Il convento di Santa Maria delle Grazie, detto dell'Osservanza, è un complesso monumentale situato ad Imola, legato all'opera dei Frati Minori Osservanti, presenti in città sin dal XV secolo. Sorto in un luogo fuori dalle mura cittadine dov'era venerata un'immagine della Madonna delle Grazie, esso comprende: il santuario della Beata Vergine delle Grazie; la chiesa di S. Michele Arcangelo; il convento dell'Osservanza. Da settembre 2008 è sede della parrocchia di San Cassiano, dopo il trasferimento dei Frati alla casa madre di Bologna.

Storia Le radici del complesso precedono l'arrivo dei Frati Minori OsservantiFranciscus Imolensis. Il carisma francescano in diocesi di Imola: otto secoli di vita. VI - I frati minori dell'Osservanza, «Nuovo Diario-Messaggero», 27 agosto 2026, pp. 23-26.. Nel XV secolo esisteva un'area a sud di Imola detta «Ospedaletto» dove venivano portate le persone che si ammalavano di peste, colera e di altri morbi contagiosi. Per il loro conforto spirituale, fu eretto tra il 1400 e il 1434 un santuario vicino ad alcune casette che ospitavano gli appestati. La vicina Faenza era stata salvata da una pestilenza grazie alle invocazioni alla Beata Vergine delle Grazie, patrona della città. In quel periodo anche Imola era sotto la Signoria Manfreda. Nel 1401, 1416 e 1422 a Imola la peste fu debellata dopo rogazioni alla Santa immagine, verso la quale anche gli imolesi divennero molto devoti.

Nel 1466 papa Paolo II autorizzò, su richiesta di Taddeo Manfredi e della comunità di Imola, la costruzione di un convento destinato ai Frati minori Osservanti, già presenti a Faenza (bolla del 22 luglio 1466). A lato del santuario mariano fu edificata la chiesa di San Michele Arcangelo. In seguito furono aggiunti i due chiostri (quello maggiore fu costruito tra il 1467 e il 1487), poi il convento. Alla fine del XVI secolo un cronista locale descrisse il convento come un complesso pienamente sviluppato: collocato in un luogo ameno, ricco d’acqua, disponeva di: dormitorio, ambienti al piano superiore e inferiore, cisterna e locali di servizio. La biblioteca era stata realizzata grazie al sostegno della famiglia Macchirei.

Nel 1626 terminò la fase nella quale il convento appartenne ai frati minori della regolare Osservanza. Da quell'anno passò agli Osservanti Riformati e venne inserito nella Provincia osservante riformata di Bologna.

Il 31 maggio 1810 i frati vennero allontanati dal convento in seguito alla soppressione napoleonica degli ordini religiosi. Il monastero fu trasformato in caserma e i chiostri furono utilizzati come stalle per i cavalli. Nel 1812 il convento e la cappella della Beata Vergine delle Grazie furono acquistati da privati. I monaci, nell'attesa di ritornare nel convento, dovettero trovare sistemazioni provvisorie. Dal 1821 al 1832 i francescani si stabilirono nel convento del Piratello. Solo nel 1832 la comunità monastica poté fare ritorno all'Osservanza. Oltre alla cura del santuario mariano, ai monaci fu riaffidata l'assistenza ai malati contagiosi, com'era stato fino alla soppressione napoleonica.

Nel 1860 il convento venne occupato per la prima volta dalle truppe sabaude. I monaci dovettero alloggiare temporaneamente nel professorio. Il 3 giugno 1866 venne ordinato un nuovo sgombero per ospitare le regie truppe. Poco più di un mese dopo, un decreto dispose la soppressione degli ordini religiosi su tutto il suolo nazionale (7 luglio 1866). Il 14 dicembre la famiglia francescana fu quindi costretta ad abbandonare nuovamente il convento.

Nel 1887 la Congregazione di Carità di Imola acquistò parte del convento, consentendo il ritorno dei Frati minori riformati. Ma durante la loro assenza il chiostro subì dei danni: era stato trasformato in stalla per i cavalli dei militari e le arcate erano state chiuse con muri di mattoni, provocando il deterioramento di colonne e capitelli. I monaci riconvertirono la struttura all'uso religioso, ma la Congregazione di Carità non volle riconoscere ai frati la proprietà sulla porzione del convento acquistata. La causa si protrasse fino al 1896 e terminò a favore dei monaci. All'inizio del XX secolo furono avviati i lavori di restauro del chiostro, che si conclusero nel 1906.

Nel 1926 i francescani cedettero al Comune il terreno posto lungo il fianco nord-est della chiesa. L'amministrazione comunale decise di riqualificare il giardino pubblico e fece innalzare un recinto in ferro battuto lungo il portichetto antistante la chiesa. La cancellata, tuttora esistente, modificò il rapporto tra il complesso religioso e lo spazio pubblico circostante. Infine, nel 1930 fu effettuata la ricostruzione del cosiddetto tempietto di Giulio II, con la ricomposizione della parte originale conservata nella parete sinistra all'interno della chiesa. Nel 1936, sopra il refettorio, venne costruita la nuova infermeria provinciale, destinata ad accogliere i religiosi ammalati provenienti dall'intera Provincia religiosa di Bologna. Il convento dei Francescani riformati si confermò un punto di riferimento stabile per un'ampia area geografica.

Negli anni sessanta del XX secolo fu avviato il restauro degli affreschi del chiostro, con finanziamenti privati. Il 27 giugno 1967, V centenario dell'arrivo dei Frati a Imola, il rinnovato chiostro fu inaugurato.

Nel 2006, dopo una presenza ultracentenaria, i frati hanno lasciato Imola e si sono trasferiti nella casa madre di Bologna. Successivamente sono iniziati i lavori di restauro del complesso conventuale, per la gestione dei quali la comunità imolese ha creato una onlus affiancata da un comitato che gestisce la raccolta fondiRiccardo Pedrini, Restauri all'Osservanza, opera ecclesiale ne «Il nuovo Diario-Messaggero», 17 novembre 2018, pp. 2-3.. Nel 2016 la chiesa è diventata parrocchiale, sede della parrocchia di San Cassiano (del cui territorio fa parte anche il Duomo).

Santuario della Beata Vergine delle Grazie La cappella misura 15 x 5,4 m e l'altezza varia dai sette agli otto metri. Ha due cupole: quella sul presbiterio, decorata da Jacopo Zampa nel 1768, rappresenta la Vergine delle Grazie, circondata da molti santi, tra i quali S. Francesco, S. Cassiano e S. Pier Crisologo. I santi pregano Maria e la Vergine strappa dalle mani del figlio un fascio di frecce, che stavano per essere scagliate sulla città di Imola, raffigurata in basso. Nel 1782 la cappella fu ingrandita, unendo al corpo già esistente il portico antistante, che risaliva alla prima metà del XVI secolo. La cupola sovrastante è più bassa di quella del presbiterio ed è decorata con un dipinto trompe-l'œil, eseguito da Annibale Marini nel 1871, al termine di lavori iniziati nel 1858 che avevano arricchito la cappella con l'altare ed il ciborio in alabastro d'Egitto, pavimento in marmo, capitelli dorati e stucchi alle pareti.

Nella nicchia sull'altare maggiore c'è il quadro a tempera della Beata Vergine delle Grazie. D'autore ignoto quattrocentesco, sebbene attribuito a Gentile da Fabriano, raffigura la Madonna col Bambino, gli angeli e un devoto inginocchiato (Ludovico Alidosi o Guidaccio Manfredi?). L'immagine fu incoronata nel 1615 con un diadema d'oro e di nuovo nel 1815 con un secondo diadema donato da Pio VII.

La lunetta nella parete sinistra è impreziosita da un dipinto del XVI secolo, raffigurante una processione della venerata immagine, l'autore del quale è incerto: Innocenzo da Imola o Lavinia Fontana. Nel santuario vi erano altri quattro piccoli quadri, ora in sagrestia, che rappresentano l'incoronazione, una processione votiva, il voto del 1630 e una scena della peste dello stesso anno. Questi quadri furono dipinti nel 1744 da Giuseppe Righini.

L'attuale facciata fu eretta nel 1939, durante i lavori per la costruzione di una nuova entrata dell'ospedale psichiatrico di Imola. Nello stesso periodo furono erette due statue all'inizio del viale alberato che conduce al convento: raffiguravano Santa Chiara e San Francesco. Nel 1948 vennero restaurate e Santa Caterina da Siena sostituì Santa Chiara«Il nuovo Diario-Messaggero», 15 aprile 2017, p. 14.. Nel settembre 1952 un incendio sviluppatosi in sagrestia danneggiò gravemente anche l'interno del santuario, il cui restauro fu affidato al pittore imolese Tonino Dal Re.

Chiesa di San Michele Arcangelo Progettata dagli architetti Matteo Scalabrini e Luca Ghelli, la chiesa fu costruita tra il 1469 e il 1472. Facciata Tutto il complesso ha subito varie trasformazioni e ristrutturazioni, che ora ci presentano una facciata “guastata” da un portico innalzato nell'anno 1500 circa, ma comunque pregevole per i fregi in terracotta delle arcate, che raffigurano tanti serafini in mezzo all'intreccio del mistico cordone francescano.

Sotto il portico, sulla facciata, vi sono tre sarcofaghi (prima del restauro del 1770 si trovavano all'interno della chiesa). Il più pregevole è il primo a sinistra, dedicato a Bianca Landriani, (1496), sorella di Caterina Sforza. Sopra la porta d'accesso al chiostro vi è un antichissimo monogramma (da leggersi Nel nome di Dio), trattenuto da un angelo.

Interno

L'interno si presenta con una navata centrale affiancata da tre ampie arcate, con l'abside che ospita il coro ligneo, ed una sola navata minore laterale, a sinistra. Quest'ultima fu realizzata nel 1942, al posto di quattro ampie cappelle laterali, che contenevano altari e pale di pregevole fattura.

Un affresco oggi staccato, raffigurante la Madonna Pacificatrice, opera forse di Guidaccio da Imola (1472), mostra Maria al centro, tra san Francesco e san Bernardino da Siena, con le braccia aperte e sotto il cui manto si riparano alcuni soldati in ginocchio. Ancora non è sicuro se questo quadro rappresenti la pace tra Taddeo e Guidaccio Manfredi o un atto di devozione del capitano Montecchio da Porzeno. Ai lati dell'affresco sono due statue, raffiguranti san Francesco e sant'Antonio, risalenti al XIV secolo, di scuola robbiana.

In fondo all'abside si staglia un crocefisso ligneo del XV secolo, di stile bizantino; i confessionali risalgono al 1720 e il loro autore è fra' Marino da Bologna, mentre i quadri della Via Crucis (1725) sono di Gian Battista Rosa da Venezia.

Sopra la porta che dà l'accesso alla sagrestia si può ammirare una pala d'altare rappresentante san Michele Arcangelo con la Beata Vergine, santa Caterina da Siena e Pietro d'Alcántara, di Giacomo Zampa (1782). Un'altra pala di pregevole valore è Sant'Antonio di Padova e il Bambino Gesù di Flaminio Torri, una opere più significative maestro bolognese del Seicento.

All'inizio della navata laterale vi è un quadro raffigurante il Battesimo di Gesù (1729) di Tita Veneziano, allievo del bolognese Francesco Monti. Le finestre sono costituite da vetri colorati (10 x 10 cm) in finto alabastro, trattenuti da listelli in piombo ed inseriti in cornici metalliche. Le due finestre del coro presentano inoltre un grazioso bordo di vetrini istoriati policromi, mentre il rosone della facciata reca il simbolo francescano delle due braccia di Cristo e di S. Francesco incrociate fra loro.

Dal 1990 la chiesa ha nuovamente un organo per le funzioni liturgiche dopo cinquant'anni di assenza. L'organo originale, un antico organo Sormani, era infati andato distrutto nel 1940. Lo strumento attuale non è di nuova costruzione ma è un organo originale, costruito nel 1843 dal bolognese Alessio Verati, che giaceva da anni in una soffitta di Sant'Apollinare di Casola Valsenio. Restaurato alla fine degli anni 1980Oscar Chiodini, Un organo coi campanelli, in «Nuovo Diario-Messaggero», 15 settembre 1990, pag. 9., è dotato di 375 canne di stagno, piombo e legno.

Convento Il primo chiostro era aperto al pubblico. Al secondo potevano accedere soltanto i monaci. Il primo chiostro misura 28,25 x 21,75 m (8 x 6 archi). Ha 28 colonne in arenaria e affreschi risalenti al 1590, che raffigurano episodi della vita di S. Francesco. In origine gli affreschi erano 35, ma 15 sono andati perduti. Il pozzo al centro aveva una cisterna che non è giunta fino a noi.