Lesodo palestinese del 1948 (),All'epoca gli abitanti della Palestina erano già chiamati Palestinesi.
Il nome "Palestina" e il relativo etnonimo cominciarono a essere usati quando l'area "siriana", non più ottomana - comprendente gli attuali Stati di Siria, Libano, Giordania (allora Transgiordania) e Israele (inclusi i territori sotto amministrazione parziale dell'ANP) - non fu indicata più globalmente come Shām. A dimostrazione di ciò stanno le denominazioni attribuite ai mandati, rispettivamente affidati dalla Società delle Nazioni alla Francia e al Regno Unito, relativi alla Siria e alla Palestina, appunto. conosciuto soprattutto nel mondo arabo, e fra i palestinesi in particolare, come Nakba (, letteralmente "disastro", "catastrofe", o "cataclisma"), è l'emigrazione della popolazione palestinese durante la guerra civile del 1947-48 ad opera principalmente di gruppi paramilitari sionisti e, successivamente, dell'esercito israeliano. Accadde in più fasi: al termine del mandato britannico, alla fondazione dello Stato di Israele, e durante e dopo la guerra arabo-israeliana del 1948. Nakba è il nome assegnato a questo evento dalla storiografia, non solo araba.
Durante tale conflitto, più di 700.000Tra 700.000 e 720.000 secondo la maggioranza degli storici, 711.000 secondo l'ONU, 511.000 secondo il governo israeliano, 900.000 secondo i palestinesi. Dato dell'ONU: arabi palestinesi abbandonarono città e villaggi o ne furono espulsi, e, successivamente, si videro rifiutare ogni loro diritto al ritorno nelle proprie terre, sia durante sia al termine del conflitto.
La proporzione fra i palestinesi che erano fuggiti o che furono cacciati, le cause e le responsabilità dell'esodo, il suo carattere accidentale o intenzionale, come pure il diniego, dopo la cessazione dei combattimenti, del diritto al ritorno degli abitanti arabo-palestinesi (musulmani e cristiani), sono stati un soggetto fortemente dibattuto sia da parte degli studiosi della questione israelo-palestinese, sia da parte degli storici specialisti degli eventi di tale periodo. Ad oggi, anche a seguito del lavoro dei cosiddetti Nuovi Storici, il dibattito tende a concentrarsi soprattutto sulle responsabilità dei leader sionisti e israelianiEd. ital. Esilio: Israele e l'esodo palestinese, 1947-1949, Milano, Rizzoli, 2005..
Questo esodo è anche all'origine del successivo problema dei rifugiati palestinesi, che costituisce uno dei contenziosi più difficili da risolvere del più ampio conflitto arabo-israeliano e del conflitto israelo-palestinese. I rifugiati palestinesi e i loro discendenti registrati dall'UNRWA erano 5.149.742 nel 2015, distribuiti in Giordania, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano; di questi molti risiedevano nei campi-profughi palestinesi.
Contesto Sionismo, panarabismo e nazionalismi
Storicamente, il conflitto s'inserisce nel quadro d'un antagonismo crescente fra l'Yishuv e la comunità araba di Palestina. A partire dal 1920 e dall'assunzione del controllo della Palestina da parte dei britannici, la regione conobbe una crescente immigrazione di ebrei che ambivano a fondare uno Stato ebraico in Palestina. Come risposta, i dirigenti arabi si riconobbero negli ideali del nazionalismo o del panarabismo e condussero un'opposizione sempre più decisa, marcata dai moti del 1920 e del 1929. Furono due tipi di società (una principalmente industriale e l'altra principalmente agricola e pastorale), due culture (l'una immersa da secoli nella storia dell'Occidente europeoL'immigrazione ebraica fu maggioritariamente composta da ebrei ashkenaziti. e l'altra informata alla cultura dell'Islam turco-arabo) e due nazionalismi inconciliabili che si confrontarono parimenti con l'occupante britannico.
L'opposizione araba culmina nella Grande rivolta del 1936-1939. Condotta dai nazionalisti palestinesi, essa si opponeva sia al sionismo, sia alla presenza britannica in Palestina e ai politici che si richiamavano a un nazionalismo panarabo.Gli ideali del panarabismo, pur presenti sommariamente nel dibattito puramente intellettuale fin dai primi anni del XX secolo, grazie agli scritti del funzionario ottomano (ma di cultura cristiana) Negib Azoury, erano assai poco penetrate nella cultura araba che, d'altronde, non aveva mai concepito un'unità del mondo arabo che non fosse quella, pura e semplice, di un'unità linguistica. Gli ideali che avevano sempre svolto una funzione attrattiva erano stati sempre, semmai, quelli del panislamismo. La repressione britannica era stata sanguinosa e la reazione delle organizzazioni sioniste non meno violenta. Alla fine della Grande Rivolta Araba, i nazionalisti arabi palestinesi avevano tuttavia ottenuto dai britannici un drastico contenimento dell'immigrazione ebraica, tradotta nel Libro bianco del 1939. Ma le conseguenze furono pesanti. La rivolta aveva fatto quasi 5.000 morti dalla parte araba e 500 dalla parte ebraica. Le differenti organizzazioni paramilitari sioniste si rafforzarono e la maggior parte dei componenti dell'élite politica araba palestinese fu arrestata e costretta all'esilio. Fra essi, il capo del Supremo Comitato Arabo, Hājjī Amīn al-Ḥusaynī si rifugiò nella Germania nazista dove cercherà appoggi per la sua causa.
Dopo la seconda guerra mondiale, in seguito alla Shoah e al problema dei profughi in Europa, il movimento sionista attirò le simpatie dell'Occidente. In Palestina, i gruppi paramilitari e terroristici della destra sionista, l'Irgun e il Lehi, condussero per parte loro una campagna di violenze contro l'"occupazione" britannica. I nazionalisti arabi palestinesi si organizzarono ma rimasero molto in ritardo rispetto all'elemento ebraico. Tuttavia, l'indebolimento delle potenze coloniali rinforzò le potenze arabe e la Lega Araba, recentemente creata, riprese le rivendicazioni nazionalistiche palestinesi e fece loro da portavoce.
La diplomazia non riuscì a conciliare i due opposti punti di vista. Nel febbraio 1947, i britannici annunciarono che avrebbero rinunciato al loro mandato sulla Palestina. Il 29 novembre 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite votò un Piano di partizione della Palestina, con l'appoggio delle grandi potenze ma senza il sostegno del Regno Unito e contro l'insieme dei Paesi arabi e musulmani.
La guerra di Palestina del 1948
L'indomani del voto, la guerra civile del 1947-1948 nella Palestina mandataria scoppiò fra la comunità ebraica e la comunità araba di Palestina. Il 15 maggio, dopo il ritiro britannico, la guerra civile si trasformò in una guerra fra Israele e gli Stati arabi vicini.
Fu durante questo conflitto che si produsse l'esodo palestinese. Gli avvenimenti relativi alla guerra, importanti per la comprensione, sono presentati nel loro sviluppo cronologico e in parallelo con le differenti tappe dell'esodo.
Le controversie sul contesto Fare una sintesi dei principali elementi del contesto che permetta una lettura chiara e obiettiva degli avvenimenti legati all'esodo non è semplice, dal momento che la polemica fra storici è tuttora assai intensa, fra chi privilegia le ragioni palestinesi e chi privilegia invece le ragioni ebraiche, senza che la maggioranza degli storici sia spesso disposta a dare una lettura equanime delle spinte morali e sociali che portarono le due parti a confliggere duramente fin dai primi decenni del XX secolo.
Lo storico israeliano Benny Morris - che appartiene per molti versi alla corrente che viene definita Nuova storiografia israeliana o postsionista, e che da essa ha però successivamente preso di fatto le distanze, operando una certa revisione di quanto inizialmente da lui stesso scritto e dato alle stampe - considera che l'esodo palestinese sia stato pressoché «inevitabile». Egli ricorda le cause contestuali seguenti: l'intrico geografico delle popolazioni ebraica e araba palestinese; la storia del loro antagonismo dal 1917; la ripulsa delle due parti di qualsiasi soluzione binazionale; la profondità dell'animosità degli arabi palestinesi verso gli ebrei e la loro paura di essere sottomessi all'autorità sionista; le debolezze strutturali della società araba palestinese (disorganizzata, senza coesione sociale, senza leader, senza struttura nazionale, senza aspirazioni nazionalistiche condivise, ...) al contrario dell'Yishuv.Benny Morris, Victimes. Histoire revisitée du conflit arabo-sioniste, 2003, p. 278.
Morris ha ugualmente sviluppato una tesi secondo cui un aspetto fondamentale del contesto dell'esodo palestinese è l'idea del "trasferimento" nel pensiero sionistaBenny Morris The Birth Of The Palestinian Refugee Problem Revisited (2003), pp. 39-63. Egli considera che gli eventi dell'epoca devono essere letti guardando allo spirito che uno Stato ebraico vitale non potesse veder la luce e sopravvivere con una minoranza araba troppo consistente e che dunque il suo "trasferimento" fuori dallo Stato fosse indispensabile. Tuttavia Morris insiste che, secondo i suoi lavori, se il sostegno delle autorità sioniste all'idea del trasferimento è «incontestabile», le connessioni fra tale sostegno e ciò che si è realmente prodotto durante la guerra sono assai più tenui di quanto i propagandisti arabi non lascino credere».Benny Morris The Birth Of The Palestinian Refugee Problem Revisited, 2003, p. 6
Negli elementi essenziali per capire il contesto, egli aggiunge «che non si può sottolineare troppo che gli eventi (...) [legati] all'esodo arabo palestinese si produssero in periodo di guerra (...) ».Benny Morris The Birth Of The Palestinian Refugee Problem Revisited, 2003, p. 7 Egli si spinge oltre e insiste sia nell'introduzione del suo lavoro, sia nella sua conclusione, su un aspetto contestuale controverso: «la paura dell'Yishuv che i palestinesi e gli Stati arabi, se gliene fosse stata data l'occasione, avessero l'intenzione di riprodurre una versione dell'Olocausto a dimensione vicinoorientale e che «l'invasione di metà maggio 1948 minacciava l'Yishuv di estinzione»,Benny Morris The Birth Of The Palestinian Refugee Problem Revisited (2003), p. 589, cosa che avrebbe influenzato certe decisioni delle autorità ebraiche.
Tale contesto è contestato da altri storici postsionisti quali Ilan Pappé e Avi Shlaim, così come dagli storici palestinesi, fra cui ad esempio Walid Khalidi e Nur Masalha. Essi considerano che il secondo punto è inesatto e che la comunità ebraica non ha mai dovuto confrontarsi con un concreto rischio di sterminio, poiché le forze paramilitari ebraiche, vale a dire l'Haganah, disponevano di un'incontestabile superiorità militare. Secondo loro, del pari, Morris non si spinge molto lontano nello sviluppo della sua tesi concernente il "trasferimento". Ben oltre un semplice abbozzo d'idea, essi credono invece che l'idea del trasferimento sia stata in realtà un pilastro nell'ideologia sionista.Benny Morris, The Birth Of The Palestinian Refugee Problem Revisited, 2003, p. 5
Altre critiche vanno in direzione diametralmente opposta. Secondo Shabtai Teveth, un biografo di David Ben Gurion, come anche la storica israeliana Anita Shapira, Ben Gurion non ha mai appoggiato l'idea del trasferimento. Efraim Karsh condivide questo punto di vista e considera che il lavoro di Morris non sia stato onesto su tale soggetto. A livello di contesto, egli insiste piuttosto sulla realtà del pericolo di sterminio col quale si sarebbe dovuto confrontare l'Yishuv e sul fatto che si trattava innanzi tutto di una guerra e che gli esodi sono tipici di ogni guerra.Le autorità israeliane all'epoca e certi storici attualmente paragonano l'esodo palestinese al trasferimento di 1.500.000 greci e di 500.000 turchi in seguito al Trattato di Losanna che mise fine alla guerra greco-turca del 1919-1922. Il problema dei profughi provocati dalla seconda guerra mondiale è ugualmente preso ad esempio, come il trasferimento di persone fra l'India e il Pakistan a seguito della loro indipendenza nel 1948.