La strage di Bologna fu un attentato di matrice neofascista e piduista avvenuto sabato 2 agosto 1980 alla stazione Centrale di Bologna. Un ordigno, posto nella sala d'aspetto di seconda classe, esplose provocando la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200. Si tratta dell'attentato terroristico più grave nella storia della Repubblica italiana.

Si inserisce nella strategia della tensione volta a condizionare la politica italiana, assieme alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, quella di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 e la strage del treno Italicus del 4 agosto 1974.

Le indagini si indirizzarono quasi subito sulla pista neofascista; ma solo dopo un lungo iter giudiziario e numerosi depistaggi, la sentenza definitiva del 1995 condannò due terroristi del gruppo Nuclei armati rivoluzionari, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l'attentato di Bologna». Nel 2007 si aggiunse la condanna di Luigi Ciavardini, minorenne all'epoca dei fatti, e nel 2023 quella di Gilberto Cavallini.

Negli anni 2020 una ulteriore inchiesta della procura di Bologna e i successivi gradi di giudizio hanno concluso che fra gli esecutori materiali vi fu anche il neofascista Paolo Bellini e che i capi della loggia P2 Licio Gelli e Umberto Ortolani finanziarono con ingenti somme gli esecutori materiali e altri organizzatori della strage fra cui il funzionario del Ministero dell'interno Federico Umberto D'Amato, capo dell'Ufficio Affari Riservati fino al 1974. Le sentenze hanno inoltre accertato che la strage fu coordinata da esponenti dei servizi segreti italiani e da altri apparati dello Stato "deviati".

Storia

L'attentato Alle 10:25 di sabato 2 agosto 1980, nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna Centrale, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, venne fatto esplodere un ordigno a tempo contenuto in una valigia, causando il crollo dell'ala ovest del fabbricato di stazione, compresi gli uffici che si trovavano sopra alle sale d'aspetto. Secondo la perizia esplosivistica disposta negli anni 2010, la bomba era una miscela di 15 kg di esplosivo ottenuto dallo scaricamento di munizioni d'artiglieria o bombe d'aereo o comunque munizioni militari risalenti alla Seconda Guerra Mondiale.La perizia citata è stata effettuata con tecniche sofisticate non disponbili negli anni '80, rivalutando quindi gli esiti della perizia disposta nel corso del primo processo, secondo la quale l'ordigno aveva una massa di 23 kg, di cui 5 kg di tritolo e T4 (il «Compound B»), potenziati da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina a uso civile). Vedi e .

La valigia con l'ordigno fu sistemata a circa 50 cm d'altezza, su un tavolino portabagagli sotto il muro portante della sala. L'onda d'urto dell'esplosione, con le pietre e i detriti dell'ala ovest del fabbricato, devastò il parcheggio dei taxi nel piazzale antistante e distrusse un tratto di circa 30 m della pensilina del primo binario, investendo anche il treno Ancona-Basilea, che si trovava in sosta sul primo binario. L'esplosione causò la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200, molti dei quali con mutilazioni e invalidità permanenti.

I soccorsi Immediatamente si attivarono i soccorsi e molti cittadini, insieme ai viaggiatori presenti, prestarono i primi soccorsi alle vittime e contribuirono a estrarre le persone sepolte dalle macerie. La corsia di destra dei viali di circonvallazione del centro storico di Bologna fu riservata alle ambulanze e ai mezzi di soccorso. Dato il grande numero di feriti, non essendo i mezzi sufficienti al loro trasporto verso gli ospedali cittadini, i vigili impiegarono anche autobus (si ricorda in particolare quello della linea 37), auto private e taxi.

Al fine di prestare le cure alle vittime, i medici e il personale ospedaliero fecero ritorno dalle ferie, così come i reparti, chiusi per le ferie estive, furono riaperti per consentire il ricovero di tutti i pazienti. L'autobus 37 divenne, insieme all'orologio fermo alle 10:25, uno dei simboli della strage. Il corpo di una delle vittime, la ventiquattrenne Maria Fresu, non venne ritrovato. Soltanto il 29 dicembre 1980 fu accertato che alcuni resti ritrovati sotto il treno diretto a Basilea appartenevano alla Fresu che evidentemente si trovava così vicina alla bomba che il suo corpo fu completamente disintegrato dall'esplosione.

Le manifestazioni seguenti Nel pomeriggio del giorno della strage il Presidente della Repubblica Sandro Pertini giunse con un elicottero a Bologna e in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: «Non ho parole, siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia».

Nei giorni successivi la centrale piazza Maggiore ospitò imponenti manifestazioni di sdegno e di protesta da parte della popolazione e non furono risparmiate accese critiche e proteste rivolte ai rappresentanti del governo, intervenuti il giorno dei funerali delle vittime celebrati il 6 agosto nella basilica di San Petronio. Gli applausi furono riservati solo al presidente Pertini e al sindaco Renato Zangheri.

L'associazione dei familiari delle vittime

LAssociazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980 si costituì il 1º giugno 1981 allo scopo di «ottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta»: costituita inizialmente da 44 persone, il numero di associati crebbe fino ad arrivare a 300 elementi. Negli anni successivi alla strage è rimasta attiva, tanto per contribuire alle indagini, quanto per tenere vivo il ricordo, anche facendo rete con le analoghe associazioni di familiari delle vittime della strategia della tensione.L'Associazione ha curato, insieme ad altre associazioni di vittime delle stragi la pubblicazione del libro intitolato Il terrorismo e le sue maschere edito nel 1996 dalla Pendragon di Bologna.

L'impulso dell'Associazione e dei suoi avvocati fu prezioso per il processo che individuò i mandanti, in particolare nel reperimento di alcune prove decisive come il "documento Bologna", un appunto manoscritto da Gelli in cui elencava cospicui pagamenti per i collaboratori della strage, e il video amatoriale di un turista, in formato Super 8, che contribuì a confutare l'alibi di Bellini.

La loggia massonica Propaganda 2 Nel 1980 la loggia massonica Propaganda 2, detta anche P2, era un gruppo di potere occulto quasi sconosciuto al grande pubblico, che ne ignorava le ramificazioni all'interno dello Stato italiano.

Nel marzo del 1981 fu eseguita una perquisizione di tutti i recapiti del capo della P2, Licio Gelli, nella quale emersero alcuni elenchi di affiliati, che vennero pubblicati nel successivo maggio, e che comprendevano molti funzionari in posizioni di vertice dei servizi segreti italiani (SISMI, SISDE e CESIS).

La P2 esercitava il suo controllo anche su importanti mezzi di informazione: ad esempio erano affiliati il presidente del gruppo Rizzoli e il direttore del Corriere della Sera.

Nel dicembre 1981 si insediò la Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, presieduta dall'onorevole Tina Anselmi. Al termine dei lavori, nel 1984 produsse una relazione finale in cui affermava in particolare che la loggia P2 era responsabile della strage avvenuta nel treno Italicus nel 1974.

Le indagini Le prime ipotesi

Nelle prime ore successive allo scoppio, si diffuse la voce che potesse essere esplosa una caldaia, ma venne presto smentita dalle evidenze. L'Unità, nell'edizione del giorno dopo alla strage sostenne l'idea della matrice neofascista, basandosi su una presunta rivendicazione da parte del gruppo terroristico neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR). Infatti arrivarono da subito alcune rivendicazioni in particolare da parte dei NAR ma anche dalle Brigate Rosse, seguite da altrettante telefonate di smentita di militanti dei due gruppi. Il 4 agosto il presidente del Consiglio dei Ministri, Francesco Cossiga, dichiarò in Senato che la strage aveva una chiara matrice di destra. Due giorni prima della strage il giudice istruttore bolognese aveva depositato l'ordinanza di rinvio a giudizio dei neofascisti toscani accusati della strage dell'Italicus: anche questa circostanza indusse ad avviare le indagini all'interno dell'area del terrorismo nero.

Il 22 agosto un rapporto della DIGOS, che conteneva documenti come i «fogli d'ordini» di Ordine Nuovo e La disintegrazione del sistema di Franco Freda, avvalorò la necessità di indagare negli ambienti neofascisti.

Il 26 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei NAR, di Terza Posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare. A questi se ne aggiunsero un'altra ventina nei mesi successivi. Le accuse comprendevano associazione sovversiva, banda armata ed eversione dell'ordine democratico, e per tre di essi anche omicidio plurimo aggravato e quindi strage. In base ai rapporti della DIGOS, e anche in base alle testimonianze e dichiarazioni di alcuni detenuti, finirono sotto inchiesta già nel 1980 in particolare: Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini e Fabio De Felice legati a Ordine Nuovo e al MSI, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Mario Corsi dei NAR, i futuri fondatori di Forza Nuova Roberto Fiore e Massimo Morsello che allora erano latitanti, Gabriele Adinolfi di Terza Posizione, il criminologo della camorra e della destra eversiva Aldo Semerari, il futuro pentito Sergio Calore, e poi Roberto Rinani, Claudio Mutti, Marcello Iannilli e Francesco Furlotti.

L'influenza di Gelli sul servizio segreto civile Nel 1980 il direttore del SISDE (servizio segreto civile) era il generale Giulio Grassini, e il direttore del centro SISDE 2 di Roma era Elio Cioppa, e si scoprirà che entrambi erano iscritti alla P2.

Nei primi giorni di settembre Cioppa incontrò Gelli, nell'hotel di Roma dove questi soggiornava, e ricevette dal capo della P2 l'invito a seguire la "pista internazionale" e a lasciar perdere le indagini già in corso.

In effetti Cioppa in agosto aveva raccolto la testimonianza di un detenuto, Giorgio Farina, che accusava tre estremisti di destrafra cui Sergio Calore; sul depistaggio perpetrato per mezzo di Farina si legga di essersi procurati l'esplosivo per fare la strage. Questa testimonianza, portata all'attenzione degli inquirenti bolognesi, aveva contribuito agli ordini di cattura del 26 agosto. Le accuse di Farina vennero esaminate con attenzione e ritenute in buona parte inattendibili e calunniose; in ogni caso dopo l'esortazione di Gelli il SISDE abbandonò le indagini verso l'eversione neofascista interna e lo stesso Grassini avallò la "pista libanese" presso la magistratura bolognese.

Il depistaggio "terrore sui treni" Nel 1980 il servizio segreto militare (SISMI) era diretto dal generale Giuseppe Santovito, e il "numero due" era il generale Pietro Musumeci; si scoprirà che entrambi erano affiliati alla P2, il cui capo indiscusso era Gelli.

Nei primi mesi dopo la strage il SISMI fornì ai magistrati notizie e segnalazioni in base a cui i sospetti dovevano essere indirizzati oltre confine. L'ipotesi scaturita da quelle indicazioni era quella di un complotto internazionale che coinvolgeva terroristi stranieri e neofascisti italiani latitanti all'estero con collegamenti in Italia, ma in realtà era un montaggio costruito a tavolino, utilizzando vecchie informazioni e notizie completamente inventate.