritrattistica ufficiale, tipici dell'Ottocento romantico, e atmosfere e rivisitazioni idilliache, ricordo di un classicismo settecentesco di ispirazione greca. Gli anni trenta portarono invece per il pittore una sensibilità diversa: il tema storico, costante della pittura Brjulloviana, cominciò a perdere in idillio e ad essere interpretato sotto una luce più drammatica e catastrofica, come evidente ne Gli ultimi giorni di Pompei. Le radici di questa svolta, personale prima ancora che pittorica, vanno ricercate anche nei particolari avvenimenti della storia russa di quegli anni, segnati dalla rivolta dei decabristi e dalle difficoltà politiche che caratterizzarono il regno dello zar Nicola I.

Quanto allo stile e alla tecnica pittorica, il Brjullov si distinse da quanto si andava affermando fra i pittori dell'epoca e in particolar modo fra quegli artisti russi trapiantati in Italia, Ščedrin su tutti: alla ricerca, da parte di quei pittori, di una morbida unità tonale, percorsa da sottili sfumature di luci e colori, creata dall'osservazione della realtà en plen air, il Brjullov rispondeva con un utilizzo più vigoroso del colore, caratterizzato dalla creazione di grosse chiazze cromatiche dal sicuro impatto ed effetto. Questa caratteristica, evidente nelle opere del primo periodo, andò comunque scemando nella produzione più romantica e matura.