Gangi (Ganci in ) è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Palermo in Sicilia. Geografia fisica Clima

Storia

Nel territorio di Gangi i ritrovamenti più antichi risalgono alla età del bronzo antica, nell'epoca caratterizzata dalla cultura di Castelluccio, come testimoniato da necropoli costituite da tombe a grotticella rinvenute nel sito di Serra del Vento e nelle contrade Regiovanni e Zappaiello, a circa dieci chilometri dall'attuale centro abitato. A lungo fu identificata con la leggendaria città cretese di Engyon. Accreditati eruditi, studiosi di ieri e di oggi collocano Engio proprio dalle parti di Gangi (località di Gangivecchio o di Monte Alburchia). Alcune evidenze archeologiche appaiono confermare ciò. Un'accreditata storiografia, di lunga data, scrive della distruzione del paese avvenuta nel 1299 per opera di Federico III durante la guerra dei Vespri. Fu ricostruita su un monte vicino: il Marone. I primi documenti storiografici attestano l'esistenza di Gangi (allora ubicata nel sito originario di contrada Gangivecchio) nel XII secolo. Fu poi compresa nei possedimenti della contea di Geraci: nel 1195 Enrico VI di Svevia, che nell'anno precedente aveva sottomesso la Sicilia e ne era stato incoronato re, assegnò alla famiglia de Craon, nella persona della contessa Guerrera, le divise pertinenti alla contea, i cui confini furono definiti includendo il territorio di Gangi. Dal XIII secolo la contea di Geraci passò sotto la dominazione dei nobili Ventimiglia.

Dalla fine del XV secolo, Gangi, come il resto della Sicilia ormai parte dell'Impero spagnolo, fu soggetta all'Inquisizione. Qui fu torturato e giustiziato il priore dei benedettini di Gangivecchio.<ref>Carlo Alberto Garufi, Fatti personaggi dell'Inquisizione in Sicilia, Palermo, Sellerio, 1978 (ristampa); Francesco Giunta, Dossier inquisizione in Sicilia, Palermo, Sellerio, 1991; Mario Siragusa, Radici economiche e sociali della Santa Inquisizione sulle Alte Madonie, Leonforte, Lancillotto e Ginevra, 1999.</ref>

A metà del XVI secolo i censimenti e i riveli indicano un numero di circa 4 000 abitanti, un migliaio di abitazioni e altrettanti nuclei familiari.T. Fazello, De rebus siculis deche duae, Palermo, 1560, edizione Regione Siciliana, Assessorato Regionale Beni Culturali e Ambientali, Palermo 1990, p. 777.Archivio di Stato di Palermo, Tribunale del Real Patrimonio, Riveli delle anime e dei beni del Regno di Sicilia, Gangi, anno 1548, Mario Siragusa, Economia Chiesa e società a Gangi tra due secoli (XVI e XVII), Leonforte, Lancillotto e Ginevra, 1999. Nel 1572 circa fu fondata la compagnia dei Bianchi che accoglieva gli elementi socialmente ed economicamente più in vista della società gangitana.

Nel 1625 un esponente della famiglia Graffeo Maniaci, acquistò dai Ventimiglia il territorio di Gangi, ottenendo nel 1629 il titolo di Principe di Gangi per concessione di Filippo IV di Spagna. Il titolo rimase ai Graffeo fino al 1652, quando passò per dote matrimoniale al principe di Valguarnera, la cui casata conservò il titolo fino al XIX secolo. Mario Siragusa, La società madonita cinquecento anni fa, in Bollettino 2002 dell'associazione Agrifoglio, Castelbuono, 2003, pp. 69-97; Mario Siragusa, Patrimonio e storia della compagnia dei Bianchi di Gangi (XVI-XX secolo), Gangi, 2013, vedi anche su Gangi: www.comitatoenginomadonita.altervista.org/CREM/.. Nel Settecento furono fondate delle Accademie. La più nota fu quella degli Industriosi interna al mondo massonico. Fu costruita la Chiesa della Badia annessa al monastero delle benedettine su progetto di don Cataldo La Punzina arciprete della Chiesa di San Nicolò. Dal punto di vista socioeconomico si comincia a diffondere l'enfiteusi riguardante anche alcune terre della chiesa.

Il 1º gennaio 1926 il prefetto Cesare Mori compì quella che probabilmente fu la sua più famosa azione, e cioè quello che viene ricordato come l'assedio di Gangi, roccaforte di numerosi gruppi criminali. Con numerosi uomini dei Carabinieri e della polizia fece rastrellare il paese casa per casa, arrestando banditi, mafiosi e latitanti vari. I metodi attuati durante quest'azione furono particolarmente duri e Mori non esitò a usare donne e bambini come ostaggi per costringere i malavitosi ad arrendersi.

Accademia degli Industriosi di Gangi Ruggiero Di Castiglione scrive che nella seconda metà del Settecento, numerosi liberi muratori erano attivi in centri e consessi siciliani, tra cui l'Accademia degli Industriosi di Gangi, fondata dal barone Francesco Benedetto Bongiorno, la quale si riuniva proprio nel palazzo nobiliare di famiglia a Gangi. Nel primo giorno di ciascun mese (fatta eccezione per i periodi di ferie e di villeggiaturaArt. V delle Leggi dell'Accademia degl'Industriosi di Gangi, in Rime degli Accademici Industriosi del 1769.), gli accademici industriosi (con a capo Gandolfo Felice Bongiorno, principe dell'Accademia, protetti dall'arcivescovo giansenistaGiansenisti, oltre all'arcivescovo di Messina Gabriello Maria Di Blasi (protettore dell'Accademia degli Industriosi di Gangi), erano Marcello Papiniano Cusani (arcivescovo di Palermo), Serafino Filangieri (arcivescovo di Palermo dopo Marcello Papiniano Cusani), Francesco Testa (arcivescovo di Siracusa, prima, e di Monreale, dopo, inquisitore generale in Sicilia), Salvatore Ventimiglia (vescovo di Catania), e cioè i vescovi delle più importanti diocesi siciliane, nonché il potente abate benedettino Pier Luigi Della Torrea, cfr. F.P. Pinello, L'amore è il peso che dà il moto all'anima. Giansenismo e massoneria nella seconda metà del Settecento siciliano: l'Accademia degli Industriosi di Giuseppe Fedele Vitale e Gandolfo Felice Bongiorno, pp. 27 ss., con citazioni di G. Cigno e di S. Correnti, vedi anche sull'accademia degli Industriosi: Mario Siragusa, La massoneria a Gangi, in L'Obiettivo, Castelbuono, in 5 puntate uscite tra il 1997 ed il 1998. In questi articoli per la prima volta è stata individuata la matrice massonica dell'accademia citata. Di Serafino Filangieri, Elvira Chiosi, come riporta Pinello, scrive che della sua appartenenza alla massoneria non esistono prove, ma che, attraverso molti dei suoi amici e degli stessi collaboratori, «è possibile stabilire che egli seguì i dibattiti della cultura massonica, condividendone in parte finalità, metodo e linguaggio, sempre riconoscendo al cristianesimo [nella versione giansenista] la funzione di base indispensabile per la costruzione di una civiltà. Non a caso il nipote Gaetano [Filangieri] avrebbe tradotto nella proposta di una nuova religione latomistica [e cioè massonica] temi e problemi appresi proprio alla scuola dello zio» E. Chiosi, voce Filangeri Serafino, in Dizionario Biografico degli Italiani Treccani, volume 47 (1997). Giansenisti, nel ventennio 1750-1770, come scrivono Giustino Cigno e Santi Correnti,e come riportato da Pinello, erano anche buona parte dei benedettini e dei domenicani siciliani, oltre ai quesnellisti che, a detta del regio storiografo Domenico Scinà, erano numerosi nell'isola. di Messina Gabriello Maria Di Blasi) svolgevano la loro propaganda filogiansenistica (mediante accademie aperte a tutta la cittadinanza), in base a un calendario liturgico accademico (pubblicato in Rime degli Accademici Industriosi del 1769). Giuseppe Fedele Vitale era segretario dell'Accademia degli Industriosi di Gangi, accademico etneo sin dai tempi dei suoi studi in medicina a CataniaF. Alajmo, Giuseppe Fedele Vitale poeta e medico del secolo XVIII, Palermo 1940, p. 30. Alaimo parla anche del rapporto di amicizia, nato a Catania durante il periodo dei suoi studi universitari in medicina (periodo in cui Vitale frequentava la casa del massone Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, iscritto al Catalogo degli Accademici Industriosi di Gangi del 1769) di Giuseppe Fedele Vitale con il giansenista e massone Raimondo Platania, anche lui di Catania e vicino al principe di Biscari Ignazio Paternò,e anche lui iscritto al Catalogo degli Industriosi, pubblicato in Rime degli Accademici Industriosi di Gangi del 1769, nonché Accademico Etneo., oltre che accademico ereino, del buongusto e arcade. L'Accademia dei Pastori Etnei era un noto centro di reclutamento di massoni e di divulgazione del pensiero latomico, e cioè massonico, che si riuniva a Catania, presso il palazzo nobiliare del "fratello" Ignazio Paternò Castello che l'aveva fondataR. Di Castiglione, La Massoneria nelle Due Sicilie e i "Fratelli" meridionali del '700, volume V, in La Sicilia, Roma 2011, p. 70. L'appartenenza di Ignazio Paterno Castello e di Raimondo Platania alla massoneria è confermata anche da Santi Correnti e da Giuseppe Giarrizzo, come riportato da Pinello.. Si trattava della casa frequentata da Giuseppe Fedele Vitale, durante il suo soggiorno a Catania. Le finalità e il linguaggio massonico sono ben presenti a Palazzo Bongiorno: in alcuni chiari simboli (il Tabernacolo, il Tetragramma luminoso, il riferimento a Dio Uno, la testa del Pellicano, il Delta con l'occhio) visibili negli affreschi, nell'impianto iconografico dell'affresco la "Clementia Mundi: il VITRIOL", nell'affresco "Sic floret decoro decus: il comportamento decoroso nelle relazioni interpersonali, secondo Grazia Ragione e Giustizia". Quest'ultimo affresco, riprendendo il motto (Sic Floret decoro decus: "Così la bellezza rifulge per decoro") e i temi fondamentali della statua del Decoro della Cappella Sansevero di Napoli (fatta realizzare dal noto massone napoletano Raimondo di SangroSu Raimondo di Sangro, vedi A.M. Rao, La massoneria nel Regno di Napoli, in Storia d'Italia (Einaudi), a cura di G.M. Cazzaniga, Annali 21, La Massoneria, Torino 2006, pp. 513 ss. Vedi anche quanto scrive Pinello nelle sue opere sull'argomento, citate in questa voce di Wikipedia.), si collega all'altro affresco di Palazzo Bongiorno "Iustitia et Pax osculatae sunt: il comportamento decoroso nelle relazioni interpersonali, secondo Grazia Ragione e Giustizia, genera la Pace sociale, mediante il Cuore". Evidentemente era uno strumento di diffusione e propaganda della dottrina massonica su basi gianseniste. I due mondi verso la metà del Settecento marciavano insieme e si incrociavano in una prospettiva anticurialistaSul relativo retroterra storico-politico vedi: Mario Siragusa, Cronologia di lungo periodo (sec.XVII-XX) dei fattori stragistici e delle stragi in Sicilia, in G.C. Marino, La Sicilia delle stragi, Roma, Newton Compton Ed, 2007, pp. 445-447; F.P. Pinello, L'amore è il peso che dà il moto all'anima. Giansenismo e massoneria nella seconda metà del Settecento siciliano: l'Accademia degli Industriosi di Giuseppe Fedele Vitale e Gandolfo Felice Bongiorno, Vignate (MI) 2015; Gli affreschi di Palazzo Bongiorno, "dimora filosofale" a Gangi. Letti mediante l'iconologia di Cesare Ripa e alcuni concetti ricavati dalle opere pubblicate a stampa, dal 1758 al 1777, dall'Accademia degli Industriosi di Gangi, Vignate (MI), 2015; M. Siragusa, L'accademia degli industriosi tra rime, versi e pugnali, in L'Obiettivo, 1997..

Simboli Lo stemma rappresenta un Minotauro che si ristora presso una fonte con riferimento alla leggenda che vuole che la città di Engyon (da cui sarebbe sorta un giorno Gangi) sia stata fondata da soldati cretesi su un bellissimo monte da cui sgorgava l'antico fiume Engio.

Il gonfalone è un drappo partito di bianco e di azzurro.

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religiose Duomo di San Nicola di Bari

La chiesa madre del paese sorge sulla piazza del paese ed è intitolata a San Nicola di Bari. Sorse nel XIV secolo, con una struttura a navata singola poi ampliata nel corso del XVI e XVII secolo con la creazione di altre due navate.