Attore simbolo dello spettacolo comico in Italia, soprannominato «il principe della risata»; è considerato, anche in virtù di alcuni ruoli drammatici, uno dei maggiori interpreti nella storia del teatro e del cinema italiano...«Totò fu l'attore farsesco, straordinaria secrezione della commedia dell'arte e della grande tradizione napoletana, ma fu anche attore della commedia a sfondo realistico e fu anche supremo attore tragico, capace della massima sublimazione recitativa: insomma fu un attore totale». Ennio Bispuri ().«Totò è senz'altro una delle figure italiane più importanti che abbia conosciuto nella mia carriera e nella mia vita. Parlare della sua arte? Basta vedere il successo che ha avuto con i giovani di oggi, i ragazzi di quindici, diciotto anni che non lo conoscevano. Clown come lui ne nasce uno ogni cento anni. Bastano i pochi film buoni che Totò ha fatto, tra i quali per esempio Guardie e ladri e il piccolo episodio ne L'oro di Napoli a metterne in risalto tutta la straordinaria bravura, proprio ne L'oro di Napoli il personaggio di Totò aveva un risvolto drammatico che lui rese benissimo, perché era un attore completo, il più grande a mio parere, che il teatro musicale e il cinema italiano abbia mai avuto.» Vittorio De Sica, in

Nato Antonio Vincenzo Stefano Clemente,.... e considerato uno dei protagonisti assoluti nel solco della tradizione della commedia dell'arte e accostato a comici come Buster Keaton e Charlie Chaplin,«Un attore talmente eccezionale e irripetibile che forse ci vorranno cento anni perché ne nasca un altro […] Totò era il massimo allo stato puro, all'altezza di Charlot e Buster Keaton.» Alberto Sordi ( - .).«Totò è un grande mimo. Sembra svitabile come Pinocchio […] Sorprendente è anche l'estrema mobilità del suo viso oblungo… certo è indiscutibile una sua parentela con certi animali domestici, così come non è lontano dalla struttura fisica di Buster Keaton, del quale, altresì, conserva quella spiccata malinconia nei grandi occhi rotondi con in più una aggraziata aria istrionesca» Giuseppe De Santis ("Cinema", 10 luglio 1943) (.) ma anche ai fratelli Marx e a Ettore Petrolini,. in quasi cinquant'anni di carriera spaziò dal teatro (con oltre 50 titoli) al cinema (con 97 pellicole) e alla televisione (con 9 telefilm, vari sketch pubblicitari e apparizioni in alcune trasmissioni di varietà), lavorando con molti tra i più noti protagonisti del panorama italiano e raggiungendo, con numerosi suoi film, i record d'incasso..

Adoperò una propria unicità interpretativa, che risaltava sia in copioni puramente brillanti sia in parti più impegnate, sulle quali si orientò soprattutto verso l'ultima fase della sua vita, che concluse in condizioni di quasi totale cecità a causa di una grave forma di corioretinite, probabilmente aggravata dalla lunga esposizione ai fari di scena.

Spesso stroncato dalla maggior parte dei critici cinematografici a lui contemporanei, fu ampiamente rivalutato dopo la morte, tanto da risultare ancora oggi uno dei comici italiani più apprezzati e popolari di sempre.

Biografia Lo «scugnizzo» del rione Sanità

Nacque il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità di Napoli (quartiere considerato il centro della guapparia napoletana), in via Santa Maria Antesaecula al terzo piano del numero civico 107Elogio a Totò con Federico Salvatore per "Life in Naples" (mesi più tardi, a causa delle piccole dimensioni dell'abitazione, si trasferirono a pochi metri di distanza, al secondo piano del numero civico 109 della medesima via,. riconosciuta oggi come abitazione storica di Totò), da una relazione clandestina tra la diciassettenne palermitana Anna Clemente (1881-1947) e Giuseppe De Curtis (1873-1944), il quale per tenere segreto il legame in un primo momento non lo riconobbe, così da risultare inizialmente per l'anagrafe "Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente e di N.N."..

Solitario e di indole malinconica,Totò, in un'intervista:

... e in un'intervista di Oriana Fallaci: crebbe in condizioni estremamente disagiate e fin da bambino dimostrò una forte vocazione artistica che gli impediva di dedicarsi allo studio, cosicché dalla quarta elementare fu retrocesso in terza. Ciò non creò in lui molto imbarazzo, anzi intratteneva spesso i suoi compagni di classe con piccole recite, esibendosi con smorfie e battute.«Sono un "retrocesso"», diceva il bambino. Il bambino riempiva spesso le sue giornate osservando di nascosto le persone, in particolare quelle che gli apparivano più eccentriche, cercando di imitarne i movimenti, e facendosi attribuire così il nomignolo di «'o spione». Questo suo curioso metodo di "studio" lo aiutò molto per la caratterizzazione di alcuni personaggi interpretati durante la sua carriera.

Terminate le elementari, venne iscritto al collegio Cimino, dove per un banale incidente con uno dei precettori, che lo colpì involontariamente con un pugno, il suo viso subì una particolare conformazione del naso e del mento; un episodio che caratterizzò in parte la sua "maschera". Nel collegio non fece progressi, quindi decise di abbandonare prematuramente gli studi, senza aver ottenuto la licenza ginnasiale.. Poiché sua madre lo voleva sacerdote, in un primo tempo frequentò la parrocchia come chierichetto; ma, incoraggiato dai primi piccoli successi nelle recite in famiglia (chiamate a Napoli «periodiche») e attratto dagli spettacoli di varietà, nel 1913, ancora in età giovanissima, iniziò a frequentare i teatrini periferici esibendosi – con lo pseudonimo di "Clerment" – in macchiette e imitazioni del repertorio di Gustavo De Marco, un interprete napoletano dalla grande mimica e dalle movenze snodate, simili a quelle di un burattino.. Proprio su quei palcoscenici di periferia incontrò attori come Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e i musicisti Cesare Andrea Bixio e Armando Fragna..

Durante gli anni della prima guerra mondiale si arruolò volontario nel Regio Esercito. Secondo la figlia, fu chiamato alle armi nel 1917 venendo assegnato al 22º Reggimento fanteria di stanza dapprima a Pisa e poi a Pescia.. Venne quindi trasferito al CLXXXII Battaglione di milizia territoriale, unità di stanza in Piemonte, ma destinata a partire per il fronte francese.. Alla stazione di Alessandria, il Comandante del suo Battaglione lo armò di coltello e lo avvertì che avrebbe dovuto condividere i propri alloggiamenti in treno con un reparto di soldati marocchini dalle strane e temute abitudini sessuali. Totò a quel punto, terrorizzato, fu colto da malore (secondo alcune fonti simulò un attacco epilettico) e venne ricoverato nel locale ospedale militare, evitando così di partire per la Francia. Rimasto in osservazione per breve tempo, quando fu dimesso dalle cure ospedaliere venne assegnato all'88º Reggimento fanteria "Friuli" di stanza a Livorno; proprio in quel periodo subì continui soprusi e umiliazioni da parte di un graduato; da quell'esperienza nacque il celebre motto dell'attore: «Siamo uomini o caporali?».Totò:

I primi esordi e il variété

Dopo il servizio militare avrebbe voluto fare l'ufficiale di marina ma, non sopportando la disciplina, scappò di casa per esibirsi ancora come macchiettista; venne scritturato dall'impresario Eduardo D'Acierno (diventò poi celebre la macchietta di Il bel Ciccillo, riproposta nel 1949 nel film Yvonne la Nuit) e ottenne un primo successo alla Sala Napoli, locale minore del capoluogo campano, con una parodia della canzone di E. A. Mario Vipera, intitolata Vicolo,. che aveva sentito recitare al Teatro Orfeo dall'attore Nino Taranto, al quale chiese se poteva "rubargliela".

All'inizio degli anni venti Giuseppe De Curtis riconobbe Totò come figlio e regolarizzò la situazione familiare sposandone la madre. Riunita, la famiglia si trasferì a Roma, dove Totò, con la disapprovazione totale dei genitori, fu scritturato come "straordinario" (un elemento da utilizzare occasionalmente e senza nessun compenso) nella compagnia dell'impresario Umberto Capece, un reparto composto da attori scadenti e negligenti.. Si affacciò così alla commedia dell'arte e guadagnò un particolare apprezzamento del pubblico impersonando sul palco l'antagonista di Pulcinella.Totò, intervistato da Lello Bersani: Tuttavia, il giovane si sacrificava non poco per raggiungere il teatro: dal momento che non aveva i soldi neanche per un biglietto del tram, doveva partire da piazza Indipendenza per arrivare a piazza Risorgimento, dall'altra parte della città; a tal proposito, nella stagione invernale, chiese qualche moneta all'impresario Capece, che, in modo esageratamente brusco e inaspettato, lo esonerò e lo sostituì all'istante con un altro "straordinario". L'episodio fu un duro colpo per Totò, che rimase esterrefatto e dopo aver raccolto i suoi effetti si allontanò a malincuore dal teatro.

In quel breve periodo di disoccupazione Totò piombò nello sconforto totale e il suo morale si alzava solo quando riusciva a racimolare qualche soldo esibendosi in piccoli locali; nel corso di quelle esperienze, decise di puntare al genere teatrale a lui più congeniale: il varietà (o variété nella dizione francese). Progettò di presentarsi al capocomico napoletano Francesco De Marco (famoso per le sue stravaganti esibizioni teatrali), ma all'ultimo minuto ebbe un ripensamento, probabilmente a causa dell'insicurezza.

L'attore iniziò a ponderare l'idea di esibirsi da solo e dunque decise di mantenere come modello d'ispirazione Gustavo De Marco (non imparentato con il capocomico Francesco), che Totò, esercitandosi davanti allo specchio, riusciva a imitare senza particolari sforzi. Appena sentitosi pronto, decise di tentare al Teatro Ambra Jovinelli, che al tempo era la massima rappresentazione dello spettacolo di varietà, dove erano passati artisti come Ettore Petrolini, Raffaele Viviani, Armando Gill, Gennaro Pasquariello, Alfredo Bambi e lo stesso De Marco. Emotivamente teso, si presentò al titolare del teatro, Giuseppe Jovinelli, un uomo rude conosciuto e rispettato per un suo passato scontro con un piccolo boss della malavita locale. Il breve colloquio andò inaspettatamente bene e Totò, con sua gioia e incredulità, venne preso. Esordì con tre macchiette di De Marco: Il bel Ciccillo, Vipera e Il Paraguay, che ebbero un buon successo di pubblico e un impensabile entusiasmo da parte di Jovinelli. Il comico firmò un contratto prolungato con il titolare, che lo usò spesso in varie parti dello spettacolo e che organizzò addirittura un finto match tra lui e il pugile Oddo Ferretti.L'incontro con Ferretti: Totò accettò con entusiasmo l'idea di organizzare un match con il pugile, e una volta sul ring, tra l'incoraggiamento del pubblico e i suoi vari lazzi e le smorfie, diede due pugni veri all'atleta, il quale si accorse che faceva sul serio ed urlò: “Ma tu stai facendo veramente? Mo' t'accomodo per le feste.” Totò scappo dal ring inseguito dal pugile e chiese aiuto a Jovinelli: “Cavalie', il campione mi vuole menare, fermatelo voi che siete il campione più campione di tutti, l'uomo più forte del mondo, l'impresario più famoso d'Italia.” E Jovinelli gli rispose ridendo: “Totò, sei un gran ruffiano, ma ti assicuro che Ferretti non ti toccherà nemmeno con un dito. Come farei se qualcuno mi “rompesse” un comico bravo come te?"

Il consenso del pubblico ottenuto al teatro non compensava però lo stile di vita dell'artista: la paga era molto bassa e non poteva neanche permettersi abiti eleganti e accessori raffinati (ai quali teneva molto) o un taglio di capelli caratteristico, con le basette come quelle di Rodolfo Valentino.. In quell'arco di tempo fece appunto amicizia con un barbiere, Pasqualino, il quale, avendo conoscenze in campo teatrale e impietosito dalle ristrettezze economiche del giovane, riuscì a farlo scritturare da Salvatore Cataldi e Wolfango Cavaniglia, i proprietari del Teatro Sala Umberto.