il Resto del Carlino è un quotidiano italiano, tra i più antichi tuttora in vita. Fondato nel 1885, è il giornale simbolo di Bologna e il primo quotidiano per diffusione in Emilia-Romagna e Marche, nonché il settimo quotidiano più diffuso in Italia. Tra il 1945 e il 1953 la testata ebbe il nome Giornale dell'Emilia.

Dal 1966 al 2026 è stato di proprietà della famiglia Monti-Riffeser. Dal 2026 è di proprietà della società Lmdv Media di Leonardo Maria Del Vecchio.

Origine del nome Nel 1885 a Firenze circolava un giornale di nome Il Resto al Sigaro,La testata ebbe una vita effimera: morì a soli due anni di età, nel 1887, soffocato dall'aumentato prezzo dei sigari fiorentini. Un altro «Resto al Sigaro», uscito a Milano nel 1886, durò nove anni. venduto nelle tabaccherie al prezzo di 2 centesimi. Costando un sigaro 8 centesimi, era facile per gli esercenti abbinare la vendita dei due prodotti e rendersi così promotori del giornale. Un gruppo di amici bolognesi che frequentava abitualmente il capoluogo toscano trovò l'idea interessante e, nel giro di due mesi, decise di importarla nella città felsinea. I loro nomi erano Cesare Chiusoli, Giulio Padovani e Alberto Carboni, tutti e tre con alle spalle studi di giurisprudenza e un'attività consolidata di giornalismo in altri quotidiani cittadini (Stella d'Italia, La Patria).Bologna nel 1885 contava già quattro quotidiani - la «Gazzetta dell'Emilia», «La Patria» (dal 1874), «La Stella d'Italia» (fondata da Franco Mistrali nel 1878), «L'Unione» - e tre periodici umoristici - «La Rana», «Il Pappagallo» e, col titolo in bolognese, «Ehi! Ch'al scusa».

Il loro giornale uscì con le stesse dimensioni e prezzo del foglio fiorentino. Costava due centesimi (invece dei 5 della stampa "seria" e di quella sportiva) e aveva un formato di 19 × 29 cm, più piccolo dell'attuale A4. Secondo i canoni dell'epoca la pagina in formato lenzuolo era tipica della stampa d'informazione; invece i fogli cittadini popolari circolavano in formato ridotto. I fondatori scelsero questo secondo formato poiché il nuovo giornale non nasceva per fare concorrenza alla stampa "seria", ma per fornire a chi non aveva il tempo di leggere i grandi giornali un resoconto veloce dei fatti del giorno.Giovanni Magnani, Giornalismo e attività letteraria dell’Ottocento, Bulgarini, Firenze 1974, pag. 117.

Si decise che il nome dovesse richiamarsi all'originale fiorentino, senza tuttavia esserne una copia, e mantenerne lo stesso tono, scanzonato e bizzarro. Nella Bologna ottocentesca la moda giornalistica imponeva nomi come "La Striglia", "La Frusta", "Lo scappellotto". I fondatori scelsero "il Resto… del Carlino". Il carlino era stato una moneta dello Stato Pontificio coniata dal XIII secolo al 1796, quindi alla fine dell'Ottocento non era più in circolazione da tempo. Con l'unità d'Italia e la nuova monetazione imperniata sulla lira, la moneta da 10 centesimi di lire continuava comunque, nell'uso popolare, a esser chiamata "carlino". I puntini di sospensione al centro del nome erano ironici: il titolo alludeva, infatti, a un diffuso modo di dire locale: "dare il resto del carlino" significava "dare a ognuno il suo avere", "regolare i conti" e, per estensione, "pungolare i potenti e fustigare i prepotenti".

Tale idiomatismo è presente già dagli inizi del 1800, e se ne ha riscontro nell'opera La Cenerentola (1816) di Rossini, dove Don Magnifico recita:

Storia

I primi anni di vita Il primo numero de Il Resto... del Carlino uscì il 21 marzo 1885.Il primo numero del giornale uscì il 21 marzo 1885, sebbene nella foga della partenza fu dimenticato di inserire in testata la data del giorno di vendita: la dicitura riportava unicamente Anno I, Num. 1, tanto che a lungo vi fu l'equivoco sulla data di uscita del primo numero poiché, la data riportata all'interno del giornale era 20 marzo 1885, ma essa era relativa alla arrivo delle notizie in redazione. Cfr. Ugo Bellocchi, Il Resto del Carlino, Giornale di Bologna, Società Editoriale "Il Resto del Carlino", 1973 L'editoriale, di Giulio Padovani, s'intitolava semplicemente «?». Padovani esordì con queste parole:

Sulla testata del nuovo quotidiano compare una giovane donna che indossa una camicia bianca e con un sigaro fumante in bocca - riferimento al tabaccaio da cui "si va a comprare il primo sigaro della giornata". La pagina è divisa in tre colonne. La forma di esposizione delle notizie è agile e si presta alla lettura "in un batter d'occhio".

Il giornale ha sede nel pianterreno di palazzo Pallotti, in via Garibaldi 3: un locale con tre camere. Vicino alla redazione è la tipografia Azzoguidi, gli stampatori del Carlino. Alberto Carboni firma il quotidiano come redattore responsabile. La prima tiratura è di copie; il giornale è venduto sia nelle tabaccherie, dove viene distribuito come resto al sigaro, sia nelle altre botteghe, oltre che nelle ancora rarissime edicole. In maggio la signorina toglie la camicetta bianca e mette un abito nero. Dopo sei mesi le copie tirate diventano (Bologna all'epoca ha 130.000 abitanti con un tasso di analfabetismo del 35%), ma anche i costi di produzione crescono e la proprietà non può fare altro che ritoccare il prezzo. L'aumento è minimo: un solo centesimo, che viene compensato con l'aumento del formato. La decisione però ha un effetto controproducente: i lettori sono spiazzati dalle nuove dimensioni mentre ai tabaccai il giornale non fa più comodo perché "non serve più come resto". Le vendite precipitano, si arriva allo stato di crisi.

La svolta arriva con l'ingresso di Amilcare Zamorani come socio e come gerente responsabile. Avvocato di origini ferraresi trapiantato a Bologna, Zamorani, a partire dal 1886, trasforma il «Resto del Carlino» (i tre puntini sono già scomparsi in dicembre) in un vero quotidiano d'informazione. Il giornale assume il tono dei maggiori giornali nazionali e si colloca in un'area politica di riferimento, quella dell'«Associazione democratica» di radicali, repubblicani e socialisti legalitari. Il formato aumenta a 37x52 cm (per merito delle nuove macchine acquistate dalla tipografia Azzoguidi), le colonne pure (da tre a cinque), così come il prezzo: 5 centesimi.

Il 1º gennaio 1888 il Carlino assorbe il concittadino La Patria. Inoltre il giornale si dota di una propria tipografia. Per sfruttare al meglio la capacità produttiva, alla fine del 1889 nasce Italia Ride, settimanale satirico-umoristico a colori. Il periodico vive solo una stagione; tra i collaboratori figurano artisti come Alfredo Testoni, Enrico Panzacchi e Alfredo Baruffi.

Entro il 1890 il Carlino è diventato il primo quotidiano bolognese, forte delle copie vendute. Nel 1895 viene acquistata la prima macchina rotativa; il giornale si trasferisce nella nuova sede di piazza Calderini. Compaiono fin da allora le inserzioni pubblicitarie di marchi in gran parte rimasti tuttora gli inserzionisti privilegiati del quotidiano: Fiat, Liebig, Olio Sasso, Acqua Fiuggi, Campari e l'Idrolitina del cavalier Gazzoni.

Il primo Novecento Negli ultimi anni dell'era Zamorani (1903-1905), il Carlino mantiene una linea di appoggio al governo Giolitti. Zamorani lascia nel 1905, affetto da una grave malattia, dopo avere indicato come successore Pio Schinetti.

Il quotidiano aumenta la tiratura durante tutta l'epoca giolittiana. Nel 1909, due anni dopo la morte di Zamorani, il giornale si sposta dall'area democratica-popolare a quella conservatrice-agraria. Entra in redazione Filippo Naldi (già inviato per Il Secolo e La Tribuna), che avrà una lunga carriera nel giornale bolognese.

Nel 1911 il Carlino, in occasione del 50º anniversario dell'Unità d'Italia, lancia un'iniziativa promozionale: il "Raid aviatorio Bologna-Venezia-Rimini-Bologna". È la prima manifestazione del genere in Italia. Il circuito aereo, di circa 640 km, deve essere percorso senza scalo. Al vincitore sarebbe andato un premio di lire. Partecipano dieci aviatori: sei italiani e quattro francesi. La gara si disputa il 19 settembre. Vince il transalpino Andrè Frey in 1h 46'53". Durante la gara si registra un fatto di portata storica: un aviatore, fuori concorso, copre la prima tappa Bologna-Venezia trasportando a bordo un sacco di corrispondenza. Effettua così il primo servizio di posta aerea in Italia, appena dieci giorni dopo il primo esperimento mondiale, avvenuto in Inghilterra il 9 settembre.

Nei primi anni dieci la Terza pagina del quotidiano si arricchisce della collaborazione di alcuni tra i massimi intellettuali italiani: Benedetto Croce, che collaborerà al giornale per un totale di 57 interventi tra il 1910 e il 1951, Giovanni Gentile, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Papini (161 articoli dal 1910 al 1961), Giovanni Amendola, Aldo Valori, Ernesto Bonaiuti e Alfredo Oriani. Le copie giornaliere vendute, però, non bastano a coprire i costi: il giornale si trova in una situazione deficitaria. Ne approfitta Filippo Naldi, che trova un nuovo contratto di pubblicità finanziato da industriali genovesi e rileva la proprietà del quotidiano.Gian Luigi Falabrino, Pubblicità serva padrona, Milano, Sole 24 Ore, , seconda edizione 1999, pag. 117. Naldi è spesso fuori dalla redazione, preso dalla cura dei suoi affari. La macchina del giornale è guidata da Mario Missiroli, vero e proprio direttore de facto del quotidianoMissiroli assumerà formalmente la direzione del quotidiano nel 1919.. La redazione è composta da valenti giornalisti: Giovanni Borelli, Nello Quilici, Aldo Valori, Tomaso Monicelli, Eugenio Giovannetti, Marco Viana e Achille Malavasi, cui si aggiungeranno Mario Vinciguerra, Dino Grandi e Widar Cesarini Sforza.Dino Grandi, Il mio paese. Ricordi autobiografici (a cura di Renzo De Felice), il Mulino, Bologna 1985, p. 51.

Nel 1914-1915, dei tre principali quotidiani di Bologna (il Carlino, liberale, il Giornale del mattino, democratico e il cattolico L'Avvenire d'Italia), i primi due si schierano tra gli interventisti, mentre il terzo è più prudente. La Grande guerra fa salire la tiratura del Carlino fino a copie (Gino Piva è il più valente corrispondente di guerra), grazie anche al servizio speciale per i soldati al fronte ideato dal direttore-proprietario. Il giornale viene recapitato ogni mattina ai militari dislocati lungo le trincee tramite una catena di trasporti che comprende automobili, motociclette e persino biciclette.Pier Mario Fasanotti, Tra il Po, il monte e la marina. I romagnoli da Artusi a Fellini, Neri Pozza, Vicenza, 2017, p. 146.

Forte del successo di vendite, il quotidiano raddoppia: nel settembre 1919 viene varata l'edizione pomeridiana: il Resto del Carlino sera.L'edizione pomeridiana avrà vita fino al 1975. Vi debuttano come giornalisti: Paolo Morelli, Enzo Biagi (nel 1940) e Stefano Benni. A partire dal 1923 il Carlino entra nell'orbita del regime fascista, che ha conquistato il potere l'anno prima. Tra il 1923 e il 9 settembre 1943, alla guida del quotidiano si succedono ben nove direttori, la cui nomina è controllata dal regime; quasi nessuno di loro è giornalista di professione. Nel 1936 viene inaugurata la nuova sede del giornale in via Dogali (ora via Gramsci), realizzata a spese del Partito Nazionale Fascista.

Il 19 aprile 1945 esce l'ultimo numero della testata sotto il controllo della Repubblica Sociale Italiana. Il giorno dopo la sede e la tipografia del giornale vengono occupate dagli Alleati. Lo storico nome Resto del Carlino viene cancellato per decisione del Comando alleato. Il nuovo gestore, il Psychological Warfare Branch (PWB), la sezione informativa delle forze alleate, fonda la nuova testata Corriere dell'Emilia. Dopo pochi mesi il PWB ritiene che il Corriere possa camminare sulle proprie gambe. Prima di riconsegnare il quotidiano alla redazione, che si costituisce in cooperativa, effettua la nomina del direttore. La scelta cade su Gino Tibalducci (iscritto al PLI, quindi accreditato come moderato).

Il nuovo quotidiano esce il 17 luglio 1945 con la testata Giornale dell'Emilia.