Condannato nel 1948 in Italia all'ergastolo per l'eccidio delle Fosse Ardeatine e per il rastrellamento del ghetto di Roma, il 15 agosto del 1977 riuscì a evadere dall'ospedale militare del Celio e rimpatriare in Germania, dove morì sei mesi e mezzo dopo.

Biografia

Primi incarichi nelle SS e a Roma Figlio di un autista impiegato presso il municipio della natia Stoccarda, Kappler fece il proprio ingresso nelle SS con la qualifica di esperto criminologo. Promosso Hauptsturmführer (capitano), fu inviato a Roma a prestare servizio come attaché presso l'ambasciata tedesca di Villa Wolkonsky nel 1939, con il compito di spiare la polizia italiana.

Ebbe una vita privata piuttosto travagliata: tradito dalla moglie Nora, più anziana di lui e decisa a non avere figli, aveva per questo richiesto più volte ai propri superiori di lasciare Roma e di essere inviato a combattere in prima linea. Tali richieste non furono accolte e così Kappler finì per ottenere il divorzio ed adottò un fanciullo iscritto presso la Lebensborn, istituzione voluta dalle SS per la procreazione di tedeschi di pura razza ariana.

Nominato Sturmbannführer (maggiore) nel 1942 e quindi Obersturmbannführer (tenente colonnello) l'anno successivo, assunse il comando del Sicherheitsdienst (SD) di Roma ponendo di fatto sotto il proprio controllo anche la polizia fascista.

Liberazione di Mussolini, cattura di Ciano e Mafalda di Savoia, rapina dell'oro della Banca d'Italia Grazie alle proprie linee informative e alla collaborazione di elementi italiani, riuscì a sapere con un certo anticipo della destituzione di Mussolini il 25 luglio 1943 e a disporre la cattura di Galeazzo Ciano - mentre questi tentava di fuggire verso la Spagna, come riuscì a fare Dino Grandi - e di Mafalda di Savoia, che trattenne come ostaggio prima di inviarla al lager di Buchenwald, ove la principessa morì di stenti e a causa delle ferite riportate durante un pesante bombardamento alleato che colpì il campo di concentramento poco prima della fine della guerra.

Assunse grande potere a seguito all'armistizio dell'8 settembre 1943, quando i tedeschi occuparono la capitale italiana dopo i sanguinosi combattimenti costati la vita a circa settecento tra militari e civili italiani oppostisi armi in pugno alle truppe tedesche sino al 10 settembre.

Nel giro di pochi giorni, Kappler individuò il luogo ove Mussolini era tenuto prigioniero a Campo Imperatore e ne pianificò la liberazione per ordine diretto di Heinrich Himmler, al quale Kappler, tuttavia, espresse la propria personale convinzione che il fascismo "fosse morto" e che meglio sarebbe stato rinunciare all'operazione piuttosto che assumere l'onere di sostenere militarmente un governo fantoccio fascista.

Compiuta con successo la liberazione di Mussolini, Kappler dispose il sequestro e il trasporto verso la Germania dell'intera riserva aurea dell'Italia, pari a 120 tonnellate, conservata nelle casseforti della sede centrale romana della Banca d'Italia. L'intera riserva aurea venne dapprima trasferita a Milano nella notte tra il 22 ed il 23 settembre e da qui, in un secondo momento, sempre attraverso treni blindati, l'oro transitò anche per il forte di Fortezza, sino a essere definitivamente trasportato a Berlino. Alla fine della guerra, al momento della restituzione del metallo prezioso, risultarono mancanti 25 tonnellate.

La razzia degli ebrei di Roma

Il nome di Kappler rimase ignoto al pubblico romano e italiano malgrado l'importante ruolo già svolto, ma sempre con discrezione: divenne improvvisamente noto e fonte di terrore nel pomeriggio del 26 settembre 1943, una domenica, quando convocò presso il proprio ufficio a Villa Wolkonsky il Presidente della comunità israelitica di Roma, Foà, e il presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, Dante Almansi, intimando loro la consegna, entro trentasei ore, di almeno 50 chilogrammi d'oro, minacciando altrimenti la deportazione di duecento ebrei romani verso la Germania. L'oro fu raccolto e consegnato con un ritardo di poche ore, comunque entro i limiti di una breve proroga accordata dallo stesso Kappler ai responsabili della Comunità ebraica romana, che contava circa 12.000 persone, per raccogliere tutto l'oro richiesto.

Il riscatto pagato dagli ebrei romani, tuttavia, assicurò loro solo una breve pausa nella persecuzione cui dovevano essere sottoposti. Due settimane più tardi, infatti, la mattina del 16 ottobre 1943 vennero rastrellati a sorpresa 1.259 ebrei, venendo incarcerati provvisoriamente presso il collegio militare in via della Lungara; 1.023 deportati furono avviati ad Auschwitz. Soltanto sedici di loro sopravvissero allo sterminio, quindici uomini e una donna.

L'occupazione tedesca di Roma Da quel momento il comportamento dei tedeschi a Roma si fece feroce e caratterizzato da continui rastrellamenti e violenze, mentre in città si organizzavano diversi fronti della Resistenza e la Gestapo, per ordine di Kappler, trasformava un edificio in via Tasso in prigione per interrogare e torturare antifascisti e partigiani catturati. Dopo la prima deportazione, numerosi altri ebrei vennero catturati e inviati verso i campi di sterminio. Nominato comandante del Sicherheitsdienst (SD) di Roma all'inizio del 1944, Kappler si rese responsabile di numerosi crimini tra i quali il massacro delle Fosse Ardeatine e il rastrellamento del Quadraro.

L'eccidio delle Fosse Ardeatine

Il 23 marzo 1944 alcuni partigiani italiani piazzarono un ordigno esplosivo che uccise trentatré militari altoatesini in via Rasella a Roma. Dopo consultazioni tra i comandi tedeschi, inclusi il quartier generale in Italia del feldmaresciallo Albert Kesselring e il quartier generale di Hitler, si stabilì che dovessero essere uccisi 10 italiani per ogni soldato tedesco morto. Kappler, insieme al questore di Roma Pietro Caruso (che a seguito degli stessi fatti venne poi processato e condannato a morte), attese alla scelta di una parte delle vittime: in gran parte civili ed ebrei vennero condotti da Erich Priebke e Karl Hass presso le Fosse Ardeatine, fucilati in gruppi di cinque. Al termine dell'esecuzione di massa, l'entrata delle cave venne fatta esplodere: gli italiani assassinati furono 335. I 5 in più furono presi per sbaglio, ma assassinati lo stesso poiché testimoni dell'eccidio.

Il rastrellamento del Quadraro

Il 17 aprile 1944, per stroncare le forze partigiane che operavano nella periferia di Roma, Kappler diede l'ordine di rastrellare il quartiere Quadraro e arrestare e deportare all'incirca mille uomini nei campi di concentramento in Germania e Polonia. Alla fine del conflitto solo la metà di questi sopravvisse e fece ritorno alle proprie case.

La persecuzione contro monsignor Hugh O'Flaherty Nel frattempo Kappler mise in atto piani per scompaginare l'organizzazione coordinata da monsignor Hugh O'Flaherty, un sacerdote irlandese operante in Vaticano, e per catturarlo o assassinarlo, essendo questi responsabile della salvezza dalla repressione nazista di circa quattromila tra prigionieri alleati in fuga, cittadini ebrei e perseguitati politici antifascisti che il prelato fece riparare in Vaticano o presso proprietà vaticane, conventi e basiliche. Dopo la fine della guerra, O'Flaherty prese a visitare regolarmente in carcere Kappler, il quale si convertì al cattolicesimo nel 1959. La vicenda è stata al centro dello sceneggiato televisivo Rai Scarlatto e nero, trasmesso nel 1983 con Gregory Peck nel ruolo di monsignor Hugh O'Flaherty, e Christopher Plummer nei panni di Kappler.

L'arresto, il processo e la condanna

Arrestato dalle truppe inglesi alla fine della guerra, Kappler venne trasferito alle autorità italiane nel 1947 e processato da un tribunale militare riunitosi presso lo stesso Collegio Militare ove Kappler aveva rinchiuso gli ebrei romani in attesa del loro invio verso le camere a gas. Kappler si difese ostinatamente dalle accuse, sostenendo di non aver fatto null'altro che eseguire ordini superiori e, per questo, di non essere punibile. Fu condannato all'ergastolo per le "dieci persone da lui aggiunte alle trecentoventi e delle cinque uccise in più", mentre "la fucilazione delle trecentoventi persone" venne ritenuta "nella sua materialità, costitutiva del reato contestato a Kappler" ma non gli venne "attribuita", per il dubbio che egli non "avesse avuto la coscienza e la volontà di obbedire ad un ordine delittuoso", oltre a 15 anni aggiuntivi per l'estorsione dell'oro degli ebrei romani.

Rinchiuso prima nel carcere militare di Forte Boccea, fu poi trasferito presso quello di Gaeta, dov'era confinato anche un altro criminale nazista, Walter Reder.

La Corte suprema di cassazione respinse poco dopo una richiesta d'appello dello stesso Kappler, il quale, nel 1959, chiese al presidente della Repubblica Italiana di potersi recare in "pellegrinaggio di penitenza al sacrario delle Ardeatine e di rimanervi il tempo necessario per rendere omaggio alle vittime". Tale richiesta venne respinta, come pure le domande di grazia che il detenuto avanzò nel 1963 e nel 1970.

In favore di un provvedimento di clemenza nei riguardi di Kappler intervennero successivamente i massimi esponenti politici della Germania Ovest, prima il presidente Gustav Heinemann nel 1973 e, per ben tre volte, il cancelliere Helmut Schmidt: nel 1974 presso il governo Rumor, nel 1976 con quello Moro e nel 1977 con quello Andreotti, sfruttando anche il caso creato attorno agli appelli alla liberazione di Kappler lanciati dall'anziana madre del criminale nazista, Paula, morta infine a 94 anni senza aver potuto rivedere il figlio.

La fuga e la morte in Germania In carcere Kappler riceveva la pensione garantitagli dal governo di Bonn, parte dei proventi della quale devolveva ad un ente che in Germania si occupava di assistenza a bambini spastici, e parte ai propri passatempi, incluso l'allevamento di pesci ornamentali e il suonare il violino.

All'inizio degli anni settanta la figlia di un suo vecchio compagno d'armi, Anneliese Wenger Walther (1925-2013), infermiera ed ex moglie divorziata del capitano della Wehrmacht Karl Walther, iniziò a scrivergli in carcere e poi a fargli via via sempre più frequenti visite, viaggiando da Soltau, dove viveva, sino al Forte angioino di Gaeta, dove Kappler era recluso.

Nel frattempo, sorse in Germania una "Associazione amici di Herbert Kappler" che giunse rapidamente a contare oltre 6500 iscritti. Il 19 aprile 1972 il sessantacinquenne Kappler sposò Anneliese - all'epoca quarantasettenne -, in carcere a Gaeta, e testimone delle nozze fu l'altro criminale di guerra prigioniero della fortezza di Gaeta, l'ex maggiore delle SS Walter Reder, responsabile, tra l'altro, delle stragi di Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema e Vinca.

In quegli anni Kappler, pur godendo delle frequenti visite della moglie e di un regime carcerario sempre meno rigoroso, vide aggravarsi le proprie condizioni di salute, affetto da un tumore al colon su repubblica.it che generò metastasi, tanto che i medici che lo esaminarono nel febbraio 1976, constatandone alla soglia dei settant'anni il forte dimagrimento indotto dalla malattia e le cattive condizioni di salute gli diedero pochi mesi di vita. Peraltro Kappler rifiutava le terapie proposte dai sanitari, facendo invece affidamento sui rimedi omeopatici forniti dalla moglie.