Un acquedotto, dai termini latini aqua (acqua) e ducere (condurre), in ingegneria idraulica, è il complesso delle opere di presa, convogliamento e distribuzione dell'acqua necessaria ad una o più utilizzazioni, tra cui l'uso potabile, irriguo e industriale.

Costruttivamente può essere realizzato in vari modi: con canali artificiali, con tubazioni o con soluzioni miste. Nel caso di canali il funzionamento può essere solo a pelo libero, nel caso di tubazioni anche in pressione. Per gli acquedotti potabili, si preferisce il funzionamento in pressione, perché dà maggiori garanzie igieniche, anche se in Puglia è stato realizzato all'inizio del Novecento il Canale Principale dell'Acquedotto Pugliese, tuttora in esercizio, che funziona a pelo libero.

Molti acquedotti a pelo libero attraversano il paesaggio per mezzo di ponti sopraelevati dedicati, oppure in canali somiglianti a dei piccoli fiumi. In entrambi i casi il movimento dell'acqua è dovuto unicamente alla forza di gravità, perciò il percorso deve essere strettamente discendente. Acquedotti abbastanza larghi possono essere utilizzati da imbarcazioni.

Storia

L'età antica e le prime opere L'invenzione degli impianti di trasporto dell'acqua risale all'età antica; infatti le prime opere del tipo per il drenaggio e lo scolo delle acque furono costruiti già presso i Sumeri: si trattava di condotte in mattoni con copertura a volta. Se ne trovano a Lagash, a Nippur, a Ur. Il modello fu ripreso anche a Babilonia. Successivamente, intorno al VII secolo a.C., furono scavati nella roccia acquedotti sotterranei dotati di pozzetti verticali che portavano l'acqua dalle montagne alle città. I Fenici costruirono un simile acquedotto per rifornire d'acqua Tiro e ne rimangono rovine a Ras al-Ain. Gli Ebrei costruirono il tunnel di Ezechia per alimentare la Piscina di Siloe a Gerusalemme in previsione dell'assedio da parte di Sennacheribbo.

L'acquedotto di Ninive, costruito dagli Assiri per ordine del re Sennacheribbo nella stessa epoca, era un canale sotterraneo a vasche digradanti per una lunghezza totale di 115 kmFrederick Mario Fales e Roswitha Del Fabbro, Jerwan: decifrare un acquedotto assiro sul sito Archeologia Viva. Per trasportare l'acqua attraverso la valle di Jerwan fu costruita una struttura di calcare alta 9 m e lunga 280. Acquedotti scavati nella roccia più tardi furono quelli di Corinto e di Palmira. Il sistema degli acquedotti scavati nella roccia con pozzetti verticali ha avuto particolare diffusione in Persia, dove questi impianti sono detti qanāt. Il qanāt di Zarch è il più lungo dell'Iran: misura 71 km ed è dotato di 2115 pozzi verticali; è anche il più antico, risalendo al I millennio a.C.Ancient Water Technologies . Dalla Persia il sistema si è diffuso anche in altri paesi, fra cui l'Oman, dove questi acquedotti sono detti aflaj (singolare falaj).

Condotti in terracotta sotterranei sono stati trovati in siti archeologici del II millennio a.C. quali Cnosso, Argo, Tirinto, Micene ed Itaca. La civiltà cretese fu la prima ad utilizzare tubi di terracotta interrati per l'igiene e la fornitura d'acqua. La loro capitale, Cnosso, era dotata di una rete idrica ben organizzata per far arrivare l'acqua pulita e far defluire quella sporca, oltre che per smaltire lo straripamento in caso di piogge intense. Contiene anche uno dei primi esempi di sciacquone, risalente al XVIII secolo a.C.

Questa tipologia rimase diffusa in ambito greco. Fra i più famosi impianti di questo tipo si possono citare l'acquedotto di Eupalino, ordinato da Policrate nell'isola di Samo, e quelli di Priene e Cirene. Atene e Siracusa avevano già nell'antichità una vera e propria rete idrica composta da più acquedotti sotterranei. Gli acquedotti che servivano Atene scendevano dal Parnete, dall'Imetto e dal Licabetto. Fra gli acquedotti di Siracusa ha particolare importanza l'acquedotto Galermi.

Le evoluzioni nell'antica Roma

I Romani costruirono numerosi acquedotti per portare acqua ai centri abitati e alle attività locali. La stessa città di Roma ebbe la più grande concentrazione di condotte idriche con undici acquedotti costruiti nell'arco di cinque secoli, con una lunghezza complessiva di circa 350 km. Anche nelle province dell'Impero furono costruiti molti acquedotti; fra i più monumentali si ricordano quelli di Nîmes (Ponte del Gard) e di Segovia, a doppio ordine di archi. Anche la capitale dell'Oriente, Costantinopoli, fu dotata di un acquedotto, l'acquedotto di Valente.

I Romani svilupparono in particolare la tecnica degli acquedotti sopraelevati ad archi, tuttavia solo 47 km degli acquedotti della città di Roma erano costruiti in superficie, la maggior parte era sotterranea. Fra gli acquedotti sotterranei romani l'acquedotto Eifel in Germania è un esempio classico. Il più lungo acquedotto romano è quello costruito nel II secolo d.C. per approvvigionare Cartagine attraverso una condotta da 141 km.

Gli acquedotti romani erano delle costruzioni molto sofisticate il cui standard qualitativo e tecnologico non ebbe uguali per oltre 1000 anni dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente. Essi erano costruiti con tolleranze minime: ad esempio la parte di acquedotto a Ponte del Gard in Provenza ha un gradiente di soli 34 cm per km (1:3000) scendendo di soli 17 m nella sua intera lunghezza di 50 km. La propulsione è interamente garantita dalla gravità, trasportando un grande quantitativo d'acqua in modo molto efficiente (il citato Ponte del Gard ne veicolava 20.000 m³ al giorno).

A volte, quando si incontrano depressioni maggiori di 50 m lungo il percorso, vengono utilizzati i sifoni inversi, condotte a gravità utilizzate per superare il dislivello, in uso anche ai giorni nostri, quando gli ingegneri idraulici utilizzano questa metodologia per gli impianti idrici e fognari.

Il medioevo e le innovazioni dei saraceni Molte delle esperienze accumulate dagli antichi romani vennero perse durante il Medioevo e in Europa la costruzione di acquedotti conobbe una interruzione. Inoltre, molti acquedotti romani andarono in rovina. L'approvvigionamento idrico nel Medioevo era assicurato da opere meno impegnative, come pozzi e cisterne, oppure dai portatori d'acqua ("aquariciarî").

Nell'Impero bizantino, tuttavia, gli acquedotti rimasero in funzione ed anzi ne furono costruiti di nuovi. In particolare per servire la capitale, all'acquedotto di Valente furono aggiunti due nuovi acquedotti attribuiti a Giustiniano e successivamente altri due nell'XI e XII secolo.

Durante il Medioevo le opere idriche ebbero inoltre grande sviluppo nel mondo musulmano, particolarmente interessato da problemi di siccità. Fra le opere più monumentali di questo periodo ci sono gli acquedotti di Elvas e di Siviglia nella Penisola iberica, quelli di Fez e Marrakesh in Marocco. La perizia idraulica acquisita dagli arabi permise la realizzazione di piscine e fontane nei cortili delle residenze dei sovrani, come nell'Alhambra e nel Generalife di Granada o nellAlcázar de los Reyes Cristianos di Cordova. Nella parte orientale del mondo islamico, nei paesi di cultura persiana ed in Oman, continuava e si perfezionava la tradizione dei qanat e degli aflaj.

A partire dalla conquista islamica anche nel Regno di Sicilia si ampliò la rete idrica per le coltivazioni e per i giardini privati. Nei primi anni del regno venne realizzato il complesso architettonico della Zisa a Palermo, una sorta di monumentale fontana, che fungeva anche da palazzo di rappresentanza, alimentata da un acquedotto interrato, che all'esterno proseguiva con una serie di cascatelle e giungeva in un ricco giardino.

Nell'Europa occidentale (e dipendenze) gli ordini monastici continuarono l'attività di costruzione di acquedotti: i Benedettini costruirono l'Acquedotto medievale di Salerno, i Cistercensi quelli di Casamari, Limoges e Saint-Polycarpe; gli Ospitalieri ne realizzarono uno sull'isola di Rodi.

Dal XIII secolo si ebbe una ripresa della costruzione di acquedotti, alcuni capaci anche di far muovere l'acqua in salita, come nei casi di Perugia (1276-1278), Orvieto (fine XIII sec.) e Spoleto (XIII-XIV sec.) di cui rimane il cosiddetto Ponte delle Torri, un ponte-acquedotto alto 82 metri e lungo 220. In particolare nella città di Perugia venne realizzata la Fontana Maggiore proprio per celebrare la costruzione dell'acquedotto lungo circa cinque chilometri che segnò probabilmente la riconquista delle antiche tecniche idrauliche romane. Ancora nel XVI secolo il Vasari esprime nella vita di Nicola e Giovanni PisanoGiorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, 1568 l'ammirazione per questo acquedotto:

Altri acquedotti italiani del Duecento sono quelli di Sulmona (1257) e Casamari (1200). Nel Basso Medioevo anche la Francia conobbe un'intensa attività di costruzione di acquedotti, fra cui spicca quello di Coutances, in Normandia, del 1277. Per il resto dell'Europa l'approvvigionamento di acqua venne garantito principalmente tramite lo scavo di pozzi, ma questo metodo creava gravi problemi di salute pubblica quando le falde acquifere risultavano contaminate.

La tecnica idraulica fu molto sviluppata anche nell'area indiana. Il più complesso sistema idrico dell'India medievale è probabilmente quello che serviva la città di Vijayanagar (oggi Hampi), capitale dell'omonimo impero fondato nel 1336. Nel XV secolo venne costruita una diga sul fiume Tungabhadra, da cui partiva un acquedotto lungo 24 kmRobert Sewell, A forgotten empire (Vijayanagar), 1900, pag. 51, che riforniva la rete idrica cittadina e terminava in una piscina centrale a gradinate.

Nell'America precolombiana vennero costruiti notevoli impianti idrici. Nell'area di Nazca si trovano i cosiddetti puquios risalenti al V secolo: si tratta di acquedotti sotterranei basati su di un principio analogo a quello dei qanat persiani. Alcuni puquios sono tuttora in funzioneElisabetta Curzel, Perù: risolto il mistero dei "puquios" di Nazca sul Corriere della Sera del 20 aprile 2016, ad esempio l'Acquedotto di Cantayo. Presso la capitale incaica, Cuzco, si trova il sito archeologico di Tambomachay, che consiste in un impianto idrico dalla funzione non ancora chiarita. Anche la capitale azteca, Tenochtitlán, era dotata di un acquedotto.

Il XVII e XVIII secolo Alla fine del XVI secolo riprese in Europa la costruzione di acquedotti per servire le grandi città, per iniziativa delle monarchie assolute. Dopo oltre tredici secoli e mezzo dalla realizzazione dell'ultimo acquedotto della città di Roma, un nuovo acquedotto venne costruito nella città dei Papi tra il 1585 e il 1587 durante il pontificato di papa Sisto V, riutilizzando le sorgenti dellAqua Alexandrina e altre delle zone limitrofe. In onore del Papa fu chiamato Acqua Felice.

Seguì nel 1610 l'apertura dell'acquedotto dell'Acqua Paola per volere di papa Paolo V, sull'antico tracciato dallAqua Traiana. Per completezza bisogna ricordare che a Roma l'Acqua Vergine (l'antica Aqua Virgo) era sempre rimasta in funzione, grazie a numerosi interventi di manutenzione attuati lungo i secoli, anche se il suo punto terminale, Fontana di Trevi, è stata completata nella sua attuale forma monumentale solo nel 1762. Nel 1613 venne aperto l'Acquedotto mediceo di Pisa.