La chiesa dei Santi Ippolito e Lorenzo è un luogo di culto di Faenza, in provincia di Ravenna.
Storia La chiesa di sant'Ippolito e san Lorenzo è il più importante esempio del tardo Barocco faentino con riferimenti espliciti al Barocco romano, anticipa peraltro lo stile neoclassico e presenta alcune interferenze venete. Oggi quella dei Santi Ippolito e Lorenzo è una chiesa parrocchiale ma, inizialmente, tra il 1200 e il 1300 sorgeva come complesso monastico benedettino, poi camaldolese, dipendente direttamente dal monastero di Murano. Il monastero, stabilitosi a Faenza fin dal sec. XII, era situato quasi in riva al fiume Lamone al di fuori delle mura medievali. Nulla si sa sull’aspetto della chiesa e del convento d’allora. Tutt’oggi l’archivio della chiesa faentina si trova proprio a Camaldoli, essendo stata un edificio sacro legato alle congregazioni dei frati toscani ramificate nel territorio circostante. Purtroppo, non rimangono testimonianze della chiesa duecentesca eccetto il quadro della Madonna col Bambino risalente agli anni ’60 che si trova ora in sagrestia. Quella che si può ammirare oggi è, invece, la chiesa settecentesca. La struttura precedente, infatti, venne ampliata tra il 1771 e il 1774, quando vennero aggiunte nuove fondazioni per costruire un fabbricato più ampio su progetto di un autore ignoto, ma sicuramente romano. Pare che lo stesso disegno preparatorio giungesse direttamente da Roma dovendo i monaci seguire le direttive degli ordini superiori da cui dipendevano e adottare un orientamento analogo in tutte le loro chiese. Certo è che ci sia stato un capomastro a seguirne la costruzione: si è fatto il nome del giovane Giuseppe Pistocchi, architetto faentino costruttore del Teatro Masini e di Palazzo Milzetti sempre a Faenza, o del faentino Gioacchino Tomba. Tale ricostruzione avvenne poiché durante il Settecento alcuni ordini di Faenza decisero per un sostanziale rinnovamento dal punto di vista architettonico che doveva includere le chiese preesistenti come ad esempio San Francesco, Sant’Agostino, la chiesa delle monache di Sant’Umiltà, la chiesa della SS. Trinità nel Borgo Durbecco, San Domenico, San Benedetto, Santa Chiara. Tali edifici gotici e romanici a tre navate furono generalmente trasformati a navata unica a navata unica grazie all’invenzione della volta di cannicciato ingessato. Così buona parte delle chiese di Faenza, situate non nel centro storico - come per esempio il Duomo della città -, ma nelle zone limitrofe, subirono alcune modifiche strutturali avvicinandosi a quello che era il gusto del corrente XVIII secolo. Oltre al capomastro collaborarono sicuramente una schiera di stuccatori e scultori: l’aspetto di maggior rilievo è senz’altro tutta l’immensa decorazione. Se si volgono gli occhi alla struttura architettonica, infatti, si può notare che questa non è mai libera; sia le colonne che le paraste (semipilastri a cornice delle cappelle) si concludono in alto con lussuosi capitelli.
Descrizione La struttura interna All’interno la chiesa di forma rettangolare presenta un’unica navata con sei cappelle laterali. La profondità di queste ultime è la stessa, anche se le due centrali, più alte, danno l’idea di uno spazio sfondato più profondo. Si parla, perciò, di pseudotransetto, ovvero una specie di effetto ottico/costruttivo mediante il quale viene conferita l’idea di uno spazio che a livello effettivo risulta però mancante. La pianta è, dunque, a croce greca inscritta in un rettangolo. Essendo il disegno preparatorio della chiesa faentina realizzato da un architetto romano, operando un confronto tra le piante delle chiese romane settecentesche, si nota come quella di S. Carlo ai Catinari di Rosario Rosati presenti un impianto planimetrico assai simile. Un particolare architettonico tipico del periodo barocco è la cosiddetta soluzione d’angolo, perciò la struttura rettangolare della chiesa viene “ammorbidita” nei quattro angoli, per così dire smussati da una sorta di collegamenti strutturali. L’interno è strutturato a paraste e semicolonne che sostengono un cornicione di ordine corinzio. Anche le colonne sono di ordine corinzio con una trabeazione che corre lungo tutto il perimetro della chiesa interrotta solamente nelle cappelle centrali. Il presbiterio rialzato presenta una forma allungata in profondità che si conclude con lo spazio occupato dall’organo del coro. La sua posizione ricevette moltissime critiche da parte del collegio clericale in quanto oltre all’organista lo spazio doveva accogliere anche tutti i cantori e musicisti. Dunque, si temeva che durante la Messa lo sguardo del fedele ricadesse in quel punto e venisse attratto da qualche membro del coro magari un po’ più megalomane di altri con il rischio che richiamasse più attenzione di colui che officiava. La facciata esterna La facciata è strutturata in modo semplice con grandi lesene abbinate di ordine corinzio. Il timpano mancante viene riprodotto in un’incisione di Achille Calzi. Un bassorilievo raffigurante palme incrociate posto sopra il portale interrompe la semplicità. Appoggia su un doppio basamento, il primo completamente liscio mentre il secondo ricco di cimasa e basamento in pietra locale della Samoggia. Sopra ai capitelli vi sono la cimasa e l’abaco in pietra. Sopra scorre la trabeazione ricca di cornici e sopra di essa la fascia del fregio decorata in lastre di cotto, ognuna riportante una lettera a caratteri romani in rilievo. L’insieme delle lettere compongono la scritta dedicatoria: IN HONOR – S.S. HYPPOLYTI – ET LAURENTII – MM., mentre nel risvolto due lettere D M, inizio di una data andata perduta. Nell’incisione di Achille Calzi, eseguita su disegno di Romolo Liverani, la scritte dedicatoria viene sostituita da una data 1836 (MDCCCXXXVI). C’è poi da precisare che durante il periodo barocco le chiese cercano di creare una forte relazione con la realtà esteriore: le facciate diventano un punto di conflitto tra l’interno dell’edificio e le logiche dell’esterno. (Per esempio, nella chiesa di San Pietro troviamo un doppio colonnato che conferisce l’idea di un abbraccio, quello di San Carlo richiama invece una sorta di onda). Lo stesso avviene nella chiesa di Sant'Ippolito e Lorenzo: nella facciata si verifica lo stesso effetto d’angolo che si trova anche all’interno e di conseguenza la facciata esterna viene modificata. Questa, infatti, non si mostra piatta ma sembra essere compressa, schiacciata, dalla stessa navata che con il suo volume sembra deformare la facciata stessa. Il tema dell’angolo non viene richiamato solamente dalle due colonne corinzie che introducono al presbiterio, ma anche dalle finte-semicolonne della facciata esterna conferendo l’idea di un medesimo tema. Immaginando di togliere quadri e stucchi e concentrandosi solamente sulla parte architettonica si nota come dall’elemento della colonna di ordine corinzio il tema, correndo poi lungo la trabeazione, si imposti e crei un effetto continuo giungendo fino alle volte. Viene riportato perciò in alto ciò che avviene a livello planimetrico. Il tema si interrompe solo a livello del presbiterio e nei pseudotransetti delle cappelle laterali e centrali. Il capomastro Domenico Galli, chiamato a sistemare la facciata dopo il crollo accidentale del cornicione e del timpano o la sua demolizione precauzionale che aveva recato danni agli elementi architettonici sottostanti, ci lasciò la facciata che si vede oggi. Non vennero perciò ricostruiti né il timpano, né la cimasa, né i due grandi angeli reggenti lo stemma dei Camaldolesi, che esistevano precedentemente come testimonia l’incisione del Calzi. Vi sono, infine, alcuni motivi plastici che a prima vista non si colgono facilmente: due volti di giovani elegantemente incorniciati da un panno posti sul portale, un angioletto dentro la cuspide, le palme intrecciate che alludono al martirio di San’Ippolito e San Lorenzo ed ancora più in alto una testa sotto un casco di foglie. I motivi vengono attribuiti ad Antonio Trentanove, sculture riminese rappresentativo della scultura emiliano-romagnola degli ultimi del Settecento.
Organo L’organo “Anelli” della chiesa fu collaudato il 15 luglio 1856 da Gualtiero Anelli,che negli stessi anni costruì anche l'organo della Chiesa di San Marco a Venezia https://www.treccani.it/enciclopedia/anelli_(Dizionario-Biografico)/. Lo strumento contiene parzialmente il materiale dell’organo precedente. È interamente contenuto in una cassa esterna che costituiva precedentemente un antico altare. La cassa è decorata secondo il tipico gusto rinascimentale: teste d’angeli, ghirlande stilizzate e simboli sacri intagliati. Le canne di facciate contengono un’elevate percentuale di stagno ed il loro suono è squillante senza essere tagliante. I quattro mantici costruiti in legno e pelle di pecora, rappresentano i contenitori polmonari per mettere l’aria in circolazione attraverso le canne. L’aria non è stata eccessivamente compressa in linea con lo stile tipico dell’organo dolce italiano. La pedaliera è a leggio e fornita di 14 suoni, l’unico manuale è a registri spezzati (fra il si e il do3).
Sculture e stucchi Tutte le decorazioni che adornano le pareti sono a stucco. Le cappelle presentano in alto sculture di angeli nel cornicione spezzato e sull’arco degli altari. Se si solleva il capo, ciò che è ancora più impressionante, è il cornicione che si stacca dalle pareti introducendo le volte. Nella parte centrale si trova una finta cupola riabbassata ornata da altri rosoni, decorazioni a finte croci, medaglioni e ottagoni. La realizzazione di queste decorazioni viene attribuita a maestranze ticinesi. Si parla, infatti, di maestri provenienti dal Canton Ticino, nei pressi di Lugano, che per tradizione fin dall’età medievale fu zona dalla quale provenivano lapicidi, lavoratori della pietra o stucco e scultori. Nel 1700 arrivarono vere e proprie famiglie di maestri scese in cerca di lavoro, come quella dei Martinetti o dei Giabani, che non operano solamente a Faenza, ma anche a Imola, Lugo, Ravenna e in altre località romagnole. Si verificò, dunque, una diffusione capillare e numerosissime chiese settecentesche subirono interventi da questi maestri. Impossibile definire quale delle famiglie operò a Faenza, ma il gusto dei finti rosoni così aggettanti, emergenti, le cornici coi rami di palma e le soluzioni pseudobaroccheggianti alla Borromini si trovano anche in altre chiese dove documenti attestano l’intervento di tali maestranze. Vi sono anche molti riferimenti al Barocco romano per quanto riguarda lo stile: per esempio i temi degli ovali con le fasce di palme, i cassettoni a croce, gli ottagoni e le losanghe esagone nella calotta absidale tipicamente borrominiane. Francesco Borromini fu un famosissimo architetto del XVII secolo operante quasi esclusivamente a Roma. Nella chiesa di Sant'Ippolito e Lorenzo viene ricordato come stilemi anche nel presbiterio con l’effetto a cassettonati decorato a croci, esagoni e rosoni, ripresi dalla celebre cupola di San Carlo alle Quattro Fontane realizzata dal Borromini sempre a Roma. Mentre, in corrispondenza della base degli arconi del soffitto, si trovano delle “pelte” a forma di conchiglia di derivazione barocca romana, riprese da Cosimo Morelli nella Cattedrale di Imola e nella chiesa di San Francesco a Lugo. Gli angeli sopra l’arco dell’altare, databili agli anni ’80 del 1700 e di notevole qualità, reggono un cartiglio di scritti; sul cornicione si trovano altri angeli di ancor maggiore qualità artistica. Sembra che a realizzarli sia la mano di uno stuccatore ticinese Antonio Trentanove, scultore del Settecento che collaborò insieme a Felice Giani, ma si fa anche il nome di Giuseppe Ballanti. Tuttavia tali ipotesi non sono unanimemente condivise dalle critica. Gli altari non hanno conservato tutte le pare originali ed in alcuni sono state rimosse. Generalmente lo schema è quello presente al primo altare in fondo, che raffigura la storia di San Michele con la spada sguainata.