Dopo aver fatto parte di Lotta Continua, nel 1974-1975 entrò nelle Brigate Rosse dirigendo solo più tardi la colonna brigatista di Genova; fu membro del Comitato Esecutivo dell'organizzazione. Da brigatista adottò il "nome di battaglia" di "Roberto".

Considerato brigatista estremamente motivato, determinato e aggressivo, partecipò direttamente ad alcuni sanguinosi attentati durante gli anni di piombo; tra le sue vittime vi furono il commissario Antonio Esposito e il sindacalista della CGIL Guido Rossa. Dura morì il 28 marzo 1980 in un conflitto a fuoco con i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che avevano fatto irruzione nel covo delle Brigate Rosse di via Fracchia 12, a Genova.

Biografia I primi anni Riccardo Dura nacque a Roccalumera, in provincia di Messina, luogo di origine del poeta Salvatore Quasimodo, anche se era napoletano per parte di padre. Crebbe a Genova, dove si trasferì con i genitori durante l'infanzia: in seguito, il padre abbandonò la famiglia e Dura si trovò a vivere la giovinezza con la sola madre, con la quale ebbe un rapporto conflittuale, come emerge da una lettera scritta anni più tardi a quest'ultima, in cui le parla dei difetti del suo carattere e dei suoi problemi comportamentaliV. Tessandori: Qui Brigate Rosse, pp. 333-335.. Il ragazzo si dimostrò ribelle e irrequieto e trascorse un periodo nella nave-riformatorio "Garaventa"P. Casamassima, I sovversivi, p. 113..

Nel 1971, dopo aver terminato il servizio militare in Marina, trovò lavoro in ditte appaltatrici presso l'impianto Italsider di Cornigliano, lo stesso dove lavorava Guido Rossa, sua futura vittimaV. Tessandori: Qui Brigate Rosse, p. 333.. Inizia in questo periodo la sua militanza politica attiva in Lotta Continua, di cui divenne militante grazie a Andrea Marcenaro; in questo movimento politico si distinse per la radicalità delle sue posizioniP. Casamassima, I sovversivi, pp. 113-114..

La prima attività politico-militare

Nel 1973-1974 Riccardo Dura, dopo aver abbandonato Lotta Continua, si inserì nel cosiddetto "Comdag" (Comitato di Agitazione) della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Genova, con sede in via Balbi, dove stavano confluendo le istanze più estremiste e anche vicine alla lotta armata. Di esso facevano parte gli ex luddisti, gli ex Potere Operaio e la neoresistenziale W il Comunismo, area di fatto guidata da Gianfranco Faina, e il movimento di Lettere-Storia, con i quali Dura trascorse un anno senza imbracciare le armi.

Entrò a far parte delle Brigate Rosse con il nome di battaglia di "Roberto" quando il più ristretto "gruppo Faina" vi si federò con un comitato paritetico di tre persone. Dura motivò l'abbandono di Lotta Continua con la presunta decisione di imbarcarsi su navi da trasporto con l'Estremo Oriente, anche se in realtà egli aveva già preventivato il passaggio in clandestinità nelle Brigate Rosse, tanto che gli ex compagni dubitarono della veridicità delle motivazioni di DuraG. Bocca: Noi terroristi, p. 162., mentre nell'ambito del Comdag tutti ne erano a conoscenza e Faina fu il suo primo ufficiale pagatore. Dura fu per lungo tempo il solo membro genovese delle BR in clandestinità, mentre Faina, Baistrocchi, Fulvia Miglietta e altri, pur muovendosi con accortezza, vivevano alla luce del sole.

Nel 1975 divenne membro della neonata colonna genovese delle BR, fondata in quell'anno dai due dirigenti Mario Moretti (nome di battaglia "Maurizio") e Rocco Micaletto ("Lucio"), appositamente trasferitisi da Milano; gli altri membri originari furono il pittore ed ex membro del PCI Livio Baistrocchi ("Lorenzo"), Francesco Lo Bianco ("Giuseppe"), operaio della Ansaldo, e Fulvia Miglietta, studentessa e futura compagna di Dura (nome di battaglia: "Nora")M. Moretti, Brigate Rosse, una storia italiana, pp. 214-215., fra quelli che poi rimasero nell'organizzazione fino all'ultimo, mentre Gianfranco Faina, Giuliano Naria e alcuni aderenti alla "Lega dei Diritti dell'uomo" se ne distaccarono fra il 1975-76 e il secondo arresto di Renato Curcio e più atipicamente Baistrocchi se ne allontanò nell'inverno del 1976, per poi far ritorno nel 1977 e viverne il periodo più sanguinoso, che durò fino al 1980, caratterizzato dall'arrivo e dal dinamismo di Luca Nicolotti.

Dura divenne un dirigente dell'organizzazione e dal 1976 assunse la responsabilità del Fronte Logistico della colonna, incaricato di reperire armi, materiali e basi per la lotta armata; dopo la partenza di Rocco Micaletto nel 1978, divenne il capocolonna. Stando al resoconto fatto da Patrizio Peci e da altre fontiV. Tessandori: Qui Brigate Rosse, p. 296. non documentali, Dura prese parte di persona all'attività terroristica della colonna sin dall'8 giugno 1976, giorno in cui un nucleo armato delle Brigate Rosse uccise il giudice Francesco Coco e la sua scorta. Ma smentisce queste ipotesi la deposizione dell'ex BR Lorenzo La Paglia, cui Dura disse di aver preso parte alla sola attività di indagine.

Dura partecipò al sequestro dell'industriale Pietro Costa come carceriere del sequestrato nell'appartamento di via Pomposa a GenovaS. Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse, p. 188. e si recò più volte in Francia con Moretti e la Miglietta per l'approvvigionamento di armi per le Brigate Rosse; i tre brigatisti utilizzavano un sentiero del passo di Carmà, a metri di altezza, nei pressi di Ventimiglia, per trasferire le armi in Italia; in questo modo furono anche introdotti i fucili d'assalto Kalašnikov usati anche dalla colonna genoveseS. Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse, p. 301.. Il 21 giugno 1978 Riccardo Dura partecipò personalmente all'omicidio, all'interno di un autobus di linea, del commissario Antonio Esposito. Secondo la testimonianza di Adriano DuglioConcessa a RAI3 durante la puntata de La Grande Storia dedicata alla Colonna BR di Genova. (nome di battaglia "Eros"), membro del gruppo di fuoco brigatista coinvolto nel crimine, Dura contravvenne allo schema operativo predisposto dalle Brigate Rosse, che gli assegnava il ruolo di appoggio e copertura, mentre Francesco Lo Bianco avrebbe dovuto sparare. Il capo della colonna genovese, invece, prese parte direttamente all'assassinio e, dopo che Lo Bianco aveva già colpito la vittima, aprì il fuoco a sua volta sul commissario che, gravemente ferito, era rimasto incastrato nelle strutture della portiera dell'autobus, senza cadere immediatamente a terra.

In precedenza, nell'ottobre 1977, Dura aveva cercato di organizzare sugli Appennini, senza successo, un poligono di tiro per l'addestramento insieme al brigatista romano Valerio Morucci ("Matteo"); il tentativo si concluse con un incendio nel locale adibito a poligono e il rischio di essere individuati dalle forze dell'ordineV. Morucci: La peggio gioventù, pp. 269-285..

La sua partecipazione attivaM. Castronuovo: Vuoto a perdere, pp. 103-106.il regista Giuseppe Ferrara nel suo film Guido che sfidò le Brigate Rosse accoglie questa versione dei fatti. all'agguato di via Fani, invece, è stata smentita da altri brigatisti (soprattutto da Valerio Morucci, che prese parte allo scontro a fuoco) e dalle risultanze processuali. Secondo Morucci, inizialmente era stato previsto che Dura partecipasse all'agguato con il ruolo di rinforzare la copertura all'incrocio di via Stresa, ma all'ultimo momento il suo coinvolgimento diretto sarebbe stato cancellato.

L'omicidio di Guido Rossa

Il 24 gennaio 1979 Riccardo Dura fece parte, con Lorenzo Carpi ("Elio") e Vincenzo Guagliardo ("Pippo"), del gruppo brigatista che uccise il sindacalista della CGIL Guido Rossa: secondo la testimonianza di alcuni brigatisti, Guagliardo avrebbe sparato per primo ferendo alle gambe il sindacalista, mentre Dura sarebbe intervenuto in un secondo tempo uccidendo Rossa con un colpo al cuoreG. Bocca, Noi terroristi, p. 170; Dura in seguito, alla richiesta di spiegazioni da parte degli altri brigatisti, avrebbe risposto: "Le spie vanno uccise".. Secondo le testimonianze di alcuni brigatisti collaboranti con la giustizia, sembra che il Comitato esecutivo delle BR e la direzione della colonna genovese avessero deciso di ferire alla gambe il sindacalista e che Dura, uccidendo Rossa, avrebbe agito di sua iniziativa.

Sulla morte di Rossa, sulle precise modalità dell'esecuzione e sulle motivazioni dei brigatisti, sono circolate comunque varie ipotesi: dall'evento fortuito in seguito a colluttazione tra i brigatisti e RossaG. Bocca, Noi terroristi, p. 170., all'eccesso di reazione di Dura di fronte alla resistenza di Rossa che cercò di barricarsi dentro la sua autoV. Tessandori, Qui Brigate Rosse, pp. 208-210; G. Fasanella/S. Rossa, Guido Rossa, mio padre, pp. 96-97, testimonianza del capo brigatista Luca Nicolotti., alla volontà personale di Dura di uccidere un "traditore di classe" all'insaputa dei compagni e contrariamente alle indicazioni del Comitato esecutivoG. Fasanella/S. Rossa, Guido Rossa, mio padre, pp. 84-85, testimonianza del brigatista Enrico Fenzi., al piano premeditato di Dura e Moretti (con il resto dell'Organizzazione all'oscuro) per uccidere Rossa. Questa tesi, avanzata principalmente da Sabina Rossa, figlia di Guido, presuppone la teoria di un doppio livello delle Brigate Rosse, con Moretti e i suoi luogotenenti considerati elementi ambigui con progetti e scopi autonomi rispetto a quelli delle BRG.Fasanella/S.Rossa, Guido Rossa, mio padre, pp. 126-133..

Dal racconto di Vincenzo Guagliardo sembrerebbe che Riccardo Dura si sia accorto subito di aver ucciso Rossa; egli cercò di giustificare la sua azione dicendo a Guagliardo di essere intervenuto perché convinto che lui non lo avesse colpito e anche per scarsa fiducia nelle capacità operative del suo compagnoG.Bianconi, Il brigatista e l'operaio, pp. 12 e 87.. Sembra comunque che Dura sia stato criticato all'interno dell'organizzazione per la sua cruenta azione, messa in atto in contrasto con le decisioni dei comitati dirigenti delle Brigate RosseV. Morucci: La peggio gioventù, p. 297.

L'ultima attività politico-militare Nell'estate del 1979, insieme a Mario Moretti, Massimo Gidoni e Sandro Galletta, Riccardo Dura si recò in Medio Oriente, a bordo della barca "Papago", per recuperare dai palestinesi armi da distribuire ai gruppi terroristici europeiP. Casamassima, I sovversivi, p. 114.. Il viaggio si concluse con successo e un notevole quantitativo di armi ed esplosivi venne trasferito in Italia. Dopo il rientro a Genova, Dura riprese la sua attività organizzativa e direttiva all'interno della colonna, impegnata, come le altre formazioni brigatiste, in una cruenta offensiva contro le forze dell'ordine.

Il 21 novembre 1979, secondo alcune fonti, avrebbe partecipato all'omicidio dei carabinieri Vittorio Battaglini, maresciallo Comandante del Nucleo Radiomobile, e Mario Tosa, assassinati alle spalle in un bar di Sampierdarena: in realtà è dubbio il ruolo che avrebbe avuto nel crimine, in cui forse non ebbe parte diretta e che potrebbe essere stato messo materialmente in atto da Livio Baistrocchi, Lorenzo Carpi e Francesco Lo BiancoV. Tessandori, Qui Brigate Rosse, pp. 242-243.G. Feliziani, Colpirne uno educarne cento, pp. 49-50..