Il Patto di Londra (conosciuto anche come "Trattato di Londra") fu un accordo segreto firmato il 26 aprile 1915, stipulato tra il governo italiano (nonostante già impegnato nella Triplice alleanza, il patto militare stipulato nel 1882 da Germania, Austria-Ungheria e Italia) e i rappresentanti della Triplice Intesa, con i quali l'Italia si impegnò a scendere in guerra contro gli Imperi centrali durante la prima guerra mondiale.

L'Italia si impegnò a scendere in guerra entro un mese dalla stipula del Patto in cambio di compensi territoriali. Nonostante avesse mantenuto l'impegno, tali compensi, soprattutto a causa dell'intervento degli Stati Uniti d'America che non erano tra i firmatari del patto, furono in parte disattesi nel trattato di Versailles che pose fine alla guerra..

Il patto fu firmato contro le potenze della Triplice alleanza della quale l'Italia faceva ancora formalmente parte. Triplice alleanza che l'Austria aveva violato tenendo all'oscuro l'Italia delle sue intenzioni di attaccare la Serbia e scatenare la prima guerra mondiale.

Il patto di Londra restò segreto sino alla sua inattesa pubblicazione nel novembre 1917 da parte dei bolscevichi, appena giunti al potere in seguito alla Rivoluzione russa, ma fu reso noto in Italia dal governo Orlando solo il 13 febbraio 1918. Il governo rivoluzionario diede immediata e massima pubblicità ai patti diplomatici segreti rinvenuti negli archivi zaristi. La pubblicazione del patto ebbe vasta risonanza internazionale e causò imbarazzo alle potenze firmatarie, suscitando inquietudine presso l'opinione pubblica e compromettendo il metodo della "diplomazia segreta", seguito da decenni dalle potenze europee.

L'emergere del Patto di Londra diede il via ad una modifica degli orientamenti politici internazionali che influì sulla sua non completa realizzazione a guerra finita. L'opposizione alla diplomazia segreta, e la sua denuncia quale metodo nelle relazioni internazionali, fu uno dei motivi ispiratori da parte del presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson, dei suoi Quattordici punti. Il presidente statunitense si oppose alla completa realizzazione delle rivendicazioni territoriali italiane basate sul Patto di Londra non riconoscendo ad esso, come ad accordi similari con altri paesi, alcuna validitàEric J. Hobsbawm, Il secolo breve, BUR, Milano, 2007, pp. 43-48, ISBN 978-88-17-01934-7.. Inoltre gli Stati Uniti in più diedero la precedenza alle tesi croate e slovene del nuovo Regno dei serbi, croati e sloveni, per impedire l'espansione italiana nell'Adriatico.

L'incompleta realizzazione del Patto causò grave malcontento ed agitazione in Italia, portando così al mito della Vittoria mutilata, strumento politico che contribuì in modo decisivo alla crisi del governo liberale e alla nascita ed avvento del fascismo.

Premesse

Allo scoppio del primo conflitto mondiale l'Italia era legata alla Germania e all'Austria-Ungheria dalla Triplice Alleanza: un patto militare difensivo stretto nel 1882 e via via rinnovato, che si contrapponeva al sistema di alleanze anglo-franco-russo della Triplice intesa.

Nonostante i legami diplomatici, molte rimanevano le differenze tra l'Italia e gli imperi centrali: mentre questi ultimi erano nazioni militarmente e politicamente influenti, avanzate dal punto di vista economico, l'Italia era uno Stato arretrato, che faticava a trovare l'anelato riconoscimento tra le principali potenze europee.

Nei confronti dell'Austria-Ungheria vi era poi un contenzioso latente, relativo all'irredentismo di molti settori dell'opinione pubblica e anche di parte del Parlamento: espressioni che, spinte da un numero sempre maggiore di patrioti e interventisti, il governo faticava a controllare.

Fu così che, quando l'Austria e la Germania dichiararono guerra alla Serbia innescando la grande guerra, l'Italia rimase al di fuori del conflitto basandosi sulla natura difensiva della Triplice Alleanza che non impegnava gli stati membri nel caso di una iniziativa aggressiva. Nei successivi mesi della neutralità italiana, stante il sostanziale equilibrio delle forze schierate in campo, divenne chiaro che l'Italia poteva giocare un ruolo importante se non decisivo sull'esito del conflitto e perciò il governo intavolò una serie di trattative con i partner della Triplice Alleanza, nonché segretamente con i membri dell'Intesa, per stabilire i compensi per l'intervento italiano nella guerra o per il mantenimento del suo stato di non belligeranza.

Fu subito chiaro che l'Intesa poteva promettere all'Italia ben più di quello che volevano offrire gli Imperi Centrali, dato che gli incrementi territoriali ai quali l'Italia era interessata riguardavano soprattutto l'Austria-Ungheria, e che questo impero era restio a fare concessioni a proprie spese.

Le condizioni

Il patto, composto da 16 articoli, prevedeva che l'Italia entrasse in guerra al fianco dell'Intesa entro un mese. In cambio, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto il Tirolo meridionale (attuali Trentino e Alto Adige), la Venezia Giulia, con gli altopiani carsico-isontini e con l'intera penisola istriana fino al Quarnaro compresa Volosca (con l'esclusione di Fiume), cioè l'intera linea alpina dal Brennero al Monte Nevoso con le isole di Cherso, Lussino e altre minori; un terzo della Dalmazia con Zara e Sebenico con le isole a nord e a ovest del litorale, insieme alle neutralizzazione del resto della Dalmazia da capo San Niccolò alla penisola di Sabbioncello e da Ragusa a Durazzo in modo da garantire l'egemonia italiana sull'Adriatico; ancora, Valona e Saseno in Albania e il bacino carbonifero di Adalia in Turchia, oltre alla conferma della sovranità su Libia e Dodecaneso. In caso di spartizione delle colonie tedesche in Africa, l'Italia avrebbe avuto compensi territoriali in Libia, Eritrea e Somalia.

Gli art. 1-3: le clausole militari I primi tre articoli del Patto di Londra ne evidenziano la natura di patto militare. Venne infatti stabilito che gli Stati Maggiori Generali di Francia, Regno Unito, Italia e Russia avrebbero concluso "immediatamente" una convenzione militare per fissare da un lato il minimo delle forze armate che la Russia avrebbe dovuto impiegare sul fronte austriaco (per alleggerire il fronte italiano) e regolare in futuro la questione degli armistizi.

Dal canto suo l'Italia si obbligava, all'art. 2, "ad impiegare la totalità delle sue risorse a condurre la guerra in comune con la Francia, la Gran Bretagna e la Russia contro tutti i loro nemici". L'articolo successivo garantiva il "concorso attivo e permanente" all'Italia da parte delle marine militari francese e inglese fino alla fine della guerra o alla distruzione totale della marina austro-ungarica, rimandando l'ulteriore definizione ad una convenzione navale a tre che le potenze avrebbero dovuto siglare in seguito.

Nelle disposizioni finali del trattato (art. 16), con specifico riferimento ai primi tre articoli, l'Italia si impegnava infine ad entrare in guerra al più tardi entro un mese dalla firma dello stesso.

L'articolo 4: il confine in Tirolo e Venezia Giulia Il Trattato di Londra, all'art. 4, affrontando il tema dei compensi territoriali italiani, stabiliva che l'Italia avrebbe ottenuto nel trattato di pace "il Trentino, il Tirolo cisalpino con la sua frontiera geografica e naturale, il Brennero,Carlo Moos, Südtirol im St. Germain-Kontext, in Georg Grote, Hannes Obermair (eds.), A Land on the Threshold. South Tyrolean Transformations, 1915-2015, Peter Lang, Oxford-Berna-New York, 2017, ISBN 978-3-0343-2240-9, pp. 27-39.Una eccezione a tale principio fu il passaggio della Conca di San Candido e della valle del rio Sesto, territori che si trovano al di là della linea di displuvio delle Alpi vedi anche il sito del comune di San Candido la città di Trieste e i suoi dintorni, la contea di Gorizia e Gradisca, l'intera Istria fino al Quarnero, compresa Volosca, e le isole istriane di Cherso e Lussino, nonché le piccole isole di Plauno, Unie, Canidole, Palazzuoli, San Pietro dei Nembi, Asinello e Gruica coi loro vicini isolotti."

La frontiera (precisata peraltro in modo poco chiaro) avrebbe seguito la linea di displuvio alpina dal passo dello Stelvio fino alle Alpi Giulie. Qui in particolare avrebbe seguito lo spartiacque per il passo del Predil, il Monte Mangart, il Tricorno e i colli Podberdò, Podlansco e Idria. Da qui la linea di confine sarebbe stata tracciata verso sudest verso il Monte Nevoso fino ad includere Castua, Mattuglie e Volosca nel territorio italiano.

In questo modo l'Italia si sarebbe assicurata, entro un confine naturale facilmente difendibile, tutto l'attuale Trentino-Alto Adige (inclusi gli attuali comuni di Cortina d'Ampezzo, Colle Santa Lucia, Livinallongo in provincia di Belluno, i comuni di Magasa e Valvestino in provincia di Brescia e i comuni di Pedemonte e Casotto in provincia di Vicenza), la Carnia orientale racchiusa tra i fiumi Isonzo e Idria e il tratto nord-occidentale delle Alpi Giulie, la Venezia Giulia (ossia l'intero "Litorale Austriaco", comprendente i territori di Gorizia e di Trieste, dodici comuni dell'odierna provincia di Udine: Aiello del Friuli, Aquileia, Campolongo al Torre, Cervignano del Friuli, Chiopris-Viscone, Fiumicello, Ruda, San Vito al Torre, Tapogliano, Terzo di Aquileia, Villa Vicentina e Visco) l'Istria e le Isole del Quarnaro, nonché una fascia delimitata a est dal tratto sud-occidentale delle Alpi Giulie, già accorpata alla Carniola), pur mancante di Fiume; per quanto riguarda le città si trattava di Trento, Bolzano, Gorizia, Trieste e Pola. Salvo lievissime deroghe al principio del confine lungo lo spartiacque alpino (a favore dell'Italia nella conca di Dobbiaco e nella Val Canale, a suo sfavore per il paese di Castua in Istria) l'art. 4 del Trattato di Londra fu rispettato integralmente al momento della firma dei trattati di pace.

Non era invece inclusa la città di Fiume, "corpus separatum" della Corona Ungherese, e tale esclusione fu fonte di aspre critiche nell'immediato dopoguerra. La rinuncia a questa città - che pure era per maggioranza italiana - si basava sull'assunzione che, in seguito al conflitto, l'Austria-Ungheria avrebbe continuato la propria esistenza e che pertanto era necessario lasciarle uno sbocco sul mare per evitare che tentasse di riprendersi Trieste e Pola.

L'articolo 5: il confine in Dalmazia

L'art. 5 del Patto di Londra stabiliva che l'Italia avrebbe ricevuto la Dalmazia nei confini amministrativi austro-ungarici, a partire dal confine settentrionale presso Lissarizza e Tribagno (non includendo quindi Carlopago) fino ad un limite meridionale costituito da una linea che, partendo da Capo San Niccolò (detto anche Punta Planca, poco a sud di Rogosnizza) e seguendo lo spartiacque verso est, avrebbe lasciato in territorio italiano "tutte le valli e i corsi d'acqua discendenti verso Sebenico, come la Cicola, la Cherca, la Butisnica e i loro affluenti". Si trattava in sostanza della Dalmazia settentrionale con le città di Zara, Sebenico e Tenin.

L'Italia avrebbe anche ricevuto "tutte le isole situate al nord e all'ovest della Dalmazia da Premuda, Selve, Ulbo, Scherda, Maon, Pago e Puntadura al nord fino a Meleda al sud, comprendendovi le isole di Sant'Andrea, Busi, Lissa, Lesina, Torcola, Curzola, Cazza e Lagosta, così come gli scogli ed isolotti circostanti e Pelagosa, ad eccezione solamente delle isole di Zirona Grande e Piccola, Bua, Solta e Brazza". Si trattava in buona sostanza delle isole dalmate settentrionali (escluse Veglia e Arbe) e delle isole curzolane; queste ultime in particolare si trovavano di fronte alla costa della Dalmazia non destinata all'Italia.