La Quaestio disputata de Malo (pubblicata in traduzione italiana anche col titolo Il male) è un'opera di Tommaso d'Aquino dedicata al tema del male che si compone di 16 questioni per un totale di 101 articoli: Questione 1. Il male Questione 2. I peccati Questione 3. La causa del peccato Questione 4. Il peccato originale Questione 5. La pena del peccato originale Questione 6. La scelta umana Questione 7. Il peccato veniale Questione 8. I vizi capitali Questione 9. La vanagloria Questione 10. L’invidia Questione 11. L’accidia Questione 12. L’ira Questione 13. L’avarizia Questione 14. La gola Questione 15. La lussuria Questione 16. I demoni Lo studio sul male di Tommaso d'Aquino segue le strutture fondamentali dell'insegnamento proprie della scolastica che comprendevano la lectio, che riguardava il commento di un testo, e la disputatio, che consisteva nell'esaminare un determinato problema, basandosi sulle considerazioni tratte da tutti quegli argomenti che si potevano addurre a favore o contro. Tali considerazioni venivano raccolte sotto forma o di "Commentari" o di "Questioni".
Le quaestiones disputatae sono le più diffuse e conosciute, presentandosi come il risultato delle disputationes ordinariae che professori di teologia tenevano durante i loro corsi sui più importanti problemi filosofici e teologici. Le Quaestiones disputatae di Tommaso d'Aquino sono certamente le più celebri; la De Malo è la terza, e prende in esame il male e le sue suddivisioni e probabilmente fu tenuta pubblicamente a Parigi quando Tommaso vi soggiornò per la seconda volta (1268-70).
thumb|San Tommaso d'Aquino scrive ispirato dagli angeli
Il male non è una realtà metafisica Nella Prima Pars della Summa Theologiae, nell'articolo Utrum Deus sit, Tommaso si chiedeva se fosse sostenibile l'esistenza di un Dio, bene infinito, quando nella realtà terrena si sperimentava l'esistenza del suo opposto: il male. Argomentazione questa già trattata da Epicuro con la conclusione logica della indifferenza degli dei ai fatti umani.
Nella prima delle 16 questioni che compongono l'opera Tommaso affronta il problema della realtà del male: «Se il male sia qualcosa». La risposta è che ciò che è male non è qualcosa poiché esso è privazione di realtà, nel senso che il male non si presenta come realtà in sé ma come assenza di un bene particolare: la realtà invece riguarda colui a cui accade il male: così essere cieco, non vuol dire far sussistere una realtà ma realtà è invece l'individuo a cui avviene di essere cieco, privo di quel bene reale che è la vista.
Il male, infatti, non è altro che la privazione di una caratteristica naturale che viene a mancare, è la carenza di una perfezione che sussiste per natura ma che in alcuni casi non si presenta provocando in colui che ne è privo il male. Così la mancanza di intelligenza è un male per l'uomo, che la natura caratterizza come intelligente ma la stessa mancanza di intelligenza non è male per una pietra che per natura non è intelligente.
Da questa argomentazione risulta allora che il male non può riguardare Dio che è bene infinito. Tommaso d’Aquino, Il male. A cura di Fernando Fiorentino, Milano, Bompiani (Testi a fronte), 2001, p.105.
La causa del male Dio La terza questione, in cui san Tommaso tratta il problema del male, inizia con una serie di quesiti che cercano di scoprire se Dio e il Diavolo possano essere considerati cause del male stesso.
Il primo articolo è indirizzato alla domanda se Dio è causa di male, ma il magister, considerando che uno può essere causa del male solo sotto due aspetti (o perché egli stesso pecca o perché fa peccare altri), afferma che nessuno dei due modi può «convenire a Dio».
Infatti, si considera male, sia nelle cose naturali che in quelle artificiali, quando una cosa, non raggiunge il fine per cui è stato compiuto l'atto. Si deve ritenere che, mentre nelle cose naturali questo accade per «un difetto della potenza attiva nel seme», che provoca delle deformazioni fisiche nello stesso animale, sotto l'aspetto puramente morale, e quindi con natura di colpa, il male si avrà nel momento in cui la volontà si allontana o cambia del tutto il proprio fine ultimo, tendendo verso un fine improprio.
Dio non può fare il male Ora, Dio non può fare il male né per natura, né per volontà, in quanto in esso non può venire meno quel principio attivo che muove tutta la natura, in quanto esso ha una potenza infinita; non può venire meno neanche la sua volontà che muove verso il fine ultimo, in quanto tale volontà è «la somma bontà, in cui consiste il fine ultimo e la regola di tutte le volontà».
Da tali considerazioni si ricava anche che Dio non può essere neppure causa di male a tal punto di far agire male gli altri.
Ma entra in gioco, a questo punto, anche il principio di partecipazione ed imitazione platonicoSecondo questo principio, le idee partecipano tutte di un'unica idea (l'idea del Bene) e in forza di questa idea esse sono accomunabili tra loro, pur mantenendo la loro diversità nell'unità di sistema.: come dice lo stesso Tommaso: «Ciò che si riscontra comunemente in tutti gli agenti creati occorre che ciò provenga dall'imitazione del primo agente, che dà a tutti la sua somiglianza, nella misura in cui possano riceverla».
Quindi, è «conveniente a Dio» dirigere verso sé stesso tutte le cose, cercando di non farne allontanare nessuna da sé. Per questo motivo, in quanto esso è il sommo bene verso cui tutte le cose tendono, non può essere la causa dell'allontanamento della volontà dallo stesso sommo bene, proprio di quell'allontanamento in cui consiste il male.
Dio causa dell'azione che nell'agente è malvagia Per san Tommaso, se Dio non è la causa del male, è sicuramente causa dell'azione del male.
Riferendosi a tale problema, nell'articolo secondo, egli ci informa che presso gli antichi c'era una duplice opinione.
Infatti alcuni, pensando alla deformità del male che non aveva causa in Dio, affermavano che l'azione del fare il male non proveniva da Dio.
Altri invece, basandosi sull'idea che l'azione del peccato provenisse da Dio, pensavano all'essenza stessa dell'atto che proveniva da Dio per due motivi:
Dio è l'ente per essenza, ed è nel suo essere che sia necessario che provenga da lui stesso tutto ciò che è; infatti, non esiste nessun ente il cui essere derivi da sé stesso, ma ogni ente è tale in quanto partecipa dell'essere di Dio. Quindi, siccome l'atto del peccare è un determinato ente, esso, come tale, deriva da Dio. Sempre per il principio di partecipazione, è necessario che ogni movimento delle cause seconde sia causato dal primo motore, «come tutti i movimenti dei corpi inferiori sono causati dal movimento del cielo». Essendo Dio il primo motore rispetto a tutti i movimenti sia spirituali che corporei, ed essendo l'atto del peccato un movimento basato sul libero arbitrio, bisogna dire che l'atto del peccato, in quanto atto, deve provenire da Dio.
Ma come si è già detto, non tutte le cose ricevono allo stesso modo il movimento del primo motore, ma ognuna a modo suo. Questo avviene perché quando un essere si trova nel migliore dei modi per ricevere il "movimento" dal primo motore, che è Dio, se ne ricava un'azione perfetta secondo l'intenzione dello stesso primo motore; ma se l'essere ricevente non si trova in una condizione adatta per ricevere la "mozione del primo motore", si ricaverà un atto che non è perfetto, il male.
Con questo, san Tommaso afferma: «Ciò che vi è di azione si riconduce al primo motore come alla propria causa; ciò che invece vi è di difettoso non si riconduce al primo motore come alla propria causa, poiché un tale difetto consegue nell'azione per il fatto che l'agente si allontana dall'ordine del primo motore». Per questo bisogna sostenere che l'azione del peccato, l'agire proviene da Dio, ma non proviene da Dio lo stesso male.
Il diavolo Dopo aver verificato che Dio non può essere causa del male, san Tommaso s'interroga per capire se tale causa possa essere attribuita al diavolo. Ed egli comincia col dare varie definizioni della «causa che muove qualcosa» in: attuante, disponente, imperante e consigliante.
Il diavolo, può essere causa del male come colui che persuade, sia interiormente che esteriormente, un uomo, ma non può essere causa «alla stregua di chi dà attuazione». Può persuadermi al male ma questo viene messo in atto da me stesso.
Ora, siccome il peccato non è una forma, ma un atto, può essere causa del peccato solo chi «può muovere direttamente la volontà all'atto del peccare».
Sotto tale aspetto, la volontà può subire un'influenza nell'agire soltanto in due modi: o dall'esterno o dall'interno. Dall'esterno solo attraverso un oggetto che sia conosciuto,(un bene riconosciuto come desiderabile) dall'interno «la volontà è mossa come da chi produce lo stesso atto della volontà».
L'assenso dell'intelletto Ma la volontà di un oggetto non viene mossa necessariamente, anche se l'intelletto dà il suo assenso alla verità che gli si pone dinanzi. Tale dicotomia san Tommaso la spiega affermando che sia la volontà, che l'intelletto tendono necessariamente verso quel determinato oggetto «a cui sono per natura ordinati».
Quindi, l'intelletto dà necessariamente il proprio consenso solo a quei principi che sono conosciuti naturalmente, alla verità, mentre la volontà desidera, tende in maniera naturale solo verso la beatitudine, rifiutando la miseria.
Da ciò si ricava che «tutte quelle affermazioni che hanno un legame necessario con i primi princìpi naturalmente conosciuti, muovono necessariamente l'intelletto», l'intelletto aderisce a ciò che è vero;
se, invece, esistessero delle conclusioni che non presentassero un legame necessario con quei principi primi conosciuti naturalmente, «l'intelletto non sarebbe costretto a dare ad esse il proprio assenso».
L'assenso della volontà La stessa cosa dovrà valere anche per la volontà, in quanto essa si muove necessariamente solo verso ciò che ha una necessaria connessione con la beatitudine, che è desiderata per natura.
Siccome, come per san Tommaso è evidente, i beni terreni non hanno questo rapporto necessario con la beatitudine, anche se all'uomo verrà presentato un oggetto terreno come un bene, la volontà può anche non volerlo, in quanto essa accetta solo quel bene perfetto che è Dio, poiché senza tale bene l'uomo non potrebbe essere felice.
Da quanto detto si comprende che «il movimento della volontà procede direttamente dalla volontà di Dio, che è causa della volontà, il quale è l'unico che può influire sulla volontà e può inclinarla ovunque voglia».
La volontà dell'uomo è causa del male Siccome abbiamo escluso che Dio possa essere causa del peccato e che il movimento della volontà può derivare solo da Dio stesso, possiamo quindi affermare che nient'altro «è causa diretta della volontà del peccato dell'uomo se non la sua volontà».
Quindi, è anche evidente che neanche il diavolo può essere causa del peccato, ma può esserne causa soltanto alla stregua di chi persuade.
Il diavolo, secondo san Tommaso, può persuadere l'uomo a compiere un determinato atto soltanto in due modi: in modo visibile e in modo invisibile.
a) In modo visibile quando persuade l'uomo utilizzando i sensi, «come tentò il primo uomo nel paradiso sotto forma di serpente e Cristo nel deserto»;
b) nel modo invisibile c'è un'ulteriore distinzione: persuasione e disposizione.
Per modo di persuasione, «come quando alla potenza conoscitiva è presentato qualcosa come bene», e un bene può essere presentato all'intelletto, al senso interno o al senso esterno.
Il primo modo, cioè la presentazione di un bene all'intelletto umano, che solo "l'intelletto angelico" è in grado d'illuminare, può far conoscere all'uomo qualcosa attraverso una "illuminazione", non può essere utilizzato dal diavolo, in quanto l'intelletto quanto più è illuminato tanto più è capace di far fronte all'inganno che è proprio del diavolo. Quindi, egli potrà utilizzare i restanti due modi.