Il convento di San Bernardino o convento degli Zoccolanti è un convento francescano di Urbino, posto sul crinale del colle di San Donato, tra le prime propaggini dei colli delle Cesane, a circa 2,5 km fuori dall'abitato, in via San Bernardino, nei pressi del bivio con via Ca' Corona. Il colle sorge davanti al lato sud-orientale del centro storico, posizione che offre al convento un ampio panorama sulla città. La chiesa conventuale è sede della parrocchia di San Donato, retta dai Frati Minori francescani.

Storia Nel sito era presente sin dalla fine del XIII secolo la chiesa di San Donato, appartenente all'abbazia di Fonte Avellana, in cui fu sepolto Guido il Vecchio da MontefeltroBurns, 1993, p. 232. Tra gli anni venti e trenta del XV secolo vi si aggiunse il convento dei Frati Minori Osservanti, per volontà di Guidantonio da Montefeltro, con bolla di Papa Martino V.

Sotto il duca Federico da Montefeltro il convento godette di molte attenzioni, fino alla decisione da parte del duca di ricostruirlo per erigervi il proprio mausoleo, affidando il progetto al suo architetto di fiducia, Francesco di Giorgio Martini, coadiuvato da un giovane Bramante. I lavori però iniziarono dopo la morte del duca, avvenuta nel 1482, e terminarono nel 1491, sotto la guida di Ottaviano Ubaldini. Ma proprio dopo la morte del duca, il ducato affrontò un periodo di crisi che si rifletté anche sui lavori di ricostruzione del convento, che andarono a rilento e restarono incompiuti, se come sembra sarebbe dovuto sorgere un altro chiostro sul lato destro della nuova chiesaBurns, 1993, p. 235..

Nel 1506 il convento ospitò Papa Giulio II durante la sua visita alla città. Il convento fu confiscato all'indomani dell'Unità d'Italia e destinato a ricovero per senza tetto, oltre alla sistemazione, nell'orto e nella selva, del principale cimitero cittadino. La manutenzione della struttura fu però trascurata, fino agli anni venti del XX secolo, quando avvennero i lavori di restauro, durante i quali fu probabilmente abbattuto anche il tratto di muro tra la chiesa conventuale e l'ex chiesa di San Donato. Al termine dei lavori la struttura tornò alla comunità monastica, appartenente alla Provincia Picena San Giacomo della Marca dei Frati Minori. Nel 1973 furono attuati alcuni interventi di restauro dalla competente soprintendenza.

A partire dal 2012, subito dopo l'eccezionale nevicata di febbraio che aggravò ulteriormente le problematiche strutturali del complesso, fu sottoposto ad una serie di interventi di restauro ancora in corso, per risanare gli edifici dopo decenni di incuria. Come testimoniò il crollo parziale della volta del dormitorio, a causa dell'infiltrazioni d'acqua piovana, avvenuto nella notte del 22 gennaio 2011, senza causare vittime.

Descrizione Nel complesso si assiste ad un contrasto tra la raffinatezza della chiesa e la semplicità del resto del convento, tipica quest'ultima degli edifici francescani, dal momento che la chiesa era stata concepita per essere anche un mausoleo ducale e non solo una chiesa conventuale. Si sviluppa sul lato orientale della chiesa, con una pianta rettangolare su due piani, con facciate in laterizi a vista e pochissime decorazioni. Aveva in origine tre chiostri, ne sopravvivono due, in quanto il primo più anteriore, tra le chiese di San Bernardino e San Donato, ha subito la demolizione del lato che lo separava dalla strada esterna, entro la prima metà del XX secolo. Il convento ha il suo fulcro nel chiostro centrale a pilastri architravati sorreggenti un architrave in arenaria, sul quale si notano degli archi tamponati, forse traccia di un precedente porticoMazzini, 2000, p. 450.. Il chiostro rappresenta una nota originale tra le opere di Francesco di Giorgio.

Chiesa o Mausoleo ducale

L'edificio presenta una limpida nitidezza architettonica, tipica del Rinascimento urbinate, tanto che la sua navata richiama lo stile del Duomo martinianoBurns, 1993, p. 232.. La chiesa fece da modello per la chiesa di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio, nei pressi di Cortona, edificata dallo stesso architetto pochi anni più tardi.

Quando fu consacrata (fine XV secolo), assorbì anche le funzioni di chiesa parrocchiale legate alla precedente chiesa, che mantenne fino alla prima metà del XVII secolo, in seguito al trasferimento di tale titolo ad una nuova chiesa, eretta ex novo nelle vicinanze, in modo da lasciare San Bernardino alla sola comunità francescana. Il titolo della parrocchia rimane alla chiesa di San Donato in San Bernardino.

Nel corso del XVI secolo la chiesa fu arricchita probabilmente da alcuni affreschi soprattutto sui pennacchi della cupola e sul fregioBurns, 1993, p. 241.. Ma fu verso la fine dello stesso secolo che venne stravolto il progetto martiniano, con lo sfondamento dell'abside semicircolare dietro all'altare maggiore per realizzare un coro quadrilatero. Nel 1741 il complesso fu danneggiato da un terremoto, che provocò il crollo della cuspide del campanile, che fu sostituita da una copertura più piana. Verso il 1849 sotto l'altare maggiore fu posta un'urna marmorea con le reliquie di Sant'Alessandro martire, quando la chiesa fu riconsacrata dall'arcivescovo Angeloni, come ricorda l'epigrafe sulla parete di fondo del coro sotto alla pala d'altare. Nel 1824 e nel 1860 la chiesa fu sottoposta ad interventi di restauro, commemorati sull'epigrafi al centro del pavimento della navata.

Descrizione L'esterno della chiesa, in laterizio, originariamente intonacataBurns, 1993, p. 230., è costituito da un corpo compatto e quasi privo di decorazioni, fatte salve le cornici marcapiano, le finestre e l'incorniciatura del portale. La facciata è alta e stretta, culminante in un frontone ed attraversata dalle fasce decorative in arenaria che proseguono su tutto il perimetro. Sulla facciata principale si apre al centro il portale in travertino, con un'apertura centinata fiancheggiata da colonne corinzie scanalate su piedistallo e sorreggenti una trabeazione. In asse su questo si aprono due finestre architravate, quella superiore è a bifora. Il tiburio della cupola è cilindrico, con un lanternino. Agli angoli dei bracci si trovano dei contrafforti.

Il severo stile esterno, quasi da fortezza militare, contrasta con l'elegante classicismo dell'interno. Esso è infatti luminoso, essenziale e monumentale allo stesso tempo, con una pianta centrale, allungata su un lato in una piccola navata ad aula unica voltata a botte; con gli ambienti interni che si sviluppano per una lunghezza di 29 metri. Il lato longitudinale (piedicroce), si innesta ad una crociera quadrata, coperta dalla cupola emisferica, con due absidi semicircolari ai lati ed un coro rettangolare, voltato a botte, dietro l'altare maggiore. Le nicchie sono estradossate, circondate cioè da archi con doppia ghiera cornice modanata, fino alla linea d'imposta. La crociera è illuminata da tre finestre a bifora architravate, sopra alle absidi, poggianti sulla trabeazione del fregio, che nella navata costituisce la cornice d'imposta della volta.

La cupola è retta, oltre che dalle pareti, da quattro colonne composite a fusto liscio su alti plinti, che rendono leggibile lo scarico del peso a terra. La struttura della crociera con le quattro colonne angolari, gli archi, la cupola e le tre absidi originarie costituiva quasi un corpo a sè, come una sorta di baldacchino monumentaleBurns, 1993, p. 231.; costituendo un ambiente a tricora derivato da modelli tardoantichi, affini alla destinazione sepolcrale della chiesa.

Le pareti dimostrano la predilezione dell'architetto per le superfici spoglie e sobriamente decorate. Alcune cornici modanate in pietra (che risaltano sull'intonaco bianco, secondo uno schema di brunelleschiana memoria) si trovano all'altezza dello zoccolo, della cornice e del fregio che corrono lungo tutto il perimetro. Sul fregio è riportata la seguente iscrizione, ripristinata dopo i restauri degli anni venti del XX secolo, in lettere capitali romane ispirata a quella del cortile del Palazzo Ducale, tratta da un'antifona trionfale di San Giovanni da Capestrano per la fine della processione dei vespriSerra, 1932, p. 104., in cui si legge una lode a san Bernardino, allora ancora beato: "O SPLENDOR PUDICITIAE ZELATOR PAUPERTATIS AMATOR INNOCENTIAE CULTOR VIRGINITATIS LUSTRATOR SAPIENTIAE PROTECTOR VERITATIS ANTE THRONUM FULGIDUM AETERNAE MAIESTATIS PARA NOBIS ADITU[m] DIVINAE PIETATIS IMPLORA NOB[is] GRA[tia]M B[eate] BER[nardine]".

La navata è illuminata da sei finestre rettangolari (tre per lato), con cornici e timpano triangolare in pietra, sotto alla cornice d'imposta della volta e sopra ad una piccola cornice che dalla base della calotta delle absidi si allunga sull'intero perimetro della chiesa, in modo speculare all'esterno.

Sepolture illustri Sotto il pavimento della navata si trova la camera sepolcrale, ove riposano i resti di Federico da Montefeltro, suo figlio Guidobaldo e la moglie di costui, Elisabetta Gonzaga.

Opere d'arte Nella navata si trovano, uno di fronte all'altro, i cenotafi dei duchi Federico e Guidobaldo da Montefeltro, si tratta di due monumenti marmorei barocchi eretti nel 1620, ove predomina un elegante bicromia bianca e nera. I busti in marmo dei due duchi sono attribuiti a Girolamo Campagna. Sopra ai busti vi sono dell'epigrafi commemoranti i due duchi, dettate forse da Bernardino Baldi.

Nell'abside destro ai lati dell'altare vi sono due riquadri affrescati del 1642, raffiguranti Cristo e la samaritana al pozzo (a sinistra) e Tobia e l'angelo (a destra), opera di Girolamo Cialdieri, con interessanti vedute di Urbino sullo sfondo. Sulla parete di fondo del coro si trova una tela ottocentesca con la Madonna col Bambino ed i santi Bernardino e Leonardo da Porto Maurizio di Filippo Bigioli. Fino al 1810 questa posizione era occupata dalla Pala Montefeltro (1472 circa) di Piero della Francesca, che venne fatta li collocare dal Bramante per volere dello stesso Federico da Montefeltro e, sebbene sia più antica della chiesa di circa dieci anni, creava un rilevante dialogo tra architettura reale ed architettura dipinta. Tanto che la sua cornice originaria pare che fosse stata disegnata dallo stesso Francesco di Giorgio. Inoltre sull'altare di destra, si trovava una pala di Timoteo Viti, raffigurante la Vergine Annunciata tra i santi Giovanni Battista e Sebastiano, trafugata anch'essa dai francesi a inizio XIX secolo ed ora conservata presso la Pinacoteca di Brera. Sull'antico pulpito della chiesa vi era una piccola tavola di Giovanni Santi, Cristo morto sorretto dagli angeli, ora nella Galleria Nazionale delle Marche.

Ex chiesa di San Donato