Larea archeologica di Vetulonia è situata nel territorio comunale di Castiglione della Pescaia, nei pressi della frazione di Vetulonia, e conserva le vestigia dell'antica città etrusca e poi romana di Vetulonia (in etrusco Vetluna o Vatluna), uno dei principali centri dell'Etruria settentrionale e tra le città della «lega» dei dodici popoli (Dodecapoli etrusca).. Il sito fu in gran parte portato alla luce da Isidoro Falchi, a cui è dedicato il museo di Vetulonia.
L'area conserva i resti dell'abitato etrusco-romano e delle estese necropoli che circondavano la città, sorta su un colle che domina la Piana di Grosseto, un tempo in parte occupata dal Lacus Prelius, bacino lagunare comunicante con il Mar Tirreno e in seguito interrato e bonificato..
Storia degli scavi
Ricordata dalle fonti romane ma scomparsa nel Medioevo, Vetulonia perse anche il proprio nome, e la sua ubicazione rimase a lungo incerta. Le fonti antiche la collocavano nell'interno, non lontano dal mare, e un ulteriore indizio veniva da un rilievo marmoreo di età giulio-claudia rinvenuto a Cerveteri nel 1840, pertinente al ciclo statuario del teatro di Caere e tradizionalmente detto «trono di Claudio», che personifica tre popoli dell'Etruria, i Vetuloniesi, i Vulcenti e i Tarquiniesi (Vetulonenses, Volcentani, Tarquinienses): la città vi è raffigurata da una figura maschile con un remo, allusivo al suo legame con le acque... Alcuni documenti medievali del 1181 e del 1204 ricordano il toponimo antico tra i castelli del circondario di Massa Marittima, mentre un atto del 1179 attesta i nomi di Colonna e Colonnata, poi rimasti in uso: il borgo sorto sul colle fu infatti chiamato Colonna per tutto il Medioevo.. La questione dell'ubicazione era già stata discussa da George Dennis, console britannico, in un articolo del 1845 e nella sua opera The Cities and Cemeteries of Etruria (prima edizione 1848).
Fu Isidoro Falchi, medico condotto e archeologo dilettante, a riconoscere l'antico sito sul poggio di Colonna, esprimendone l'intuizione fin dal 1881; l'identificazione, sostenuta dalle sue ricerche, si affermò non senza accese discussioni, tra cui le polemiche con Antonio Malfatti e Carlo Dotto de' Dauli, e portò nel 1887 al ripristino ufficiale del nome di Vetulonia per il borgo di Colonna. Falchi condusse a Vetulonia trentaquattro campagne di scavo tra il 1884 e il 1913, proseguendo di fatto fino alla morte, avvenuta nel 1914. Le prime ricerche interessarono le necropoli settentrionali, in particolare quella di Poggio alla Guardia, i cui ricchi corredi orientalizzanti Falchi definì «ripostigli stranieri» per l'abbondanza di ornamenti personali e vasellame, e quelle di Poggio alle Birbe e Poggio Belvedere; sul vicino Poggio al Bello venne individuata nel 1886 la tomba del Duce, mentre a nord-ovest, sul Colle Baroncio, si esplorò un'altra necropoli villanoviana.. Il settore nord-orientale si rivelò via via il più ricco: vi furono scavati i circoli degli Acquastrini, della Sagrona e delle Pellicce (primo e secondo), il grande tumulo della Pietrera, indagato tra il 1893 e il 1894, e la tomba del Littore; campagne più tarde restituirono la tomba del Tridente, nel 1908, e, nel 1913, i circoli dei Lebeti e del Monile d'Argento, questi ultimi esplorati insieme a Luigi Pernier. Falchi documentò le indagini con una fitta serie di taccuini, disegni di piante e relazioni, in parte tuttora conservati negli archivi della Soprintendenza e del museo di Firenze, sui quali si è potuta basare la moderna ricostruzione dei complessi tombali.
Alla stagione delle ricerche di Falchi seguì, tra le due guerre, una fase di rallentamento, durante la quale non mancarono campagne di scavo nelle necropoli, condotte da Doro Levi, e la messa a punto delle conoscenze, come nel volume di Studi Etruschi del 1931 dedicato al cinquantenario delle prime ricerche; a Levi si deve anche una prima organizzazione topografica delle scoperte.; . Nel 1966 l'alluvione di Firenze danneggiò gravemente la collezione etrusca del museo di Firenze, comprese numerose suppellettili vetuloniesi. Nel secondo dopoguerra gli scavi ripresero con intensità nell'abitato, soprattutto nella zona di Costa Murata, dove un ingente scarico ha restituito un importante nucleo di ceramiche greche, mentre nella necropoli delle Dupiane, a nord-ovest, Anna Talocchini mise in luce una successione ininterrotta di deposizioni dall'età villanoviana a quella tardo-ellenistica.. A partire dagli anni settanta del Novecento l'attenzione si è rivolta anche al territorio, con indagini nei centri secondari; tra il 1985 e il 1990 la Soprintendenza, sotto la direzione di Mario Cygielman, condusse nuove campagne nel quartiere di Poggiarello Renzetti.; . Dal 2012 l'Università di Firenze porta avanti ricerche sistematiche sul territorio, mentre scavi recenti interessano anche il cuore dell'abitato moderno, in via Garibaldi.; .
L'area archeologica
Il sito conserva le vestigia degli insediamenti che si sono succeduti sul colle, alto circa 345 metri e sulla cui sommità sorge l'odierno borgo di Vetulonia, di aspetto prevalentemente medievale. Il rilievo, lambito alla base dal fiume Bruna, dominava un tempo l'ampio bacino del Lacus Prelius, attraverso il quale la città comunicava con il Mar Tirreno, distante una quindicina di chilometri, mentre i corsi d'acqua conducevano verso il distretto minerario delle Colline Metallifere. Le più antiche testimonianze, di carattere funerario, risalgono a un momento avanzato dell'età del Bronzo finale e soprattutto alla prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.); nel corso del VII secolo a.C. l'area divenne sede di una città pienamente organizzata.. Le vestigia si distribuiscono tra l'abitato, che occupava le due alture sommitali, e le vaste necropoli disposte sui rilievi circostanti e lungo le vie che conducevano al mare e al distretto minerario.
Le mura e l'Arce L'abitato si distribuiva su due alture e occupava un'area di circa 38-40 ettari, cinta da mura; la cosiddetta Arce, sulla cui sommità sorge il borgo, era dotata di una propria cinta. Un ampio tratto di mura poligonali, tradizionalmente identificato con le mura dell'Arce e assegnato al VI secolo a.C., è oggi oggetto di revisione: funzione e cronologia sono discusse e la struttura è stata reinterpretata come parte di un grande podio concepito per delimitare e monumentalizzare un'area sacra. In prossimità di essa, negli scavi condotti da Falchi e da Luigi Adriano Pernier tra il 1904 e il 1905 nell'area di casa Renzetti, furono rinvenuti un kottabos bronzeo sormontato da una statuetta di sileno e, poco distante, un deposito di oltre cento elmi del tipo Negau, ammassati in una cavità scavata nella roccia su più strati sovrapposti e tutti piegati e resi intenzionalmente inservibili; diversi esemplari recano inciso il gentilizio haspnas.. L'insieme, interpretato come deposito votivo legato all'area sacra dell'Arce, è stato letto come espressione congiunta dell'ideologia del simposio e della guerra e messo in relazione con forme di milizia organizzata su base gentilizia.. Resti della cinta urbica propriamente detta, di età ellenistica, sono stati individuati presso Poggiarello Renzetti, sebbene non sia certo che non si tratti di sostruzioni dell'abitato sovrastante.. Oggi non è facile seguire la cinta, in gran parte distrutta; nel centro storico del borgo se ne conserva un tratto nella parte settentrionale, presso il quale venne eretta la fortificazione del Cassero Senese.
L'abitato La testimonianza più evidente dell'abitato è il quartiere di Poggiarello Renzetti, riportato alla luce da Falchi tra il 1893 e il 1896 e indagato di nuovo tra il 1985 e il 1990. Databile alla fine del III e al II secolo a.C., esso documenta la rinascita della città in seguito all'alleanza con Roma ed è costituito da strade, tra cui un'ampia via lastricata che lo scopritore chiamò «via Decumana», da apprestamenti manifatturieri e da abitazioni.; . Vi si riconoscono diverse domus a pianta canonica con atrio, tra cui la domus «di Medea», assegnata ai primi decenni del II secolo a.C. e così denominata per la ricca decorazione fittile che ne ornava l'atrio compluviato, il cui programma figurativo, ricomposto grazie ai frammenti recuperati negli scavi più recenti, è stato ricondotto al mito di Medea a Corinto, secondo modalità note anche nelle domus coeve di Fregellae.. Vi si aprivano inoltre una grande domus con cisterna ricavata nella roccia, frequentata dal principio del III fino alla metà del I secolo a.C., e la domus «dei Dolia», che ha restituito bronzetti devozionali riferibili a un ambiente di culto domestico. Altre abitazioni signorili di età tardo-etrusca e romana sono note nel vicino quartiere di Costa Murata, dove sono state rinvenute anche masse di terrecotte architettoniche riferibili a edifici di culto, come pure a Costia dei Lippi. Proprio a Costa Murata un ampio scarico ha restituito un cospicuo nucleo di ceramiche greche, con pochi esemplari greco-orientali e numerosi vasi attici a figure nere e rosse, che attesta una fase di vita del centro protratta fino alla prima metà del V secolo a.C., poco documentata nelle necropoli nord-orientali.. Le tracce di distruzione riscontrate in tutti i quartieri finora scavati, non oltre la metà del I secolo a.C., sembrano segnare la fine della città etrusco-romana e sono state messe in relazione con gli sconvolgimenti dell'età sillana.
Le necropoli
L'area archeologica si caratterizza soprattutto per le estese necropoli, disposte sui rilievi che circondano l'abitato. Le più antiche sono le tombe a pozzetto del periodo villanoviano, distribuite sulle alture di Poggio alla Guardia, Poggio Belvedere e Poggio alle Birbe a nord-est e di Colle Baroncio a nord-ovest, talvolta raccolte entro grandi cerchi di pietre; la loro distribuzione ha fatto ipotizzare l'esistenza di due distinte comunità insediate sul colle.; . Il sepolcreto di Colle Baroncio, esplorato negli anni ottanta dell'Ottocento dalla famiglia Guidi, ha restituito, accanto ai corredi della prima età del Ferro, materiali che documentano precoci contatti con la Sardegna nuragica, tra cui un pugnale in bronzo di tipo isolano.; ; . Nella necropoli delle Dupiane, a nord-ovest, si succedono senza soluzione di continuità, dall'età villanoviana fino a quella tardo-ellenistica, sepolture di tipologia diversa, dal pozzetto alla fossa fino alla «cappuccina», in una delle sequenze cronologiche più complete dell'intero sito. I corredi villanoviani, deposti in cinerari per lo più biconici e talora in urne a capanna, un tipo di contenitore più diffuso in area laziale, si distinguono per la presenza di armi e di oggetti che segnalano il rango del defunto; già in questa fase la ricchezza mineraria delle vicine Colline Metallifere alimentò precoci scambi, documentati dai bronzi di produzione sarda e dai primi materiali d'importazione.; .