Lalfabeto greco, in origine, non possedeva alcun segno diacritico: per molti secoli la lingua è stata scritta soltanto in lettere maiuscole. I segni diacritici hanno cominciato a essere introdotti nel periodo ellenistico e sono divenuti sistematici nel Medioevo, a partire dal IX secolo. Il greco è quindi il risultato di molti secoli di evoluzione linguistica, che ha interessato anche i relativi segni diacritici.

Sviluppo storico

L'alfabeto greco è attestato dall'VIII secolo a.C. Fino al 403/402 a.C., le lettere greche - esclusivamente scritte in maiuscoloLa distinzione fra maiuscolo e minuscolo è puramente moderna, poiché il minuscolo non è altro che una forma di corsivizzazione dell'alfabeto originario (il "maiuscolo", per noi). Il minuscolo fa la sua apparizione solo nell'alto Medioevo. - si tracciavano in modo diverso a seconda delle città e delle regioni. A partire dal 403/402 a.C. (anno dell'arcontato di Euclide), gli Ateniesi decisero di impiegare una versione dell'alfabeto ionico, che si è via via arricchito e, soprattutto, si è imposto al resto del mondo greco, scalzando, più o meno velocemente, gli altri alfabeti epicorici (locali). Il modello ionico è anch'esso composto delle sole lettere maiuscole.

L'inventore degli spiriti - segni di aspirazione (che era già marcata su alcune iscrizioni, ma non tramite segni diacritici, bensì per mezzo di lettere) - e degli accenti sarebbe stato Aristofane di Bisanzio; il loro utilizzo iniziò a diffondersi da allora e venne perfezionato in epoca medievale. Gli accenti e gli spiriti fecero la loro comparsa, seppur sporadica, nei papiri solo a partire dal II secolo.

Nel IX secolo l'uso nei testi della punteggiatura, delle minuscole e dei segni diacritici diventa sistematico.

Nel 1982, tuttavia, l'antico sistema, detto «politonico», essendo composto da segni divenuti da secoli ormai inutili poiché non rispecchiavano più la realtà fonetica della lingua parlata, fu semplificato: nacque così il sistema «monotonico», odierno sistema ufficiale del greco moderno, sei anni dopo la legittimazione del demotico (gr. δημοτική, "[lingua] popolare, ossia il greco moderno) come lingua ufficiale nel 1976 a scapito dell'arcaizzante katharevousa; nel sistema monotonico esiste solo l'accento acuto, che si segna solo sui polisillabi e su alcuni monosillabi con funzione diacritica. Le edizioni di testi greci antichi, e in parte anche quelli in katharevousa, continuano a impiegare il sistema politonico.

Sistema politonico I segni diacritici che servivano al greco antico sono molto più numerosi di quelli del greco moderno. Si chiama sistema politonico ( polytonikòn sýstēma) l'insieme di norme di utilizzo dei segni diacritici della lingua antica: questa lingua, infatti, si distingueva per la presenza di tre accenti musicali, di fatto delle modulazioni, da cui il termine politonico, cioè «a più intonazioni». Questo sistema si oppone a quello detto «monotonico», utilizzato attualmente dal greco moderno (cfr. infra).

Spiriti

Gli spiriti si scrivevano soltanto su una vocale o un dittongo iniziale e sulla consonante rho (Ρ ρ). Il loro nome (in greco , in latino spiritus) significa propriamente «soffio». Essi indicano la presenza (spirito aspro: ) o, pleonasticamente, l'assenza (spirito dolce: ) di un'aspirazione iniziale nella pronuncia della parola.

Vengono posti: sopra la lettera, se è minuscola: ; a sinistra di una lettera maiuscola: ; sulla seconda vocale di un dittongo: .

Ogni parola che inizi per vocale o rho (come anche la seconda rho di una sequenza di due all'interno di parola) deve avere uno spirito aspro; ciò è dovuto al fatto che probabilmente rho iniziale di sillaba, trascritta dai Latini col digramma rh, era pronunciata sorda . Un testo che sia scritto interamente in lettere maiuscole, tuttavia, non avrà alcuno spirito. Uno iota ascritto (cfr. infra), dal momento che non può avere segni diacritici, sarà scritto in questo stesso modo: non è quindi composto dal dittongo ᾰι, che sarebbe piuttosto scritto - (nel caso fosse in maiuscolo), ma dal dittongo con primo elemento lungo ᾱι.

Spirito aspro

In origine, nell'alfabeto utilizzato dagli Ateniesi, il fonema /h/ era reso dalla lettera eta (H), da cui deriva lH latina. Nel momento della riforma del 403 a.C., il modello ionico fu normalizzato e imposto, di fatto, al resto della Grecia. In tale modello la stessa lettera identificava ormai un /ɛː/ (e lunga aperta), dal momento che la lettera H era diventata inutile a causa della psilosi (la scomparsa dell'aspirazione) avvenuta nel greco ionico. Pertanto, una volta che il modello ionico si diffuse sul territorio, non fu più possibile segnalare il fonema /h/ nonostante fosse rimasto nella pronuncia di certi dialetti, fra cui lo ionico-attico di Atene e, di conseguenza, la koinè, fino all'epoca imperiale.

Aristofane di Bisanzio, nel III secolo a.C., regolarizzò l'utilizzo di un H diviso in due, di cui si trovano attestazioni epigrafiche anteriori (per esempio a Taranto). Questa parte di H originò ˫ (heta), carattere in seguito semplificato in ҅nei papiri e poi in a partire dal XII secolo, diventando il segno diacritico chiamato pnèuma dasǜ, «spirito aspro». Non bisogna dimenticare che a quest'epoca il fonema /h/ era già sparito dal greco: l'invenzione e la perfezione di questo segno diacritico in un'epoca in cui era già di fatto inutile è quindi un arcaismo grammaticale eccezionale.

L'impiego dello spirito aspro come segno diacritico, tuttavia, si limita alle vocali iniziali e al rho a inizio di sillaba; non è quindi possibile segnalare la presenza di [h] all'interno di un termine o davanti a una consonante: si legge hodós («strada»), ma nel composto sǜnodos («riunione», da cui l'italiano sinodo) nulla indica che bisognerebbe leggere sǜnhodos. Nella grammatica greca una parola che inizia con [h] è detta dasǜs (lett. «ruvida, villosa»; in latino asper da cui l'italiano aspro).

Nel dialetto ionico-attico, quello di Atene (che ha dato origine, attraverso la koinè, al greco moderno), il fonema /r/ era sempre sordo a inizio di sillaba: «rosa» si pronunciava /'r̥odon/ e non /'rodon/, «Pirro» si pronunciava /'pyrr̥os/ e non /'pyrros/ (da notare la sequenza , in cui i due rho portano rispettivamente uno spirito dolce e uno aspro)Non sempre questa scrittura viene rispettata e non è raro trovare semplicemente , con gli spiriti sottintesi.. Per segnalare questo fenomeno, il ruolo dello spirito aspro venne esteso: ogni rho iniziale di sillaba deve quindi averlo.

Le ragioni della presenza dello spirito aspro restano comunque storiche per quanto riguarda le parole. La sua presenza deriva infatti dalla caduta di consonanti per lo più scomparse dall'alfabeto greco (j, Ϡ, Ϝ, Ϟ) che erano originariamente poste all'inizio delle parole e che quindi lasciano il loro segno di caduta con lo spirito aspro o semplicemente la presenza di σ all'inizio delle parole, come il verbo deponente ἕπομαι che originariamente era *σέπομαι. Quest'ultimo esempio si spiega con il verbo latino sequor, proveniente dalla stessa radice, che resta deponente come in greco e senza cambiare il proprio significato (ovvero "seguire") ma mantenendo l'originaria s iniziale.

Spirito dolce

Mentre lo spirito aspro indica la presenza di un fonema, [h], lo spirito dolce indica l'assenza di tale fonema: di fatto, non ha alcun ruolo, se non quello di agevolare la lettura; in effetti, dal momento che possono averlo soltanto le vocali iniziali, esso indica chiaramente l'inizio delle parole. Nei manoscritti medievali, spesso di lettura disagevole, è evidente che un tal segno ricopre un ruolo tutt'altro che secondario.

L'invenzione dello spirito dolce - pnèuma psilòn «spirito liscio» (contrapposto all'aspro "ruvido"; in latino lenis, da cui l'italiano dolce) è anch'essa attribuita ad Aristofane di Bisanzio, ma il segno era preesistente. Graficamente è la banale inversione di quello aspro: il semi eta ˧ si trasformò in   ҆ e successivamente in .

In molte edizioni due rho contigue all'interno di uno stesso termine sono scritte , come in polýrrizos («che ha molte radici»).

Accenti

La lingua greca, a differenza di quella italiana e di molte altre lingue moderne, ma similmente ad altre (come il lituano, lo svedese o il giapponese), aveva un accento musicale, consistente cioè non nell'intensità vocale, ma nell'altezza del suono. Si distinguono tre tipi di accento:

l'accento acuto (´), che rappresenta un'elevazione (↗) della voce; l'accento grave (`), che rappresenta un abbassamento (↘) della voce; l'accento circonflesso (^), che rappresenta un'iniziale elevazione e un successivo abbassamento della voce (↗↘); scritto anche ~, risultato di una corsivizzazione, senza differenza di significato.

La collocazione degli accenti segue quella degli spiriti: sopra una lettera minuscola: ; a sinistra di una maiuscola (in questo caso, il segno è necessariamente preceduto da uno spirito: ); sulla seconda vocale di un dittongo, eventualmente preceduto da uno spirito: . L'accento, però, si pronuncia sulla prima vocale del dittongo.

L'accento non viene segnato sulle enclitiche e sulle proclitiche, né su iota ascritto.

Accento acuto

Il tónos oxýs, «intonazione acuta», rappresenta un'elevazione della voce. Secondo la testimonianza dei filologi antichi, questa elevazione poteva estendersi fino l'intervallo musicale di una quinta.

L'accento acuto può trovarsi su una qualsiasi vocale o dittongo, ma la sua posizione è determinata dalle leggi di limitazione (in pratica non può risalire oltre la terzultima sillaba se l'ultima vocale è breve, e oltre la penultima se l'ultima vocale è lunga).

Accento grave

L'intonazione grave o tónos barýs è segnalata dall'accento grave. Non è possibile determinare esattamente come fosse realizzata questa intonazione. In un primo tempo, ogni vocale atona veniva scritta con questo segno diacritico, cosa che lascerebbe pensare che non si trattasse di un'intonazione particolare ma di una sua assenza. L'uso ne ha tuttavia limitato l'impiego: la convenzione in uso oggi, infatti, prevede che l'accento grave sostituisca l'accento acuto sull'ultima sillaba (o monosillabo accentato) se segue immediatamente un'altra parola accentata. Eccezione apparente è anche l'uso dell'accento acuto in fine di parola precedente una enclitica, infatti il fenomeno dell'enclisi destituisce la sillaba accentata dallo status di "ultima" sillaba. Infine le parole con finale accentata mantengono l'accento acuto se citate fuori dal contesto linguistico di appartenenza (voci di vocabolario o parole singole citate in testi scritti in alfabeto latino).

Accento circonflesso

È la prosōdía oxybarèia, «melodia acuta e grave», o anche περισπωμένη προσῳδία perispōmènē prosōdía, «melodia tirata, trascinata» il cui segno è l'unione di un accento acuto e di uno grave, e nelle edizioni moderne può trovarsi scritto sia   ̂, sia   ̑, sia   ̃.

L'accento circonflesso può trovarsi soltanto su una vocale lunga (ᾱ, η, ῑ, ω, ῡ) o su un dittongo e non può risalire oltre la penultima sillaba. La sua posizione nella parola è soggetta alle leggi di limitazione.

Dieresi

Apparsa nel Medioevo, la dieresi ( diàiresis "divisione, separazione, sezione") viene posta su uno iota o su uno ypsilon, per indicare che queste due lettere, per ragioni metriche o per cause relative all'origine storica del vocabolo, non formano il secondo elemento di un dittongo ma l'inizio di una nuova sillaba: (roìskos «piccola melagrana»), (áypnos «insonne»). La dieresi può essere combinata con gli accenti ma non con gli spiriti: pertanto non potrà mai trovarsi a inizio di parola.

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