La voce tratta della storia della Marina Militare dalle origini ad oggi.

Storia della Marina Militare Le origini

La Marina italiana nacque con la denominazione di "Regia Marina" il 17 marzo 1861, a seguito della proclamazione del Regno d'Italia da parte del Parlamento di Torino. Dal 1946 in seguito alla proclamazione della Repubblica ha assunto la nuova denominazione di Marina Militare.

La Marina dopo la seconda guerra mondiale Alla fine della seconda guerra mondiale, l'Italia si presentava come una Nazione devastata da 5 anni di guerra, ma la svolta che si ebbe con l'armistizio dell'8 settembre 1943, con la flotta italiana che fu portata a Malta dall'ammiraglio Romeo Oliva, e con il successivo accordo di cooperazione siglato a Taranto il 23 settembre 1943, permisero alla Marina di avviare un lungo e complesso processo di ricostruzione. Nonostante l'importante contributo delle forze navali italiane durante il periodo di cobelligeranza, la Marina versava in condizioni drammatiche, con le infrastrutture e le installazioni in gran parte inutilizzabili, e con i porti minati o ingombri di relitti affondati. Le unità navali disponibili erano comunque in numero sufficiente, ma in uno stato di efficienza che risentiva del conflitto bellico e dell'anzianità di servizio:

5 corazzate: Andrea Doria (nave ammiraglia), Duilio, Giulio Cesare, Italia (già Littorio) e Vittorio Veneto; 9 incrociatori leggeri, tra le quali 3 moderne unità della classe Capitani Romani: Attilio Regolo, Scipione Africano e Pompeo Magno; 11 cacciatorpediniere, tra le quali 7 unità della classe Soldati; 22 unità di scorta; 19 corvette; 44 unità veloci costiere suddivise tra motosiluranti e vedette antisommergibili; 50 dragamine, tra le quali molte unità di provenienza inglese; 16 motozattere da sbarco; 2 navi scuola: Amerigo Vespucci e Cristoforo Colombo; 1 nave appoggio e trasporto aerei: Giuseppe Miraglia; Sommergibili: vari battelli; Piattaforme.

In un periodo di notevoli difficoltà finanziarie, l'ammiraglio Raffaele De Courten, primo Capo di Stato Maggiore del dopoguerra, si adoperò per la riorganizzazione generale della futura struttura dello strumento navale, nonché per la ripresa delle attività di addestramento dell'Accademia Navale e delle Scuole Sottufficiali.

Il trattato di pace

Il Trattato di pace firmato il 10 febbraio 1947 a Parigi, si rivelò tuttavia particolarmente gravoso per la Marina. Oltre alle cessioni territoriali e materiali, furono imposte anche restrizioni di carattere militare: Divieto di possedere, costruire o sperimentare armi atomiche, proiettili ad autopropulsione con i relativi dispositivi di lancio, cannoni con gittate superiori ai , mine e siluri provvisti di congegni di attivazione ad influenza. Divieto di costruire, acquistare o sostituire navi da guerra, sperimentare unità portaerei, naviglio subacqueo, motosiluranti e mezzi d'assalto di qualsiasi tipo. Divieto di mettere in opera installazioni militari nelle isole di Pantelleria, di Pianosa e nell'arcipelago delle Pelagie.

Il trattato impegnava inoltre l'Italia a mettere a disposizione delle nazioni vincitrici Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia, Jugoslavia, Albania e Grecia le seguenti unità navali in conto riparazioni: 3 corazzate: Giulio Cesare, Italia (già Littorio) e Vittorio Veneto; 5 incrociatori ed esploratori: Emanuele Filiberto Duca d'Aosta, Attilio Regolo, Scipione Africano, Eugenio di Savoia ed Eritrea; 7 cacciatorpediniere, di cui 5 unità classe Soldati, più lAugusto Riboty e lAlfredo Oriani; 6 torpediniere appartenenti a varie classi, tra le quali Aliseo e Fortunale; Sommergibili: 8 battelli, di cui 3 appartenenti alla Classe Acciaio; 1 nave scuola: Cristoforo Colombo.

Infine il totale del naviglio militare dislocato, fatta eccezione per le navi da guerra, non doveva superare le tonnellate, mentre il personale effettivo non poteva superare le unità.

La firma del trattato di pace, costituì un duro colpo per l'appena costituita Marina Militare, non tanto per la cessione di naviglio in condizioni di efficienza precarie, quanto per i significati morali negativi che essa racchiudeva, al punto da far emergere dubbi sull'opportunità o meno di ratificare il Trattato o addirittura di auto-affondare le navi, tanto che l'ammiraglio Raffaele De Courten rassegnò le dimissioni prima della ratifica dello stesso.

La flotta alla fine degli anni quaranta Fortunatamente, i grossi mutamenti in atto nella situazione politica internazionale, convinsero Gran Bretagna e Stati Uniti a rinunciare alle loro aliquote di naviglio, imitati in piccola parte anche dalla Francia. L'Unione Sovietica pretese la consegna di gran parte delle unità ad essa attribuite, ad eccezione del cacciatorpediniere Riboty e di alcune motosiluranti e rimorchiatori completamente inefficienti.

Gli incrociatori Attilio Regolo e Scipione Africano ceduti alla Francia furono ribattezzati Chateaurenault e Guichen, mentre l'Eugenio di Savoia nella marina greca fu ribattezzato Helli. Alla fine fu possibile reincorporare nell'Arma solo una piccola parte del naviglio non trasferito e non demolito.

In base al trattato alla Marina Militare rimanevano: le due vecchie corazzate Doria e Duilio in discrete condizioni generali, ma ormai obsolete; I quattro incrociatori, tutti della Classe Condottieri, di cui i due Abruzzi ed il Montecuccoli in buone condizioni, mentre il Cadorna, ormai obsoleto, fu subito declassato a pontone scuola e radiato nel 1951; quattro cacciatorpediniere, tra cui il Nicoloso da Recco in mediocri condizioni e posto quasi subito in disarmo; trentasei fra torpediniere e corvette, fra cui le unità della Classe Gabbiano, dotate di buone caratteristiche generali.

Vi erano poi unità minori come vedette antisom, dragamine, posamine e navi ausiliarie e d'uso locale. Di tutte queste unità, l'unica ancora oggi in servizio è la nave scuola Amerigo Vespucci. Una minima parte delle unità non trasferite per la rinuncia degli assegnatari fu incorporata nella Marina Militare, mentre il naviglio in peggiori condizioni e tutto quello appartenente alle categorie vietate dal Trattato fu demolito. Gran Bretagna e Stati Uniti rinunciarono alla consegna delle corazzate Italia e Vittorio Veneto, ma i tentativi di mantenerle in servizio fallirono e dopo l'imposizione, su richiesta sovietica, del taglio dei cannoni da 381mm le due unità furono smantellate definitivamente nei primi anni cinquanta all'Arsenale della Spezia.

Delle unità entrate a far parte della Marina Militare, le due navi da battaglia risalenti alla prima guerra mondiale, e trasformate e ammodernate negli anni trenta furono impiegate prevalentemente per compiti addestrativi e furono radiate nel 1956. La decisione di non radiare immediatamente questa vecchie, inefficienti e inefficaci unità appare oggi incomprensibile, legata forse solo all'esistenza, dentro la marina, di un gruppo di pressione retrogrado, che vedeva ancora nelle corazzate unità di prestigio tali da differenziare una grande flotta da una piccola flotta; furono invece, anche solo come costi di mantenimento, una palla al piede per la flotta. Degli incrociatori, il Garibaldi sarebbe stato posto in disarmo nel 1953 per essere successivamente ricostruito tra il 1957 e il 1961 come incrociatore lanciamissili, il Duca degli Abruzzi a metà del 1947 iniziò un ciclo di lavori, che videro l'installazione del radar di scoperta aerea SK 42 di provenienza britannica e l'introduzione di alcune modifiche minori all'armamento, mentre il Montecuccoli dal 1949 sino alla radiazione, avvenuta nel 1964, fu impiegato nell'attività addestrativa per gli allievi del secondo anno dell'Accademia Navale di Livorno. Dopo la messa in disarmo e la ricostruzione del Garibaldi come unità lanciamissili e con il Montecuccoli impegnato nell'attività di nave scuola, il Duca degli Abruzzi rimase a lungo l'unico incrociatore della Marina Militare a svolgere attività di squadra.

Dei cacciatorpediniere, il Grecale, che faceva parte della Classe Maestrale, fu nel dopoguerra la prima unità ad essere ammodernata presso l'Arsenale della Spezia così come degli ammodernamenti furono fatti sui cacciatorpediniere della Classe Soldati Carabiniere e Granatiere, che verranno impiegati con il Grecale in vari compiti addestrativi e di squadra.

Delle torpediniere superstiti, una metà apparteneva alla Classe Spica. Le ex Spica furono impiegate come fregate antisommergibile, così come le due torpediniere della classe Orsa. Le corvette Classe Gabbiano, le quali prestarono servizio per lunghi anni dopo la fine delle ostilità, furono dotate di apparecchiature elettroniche relativamente moderne.

Alcune unità, scampate in qualche modo alle clausole del Trattato di Pace e risultate recuperabili malgrado fossero state sabotate dai tedeschi, furono momentaneamente accantonate in attesa di maggiori disponibilità finanziarie necessarie per il loro ammodernamento.

Per i sommergibili, i due battelli Vortice e Giada, non essendo stati ritirati dai francesi, erano rimasti a Taranto destinati alla demolizione e, radiati ufficialmente il 1º febbraio 1948, furono riclassificati pontoni veloci per la ricarica delle batterie ed ufficialmente impiegati per produrre energia elettrica con le loro dinamo, evitando così la demolizione. Il Giada e il Vortice furono ribattezzati rispettivamente PV 1 e PV 2. I due battelli, nella massima segretezza, uscivano in mare durante le ore notturne con opportuni camuffamenti, come sovrastrutture posticce che venivano furtivamente sbarcate dopo l'uscita dal canale navigabile di Taranto, effettuando immersioni, emersioni e brevi crociere che consentirono di formare i primi nuclei di sommergibilisti, oltre che a fare esercitare le unità antisommergibile.

Risalgono alla fine degli anni quaranta i primi contributi alleati, sotto forma di cessione di diversi esemplari di naviglio minore quali dragamine e motosiluranti.

L'adesione alla NATO

La crescente attenzione rivolta dall'Unione Sovietica verso i paesi del mar Mediterraneo, ed i conseguenti tentativi da parte degli Stati Uniti di contrastare l'aumento dell'influenza sovietica nell'area, trasformò i mari italiani in uno dei principali luoghi di confronto tra le grandi potenze internazionali, contribuendo alla riaffermazione dell'importanza dell'Italia e dei suoi porti, grazie alla loro posizione geografica strategica.

Con il nuovo governo eletto nel 1948, il Ministero della Difesa fu affidato a Randolfo Pacciardi, esponente politico che mise la sua esperienza militare al servizio del processo di ammodernamento delle forze armate. In pieno Piano Marshall, e in un contesto in cui l'Europa si accingeva alla divisione secondo due schieramenti contrapposti, l'Italia cominciò ad intavolare colloqui con gli USA, mirati all'ottenimento di adeguate garanzie di sicurezza. D'altro canto il governo di Washington, fortemente interessato a mantenere le proprie basi nella penisola, allentò i vincoli del Trattato di pace, inserendo l'Italia nel programma di aiuti militari MDAP (acronimo di Mutual Defense Assistance Programme).

Il 4 aprile 1949, l'Italia sottoscrisse il Trattato del Nord Atlantico, ribadendo la sua impossibilità a contribuire attivamente all'interno dell'organizzazione e questo portò diplomaticamente, sul finire del 1951, alla revoca definitiva dei vincoli del trattato di pace con il consenso di tutte le nazioni occidentali.

Il potenziamento della flotta Con l'adesione alla NATO, alla Marina fu assegnato il controllo del mare Adriatico e del canale d'Otranto, nonché la difesa delle linee di comunicazione marittime nel mar Tirreno. Per assolvere questi compiti, fu realizzato già nel novembre del 1949 uno "Studio sul potenziamento della Marina italiana in relazione al Patto Atlantico", con il quale si individuavano le strutture e le modalità di potenziamento della Marina Militare stessa.