La storia di Magasa, piccolo comune della Val Vestino oggi in provincia di Brescia, è segnata dalla posizione dell'abitato in una valle chiusa e a lungo priva di collegamenti agevoli, e dalla sua condizione di terra di confine: dominio dei conti Lodron e soggetta al principe vescovo di Trento per oltre sei secoli, austriaca fino al 1918, trentina fino al 1934 e da allora lombarda.

Preistoria ed età antica Il territorio risulta frequentato già in epoca preistorica.; secondo Federico Odorici l'insediamento originario sarebbe riconducibile agli Stoni e ai Galli Cenomani..

Un'ascia in bronzo ad alette terminali di tipo Povo, databile alla prima Età del ferro (IX-V secolo a.C.), rinvenuta casualmente in una località del monte Denai nel 2017 e oggi conservata presso il Museo archeologico della Valle Sabbia di Gavardo, testimonia l'antica frequentazione di queste montagne da parte di popolazioni appartenenti alle culture di Luco-Meluno e Breno-Dos dell'Arca, che le fonti storiche attribuiscono alla stirpe retica o euganea. I popoli principali di questo gruppo saranno i Camuni della Val Camonica, i Trumplini della Val Trompia e gli Stoni, che sembra dominassero il Trentino sud-occidentale compreso tra il lago d'Idro, la Valle Sabbia, la Val Vestino, le valli delle Giudicarie, il basso Sarca e la parte nord del monte Baldo.

Secondo i ricercatori, dossi e rilievi mantenevano in quei tempi una funzione di controllo del territorio, mentre il rinvenimento di oggetti sporadici provenienti dalle valli montane dell'entroterra attesta la continuazione degli interessi economici tra le alte terre del lago di Garda, la pianura e le valli del Trentino. Sui rilievi del Garda occidentale alcuni siti continuano in quel periodo ad avere una vocazione insediativa, come il Colle San Martino di Gavardo e Castelpena in comune di Roè Volciano, con valenze anche rituali, così come i siti di Monte Covolo di Villanuova sul Clisi e della Rocca di Manerba.. Il manufatto è stato fotografato ed è in corso di inventariazione nonché di analisi metallografica.

Con la piccola frazione di Cadria, Magasa fu poi interessata dalla presenza romana e longobarda..: al periodo romano è riferito il peso di stadera rinvenuto in paese attorno al 1960.

Il toponimo è attestato per la prima volta in due documenti del 1356, relativi entrambi a controversie sui diritti di pascolo e di transito con le comunità della valle del Chiese...

Il dominio dei Lodron Le origini del feudo Nei secoli passati Magasa e le altre sei comunità rurali della Valvestino furono dominio dei Lodrone, detti anche semplicemente, alla trentina, Lodron. Quest'antica, ricca e potente famiglia nobiliare, originaria della valle del Chiese e probabilmente dell'omonimo villaggio, soggetta alla potestà del principe vescovo di Trento, dettò legge su questo territorio montagnoso ininterrottamente per oltre seicento anni, dal 1100 circa fino agli inizi dell'Ottocento.

Insediati stabilmente nei palazzi del Caffaro e Bavaria di Lodrone, nei castelli di San Giovanni di Bondone, Santa Barbara di Lodrone e Castel Romano di Pieve di Bono, i conti mantennero un legame molto stretto con la valle, il feudo più antico fra tutti quelli posseduti, tanto che negli atti amministrativi e notarili erano soliti chiamarsi «Signori della Val Vestino».

Il primo documento che comprova l'appartenenza della valle alla consorteria di Lodrone risale al 4 giugno del 1189, quando a Storo, nella chiesa di San Floriano, sette rappresentanti delle più note famiglie storesi strinsero fra loro un patto per la divisione consensuale del castello di Lodrone e delle proprietà che Calapino, cavaliere di Lodrone e vassallo della potente famiglia guelfa degli Appiano di Bolzano, possedeva nella Valvestino.

Nei secoli successivi si susseguirono da parte degli «avvocati» del principe vescovo di Trento varie investiture di conferma alla casata lodroniana per il feudo valvestinese: l'ultima risale al 1396. Secondo gli storici il vero fondatore della potenza della dinastia fu Paride (1380-1439), detto il Grande, abile e feroce guerriero al soldo di Venezia, i cui due figli Giorgio (1400-1461) e Pietro (†1485), pure condottieri al servizio della Serenissima, nel 1452 furono creati conti del Sacro Romano Impero. In quel periodo la Contea di Lodrone comprendeva anche il territorio di Riccomassimo, Darzo e Bondone. Il conte Giorgio Lodron, fondatore del ramo di Castel Lodrone, fu nel 1456 il promotore della tentata riconquista armata del villaggio di Droane, appartenente al comune di Tignale.

Il compromesso arbitrale del 1405 sui confini del monte Tombea Nel XV secolo è documentata per la prima volta la lite scaturita fra le comunità di Val Vestino, esclusa quella di Bollone, e quella di Storo per lo sfruttamento, il possesso e l'utilizzo dei pascoli d'alpeggio di malga Tombea. Il documento, una pergamena in latino conservata presso l'archivio storico del comune di StoroA.C. Storo, pergamena n. 21, 1405, 21 agosto: «Lite, compromesso fra la comunità di Storo e quelle di Magasa, Armo, Persone, Moerna e Turano nella Val Vestino causa la lite per i rispettivi confini del monte Tombea». Il testo latino integrale è edito in ., fu copiato, tradotto e pubblicato dal ricercatore Franco Bianchini nel 2009. e riportato nelle sue parti essenziali da Michele Bella nel 2020..

Al centro della discordia vi era la delimitazione del confine montano, riconducibile con molta probabilità alla zona della conca pascoliva con la sua preziosa pozza d'abbeverata compresa tra il Dosso delle Saette e Cima Tombea, detta la Piana degli Stor, e più a ovest alla prateria verso la Valle delle Fontane e la Bocca di Cablone. In quei tempi, a quanto sembra, non era stato mai definito legalmente a chi appartenesse quel territorio: nessun cippo era stato collocato e la conoscenza dei luoghi era basata sull'usanza e sulla tradizione orale dei contadini sedimentatasi nel tempo. Le praterie delle comunità valvestinesi erano allora assai ridotte e le sole malghe Corva, Alvezza, Bait, Selvabella e Piombino non bastavano a soddisfare i bisogni degli allevatori: queste «erbe» d'alta quota erano fondamentali per la sopravvivenza delle comunità rurali locali, che vi conducevano le proprie mandrie dai primi di luglio a circa il 10 agosto. Non si conoscono le cifre esatte dei capi di bestiame di quel secolo, ma una stima del 1946 rende noto che i malghesi potevano disporre per la sola monticazione del monte di circa 180 capi di mucche da latte e manze; terminato il periodo della malga, il prativo veniva occupato dal bestiame minuto, capre e pecore, presente nell'alpeggio della Valle di Campei.

La controversia iniziò venerdì 21 agosto 1405 nella contrada Villa di Condino, sulla piazza Pagne, presso la casa comunale, alla presenza dei due procuratori delle comunità in causa e di numerosi testimoni. Il notaio Pietro del fu notaio Franceschino di Isera, cittadino di Trento e abitante nella villa di Stenico, con la collaborazione del notaio Paolo, stilò un documento su pergamena, identificando innanzitutto i presenti e valutando i loro mandati e i documenti prodotti dalle parti.

La comunità di Storo era rappresentata da Benvenuto detto «Greco», figlio del fu Bertolino della villa di Storo, «legittimo ed abilitato sindico-procuratore e gestore degli interessi degli uomini e persone nonché della comunità ed universalità di detta villa di Storo»; quella della Val Vestino da Giovannino del fu Domenico della terra di Turano, procuratore «degli uomini e persone nonché della comunità ed universalità delle ville di Magasa, Armo, Persone, Turano e Moerna». La questione era prettamente confinaria: i due dichiararono pubblicamente di voler giungere alla concordia e alla risoluzione della lite «a lungo vertente» a proposito del monte Tombea, situato fra i confini delle due parti, «poiché a mattina ed a settentrione confinano gli uomini e le persone della Valle di Vestino, ed a mezzogiorno ed a sera confinano gli uomini e persone della detta terra di Storo».

Entrambi i procuratori portarono a sostegno delle loro affermazioni testimoni che, basandosi sulle antiche tradizioni e consuetudini, sostenevano che il territorio spettasse da tempo immemorabile all'una o all'altra comunità, ma nessun documento scritto fu prodotto che permettesse di dimostrare con certezza la proprietà. Benvenuto detto «Greco» dichiarò che il monte spettava di diritto agli uomini di Storo, e che essi e i loro predecessori vi avevano pascolato «già da 10, 20, 30, 50, 80 e 100 anni ed oltre, da non esservi alcuna memoria in contrario […] come territorio di loro libera proprietà, senza alcuna molestia, disturbo o contraddizione» da parte dei valvestinesi. Giovannino del fu Domenico ribatté negando tale ricostruzione e asserendo che il monte Tombea, nella sua totalità e con tutte le sue adiacenze, spettava esclusivamente agli uomini delle comunità di Magasa, Armo, Persone, Turano e Moerna.

Vista la divergenza, la soluzione parve a tutti i presenti l'arbitramento, contratto con cui le parti litiganti devolvevano la risoluzione della contesa al giudizio di persone scelte liberamente. I due «sindaci» nominarono così alcuni pacificatori, detti anche arbitri, definitori o probiviri: Benvenuto scelse Giacomo figlio del fu Giovannino di Agrone, Giovanni detto «Pìzolo», il notaio Giacomo di Comighello e il notaio Giovanni del fu notaio Domenico di Condino; Giovannino scelse Picino del fu ser Silvestro detto «Toso» di Por, Franceschino fu ser Giovannino di Agrone, Giovanni fu ser Manfredino di Fontanedo e Giovanni figlio di Pizino detto «Regia» di Sàssolo.

Gli arbitri furono investiti dell'autorità di ascoltare le parti, decidere, definire, giudicare, sentenziare e promulgare, e di imporre alle parti di non ricorrere in alcuna sede di giudizio contro quanto deliberato. Fu stabilito che in caso di inosservanza dell'accordo si applicasse un'ammenda di 200 ducati, da versare per metà alla camera fiscale del principe vescovo di Trento e per metà al nobile Pietro Lodron, «signore generale di dette terre di Magasa, Armo, Persone, Moerna e Turano della Valle di Vestino»Nella seconda metà del XIV secolo la casata dei Lodron si era divisa in due rami: quello di Castel Lodrone, guidato da Pietro Ottone (1381-1411) di Pederzotto di Lodrone, chiamato anche Pietrozotto in alcuni documenti, detto «il Pernusperto» oppure «il Potente», e quello di Castel Romano. Pietro, uomo d'arme in perenne lotta contro la famiglia dei D'Arco per il possesso delle Giudicarie, sostenne lealmente il vescovo di Trento e il suo vicariato fu ben ripagato: il 7 novembre 1385 il vescovo Alberto di Ortenburg infeudò il castel Lodrone ai fratelli Pietrozotto, Alberto, Albrigino, Iacopo Tomeo e Parisio. L'11 aprile e l'8 giugno 1391 il vescovo Giorgio di Liechtenstein lo investì con il fratello Albrigino del castello di Lodrone e della riscossione di varie decime; il 24 novembre 1399 tutti i feudi di Lodrone, compresi Castel Romano e le sue pertinenze, furono investiti a Pietro dal vescovo Giorgio. Il 2 aprile 1407 figura a fianco di Rodolfo de Belenzani nella rivolta contro lo stesso vescovo, imprigionato nella Torre Vanga. Cfr. .. Le parti si impegnarono inoltre a rifondere tutti i danni causati e le spese sostenute, garantendo la somma con un'ipoteca su tutti i beni personali e su quelli delle rispettive comunità. Al termine i due procuratori giurarono con tocco di mano sulle sacre scritture di osservare le deliberazioni e chiesero al notaio di stilare un pubblico documento da consegnare a ciascuna delle parti. Fungevano da giudici d'appello il nobile Pietro del fu Paride di Lodrone e l'«onorabile signor Matteo, notaio e cittadino di Trento ed assessore del nobile Erasmo di Thun in Val di Non, vicario generale nelle Giudicarie» per conto del principe vescovo Giorgio.

La divisione del 1511 dei pascoli e dei boschi