Considerato tra i più grandi numeri 10 della storia del calcio,... Mazzola fu capitano e simbolo del Grande Torino, la squadra riconosciuta come una delle più forti al mondo nella seconda metà degli anni 1940,. con cui vinse cinque scudetti consecutivi e una Coppa Italia, e capitano della Nazionale italiana per un biennio.
Si fece conoscere durante il periodo di militanza nel Venezia, allorché iniziò a giocare da mezzala sinistra, posizione che conservò per tutta la sua carriera e che gli consentì di espandere la sua fama oltre i confini italiani, al punto di venire considerato, nelle sue ultime stagioni, il più forte d'Europa nel suo ruolo. Morì all'età di 30 anni nella tragedia di Superga.
Compare nella lista dei 100 migliori calciatori della storia del calcio redatta dalla rivista FourFourTwo nel 2017, nella quale occupa la posizione numero 26.
Biografia
Nacque a Cassano d'Adda, nel Ricetto, un quartiere di case dimesse. La sua famiglia era molto modesta; il padre Alessandro era operaio all'ATM e morì nell'agosto 1940 investito da un camion; la madre si chiamava Leonina Ratti; i suoi quattro fratelli si chiamavano Piero, Silvio, Carlo e Stefano. Ebbe un'infanzia disagiata; nel 1929, a causa della Grande depressione, il padre fu licenziato: Valentino, per aiutare la famiglia, cominciò a lavorare l'anno seguente, quando aveva appena terminato la prima classe della scuola di avviamento,Estratti dal diario di Valentino Mazzola. trovando impiego prima come garzone di un fornaio e poi, a quattordici anni, al linificio di Cassano d'Adda.
Nell'estate 1929, all'età di dieci anni, gettandosi nelle acque del fiume Adda, salvò la vita a un suo compaesano di quattro anni più giovane che stava annegando: si trattava di Andrea Bonomi, futuro calciatore e capitano del .
Era soprannominato Tulen"Tulen" deriva da "tola" che significa scatola di latta. per l'abitudine di prendere a calci le vecchie latte, tanto che era solito farsi tutto il tragitto di andata e di ritorno tra casa e linificio calciandone una, o anche il Valente. Quando giocava nella squadra del suo quartiere, il Tresoldi, venne notato da un suo compaesano appassionato di calcio, che lavorava come collaudatore allo stabilimento dell'Alfa Romeo di Milano, grazie al quale ottenne un posto nella squadra aziendale e un nuovo lavoro da meccanico.
Nel 1939 venne chiamato alle armi nella Regia Marina, destinazione la Capitaneria di porto di Venezia; passò qualche mese in nave, a bordo del cacciatorpediniere Confienza, e successivamente venne spostato alla Compagnia del porto.. A Venezia conseguì la licenza elementare, frequentando una scuola serale.La scuola elementare era stata portata fino ai 14 anni. Per approfondire si veda la Riforma Gentile.
Il 15 marzo 1942 si sposò con Emilia Ranaldi, dalla quale ebbe due figli, entrambi calciatori: Sandro — storica bandiera dell’ e della Nazionale — e Ferruccio (il cui nome fu scelto in onore dell'allora presidente del Torino Ferruccio Novo), nati rispettivamente nel 1942 e 1945. A Torino viveva in un piccolo appartamento in via Torricelli 66. Lavorando al Lingotto e facendosi segnalare dalla FIAT come operaio fondamentale alla produzione bellica, non partecipò direttamente alla seconda guerra mondiale. Anche se i loro stipendi erano molto buoni, se non ritenuti esagerati, rispetto alle paghe normali, all'epoca i calciatori non erano considerati ufficialmente professionisti e svolgevano altre attività; nel periodo successivo alla guerra Mazzola a Torino aveva un negozio di articoli sportivi, dove vendeva soprattutto palloni che fabbricava personalmente.
Mazzola, che si definiva certosino, conduceva una vita ritirata, anteponendo il calcio a tutto il resto. Era una persona riservata, chiusa e di poche parole. Il suo massimo svago era qualche partita alla bocciofila vicino a casa. Aveva l'abitudine di annotarsi tutto, sia per quanto riguardava la vita professionale che la sfera privata. Era molto rigoroso e meticoloso negli orari ed esigeva lo stesso trattamento dagli altri; fu questo il motivo principale del distacco dalla prima moglie, che non era più disposta ad attenersi a una ferma disciplina.. Separatosi nell'autunno 1946, il 20 aprile 1949, pochi giorni prima della tragedia di Superga, sposò nel municipio di Vienna la diciannovenne Giuseppina Cutrone, aspirante miss. Come tutti i giocatori del Grande Torino, morì il 4 maggio 1949 nello schianto contro la collina di Superga; sciaguratamente, egli stesso pensava che sarebbe morto a causa della guerra o per una disgrazia;Dal suo diario si apprese che, dopo la scomparsa del padre, la sua vita era peggiorata; era persuaso dall'idea che sarebbe morto pure lui tragicamente. un segno del destino, considerata la sua paura di volare.
Vicende matrimoniali
Il 9 ottobre 1947, Mazzola ottenne l'annullamento del suo primo matrimonio da un tribunale di Ilfov, in Romania, a cui si rivolgevano parecchi italiani,In Italia non era possibile divorziare. Verso la fine del decennio, molti furono gli italiani che si rivolsero al tribunale distrettuale di Ilfov per sciogliere i loro vincoli coniugali; infatti, per una convenzione tra Italia e Romania, risalente al 1880, le sentenze di annullamento di matrimonio tra coniugi italiani emesse da tale tribunale venivano inviate direttamente al Ministero degli Esteri italiano, che successivamente le comunicava agli uffici di stato civile per la trascrizione, atto che annullava i precedenti matrimoni celebrati in Italia dalle coppie, cfr. . La Nuova Stampa, 16 ottobre 1949, p. 2. URL consultato in data 11 febbraio 2012. ufficialmente per violenze che il calciatore aveva subito dalla suocera. L'atto di annullamento fu quindi trascritto nei registri di stato civile di Cassano d'Adda. Il calciatore tentò di unirsi con Giuseppina Cutrone già nel febbraio 1948 a Torino, senza riuscirci per l'opposizione della prima moglie che portò a due cause, per le quali Mazzola sborsò circa cinque milioni di lire: una al tribunale di Milano dove la moglie aveva richiesto l'annullamento della sentenza rumena e un'altra al tribunale di Torino, il cui obiettivo era consentire le seconde nozze.
Mazzola, in possesso di un certificato di stato libero, si presentò al municipio di Torino per procedere alla pubblicazione delle nuove nozze con Giuseppina Cutrone, sulle quali pose il veto il procuratore della Repubblica, su iniziativa della signora Ranaldi. Il calciatore ricorse in corte d'appello, che nell'aprile 1948 convalidò la sentenza rumena senza necessità di delibazione della magistratura italiana. Contemporaneamente, la Procura di Milano promosse una causa presso il tribunale rumeno, affinché tale sentenza fosse invalidata e, di conseguenza, fosse ordinata la cancellazione della trascrizione della sentenza di annullamento; ciò avvenne a fine marzo 1949, allorché Mazzola era considerato in Italia ancora legato alla Ranaldi.
La vicenda, della quale fu incaricato l'avvocato Goria, si concluse il 22 luglio 1949, ottantanove giorni dopo la morte di Mazzola: le seconde nozze furono registrate, con effetto retroattivo al 20 aprile, allo stato civile di Torino. Al momento della morte il calciatore risultava celibe.
Altre controversie
Tanto Valentino Mazzola quanto Emilia Ranaldi cercarono, invano, di custodire entrambi i figli. Dopo la separazione, infatti, Sandro visse a Torino col padre e la sua nuova compagna, mentre Ferruccio fu a Cassano d'Adda con la madre.. Subito dopo la morte del padre, il piccolo Sandro fu conteso dalle due vedove. La signora Cutrone, per evitargli la tristezza del momento, lo aveva affidato a Bruno Gandini, agiato industriale che viveva a Borgo San Martino, conoscente di vecchia data dei Mazzola. Nei giorni seguenti alla tragedia di Superga, la Ranaldi giunse a Torino per riprendere Sandro e scoprì che non c'era; la Cutrone lo aveva occultato, secondo quanto affermò, nel rispetto della volontà di suo padre Valentino. La madre naturale di Sandro, facendosi aiutare da un avvocato milanese e da un carabiniere, venne a conoscenza del luogo e, accompagnata, prelevò il figlio, portandolo a Cassano d'Adda, dove conobbe suo fratello Ferruccio.
Anche la salma di Valentino Mazzola fu oggetto di un'accesa questione tra le due mogli. Emilia Ranaldi, appoggiata dal cognato Silvio Mazzola e da parenti ed amici di Cassano d'Adda, richiese che il defunto venisse tumulato nel paese natale, come il prefetto di Torino aveva autorizzato in un primo momento. Lo stesso prefetto ritirò il nullaosta dopo che la seconda moglie, spalleggiata dalla madre e dagli altri tre fratelli di Valentino, aveva preteso che le spoglie restassero a Torino; fu la madre a dichiarare che Valentino un giorno le aveva raccomandato che in caso di morte avrebbe preferito essere sepolto a Torino ed infatti a tutt'oggi riposa nel Cimitero monumentale del capoluogo piemontese insieme ad altri cinque compagni morti quello stesso giorno nel medesimo incidente.
L'eredità del calciatore, corrispondente a ventidue milioni di lire, fu divisa secondo la volontà del defunto stesso per un terzo alla signora Cutrone e per i restanti due terzi ai due figli.
Caratteristiche tecniche
Valentino Mazzola era un trascinatore, un calciatore moderno nella concezione del gioco. e considerato da alcuni il più completo nella storia del calcio italiano;. dotato di capacità atletiche fuori dal comune, tra queste spiccavano velocità e resistenza. Enzo Bearzot l'ha accostato, per le sue caratteristiche, ad Alfredo Di Stéfano, pur ritenendolo di levatura inferiore..
Operava praticamente ovunque: essendo forte nei tackle, era utile in difesa in fase di recupero; impostava le azioni — giocando un gran numero di palloni, cercandoseli in tutto il campo — e spesso le concludeva. Esclusa la sua esperienza come ala, all'inizio della sua carriera nella squadra dell'Alfa Romeo, i ruoli in cui fu impiegato maggiormente sono quelli di mezzala sinistra, interno e attaccante. Occasionalmente occupò anche la posizione di terzino, con risultati di tutto rispetto, di mezzala destra e di mediano. Gli capitò anche di venire spostato tre volte nella stessa partita, partendo da mezzala per poi giocare da mediano, da terzino e infine terminare la gara al centro dell'attacco, tale era la sua versatilità. Nei minuti finali di una partita contro il , valevole per la 39ª giornata della stagione 1947-1948 e vinta per 2-1, giocò addirittura in porta, a causa dell'espulsione di Valerio Bacigalupo, producendosi peraltro in un buon intervento che contribuì a mantenere il Torino in vantaggio.
Di corporatura robusta, sapeva combattere in campo; era proprio nei terreni pesanti, anche quando il campo si presentava in condizioni estreme, che, grazie alla sua forza fisica, riusciva a fare valere la sua attitudine pugnace. Sebbene non amasse esibirsi in virtuosismi, era capace, inoltre, di imporsi negli spazi stretti, disponendo di una tecnica individuale e di un palleggio raffinati. Tra le sue diverse doti tecniche spiccavano l'ambidestrismo e un tiro di rara potenza, nella cui esecuzione al volo e nei calci di punizione era specializzato.. Sauro Tomà, suo compagno non coinvolto nella tragedia di Superga, asserì che la singolarità del suo tiro consisteva nel saper colpire di collo pieno; mentre, per Giampiero Boniperti, «calciava talmente bene con entrambi i piedi che non era possibile stabilire se fosse un destro oppure un mancino».
Altre sue peculiarità erano il dribbling e la fantasia. Nonostante la sua statura non fosse notevole, era un buon colpitore di testa e abile nel gioco aereo, potendo contare su un'ottima elevazione.
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