Il Ragazzo che monda un frutto, anche denominato “Mondafrutto”, fu realizzato da Caravaggio in un periodo collocabile alla fine degli anni Ottanta del XVI secolo, quando l’artista era ancora attivo in ambito lombardo.

Fino alle ultime scoperte conoscevamo il dipinto attraverso copie tra cui quella in Collezione Longhi a Firenze.Per ulteriori approfondimenti sul perduto originale di Caravaggio, si veda Mina Gregori, "Ragazzo che monda un frutto", in Caravaggio e il suo tempo, catalogo della mostra (Napoli, Museo nazionale di Capodimonte), Milano: Electa, 1985, p.200-203, ma anche Franco Paliaga, "Da Vincenzo Campi e Bartolomeo Passerotti a Fede Galizia e Panfilo Nuvolone", in Natura morta italiana tra Cinquecento e Settecento, catalogo della mostra a cura di Mina Gregori e di Johann Georg Prinz von Hohenzollern (München, Kunsthalle der Hypo-Kulturstiftung), Milano: Electa, 2002, p.88. Altre versioni sono presenti in collezioni inglesi e svizzere.

Secondo lo storico dell’arte Gianni Papi, una versione apparsa nel 2024 potrebbe proprio riferirsi alla prima realizzazione autografa, collocabile in ambito lombardo e databile agli anni giovanili dell’artista, prima del trasferimento a Roma.

Nel suo studio lo storico ha evidenziato diversi elementi che rimandano alla formazione lombarda di Caravaggio e, in particolare, all’ambiente della bottega di Simone Peterzano, presso cui l’artista svolse il proprio apprendistato a Milano. Lo studioso ha sottolineato affinità soprattutto nel trattamento delle pieghe della camicia e nella resa della mano che regge il frutto, oltre che nella natura morta disposta sul tavolo, nella quale riconosce una matrice di tradizione lombarda.

Le analisi tecniche hanno inoltre mostrato che il dipinto fu realizzato su una tela riutilizzata: la radiografia ha infatti rivelato tracce di una composizione precedente, probabilmente un paesaggio disposto secondo l’orientamento originario del supporto che risulta tagliato su tre lati. Secondo Papi, questi elementi stilistici e tecnici sono compatibili con un contesto di bottega vicino alla pratica pittorica di Simone Peterzano e rafforzano l’ipotesi che il dipinto possa essere stato eseguito in ambito lombardo prima dell’arrivo di Caravaggio a Roma.

L’attribuzione dunque si fonda sulle indagini diagnostiche, in particolare sulla radiografia del dipinto, che ha evidenziato la presenza di una precedente idea compositiva. Nella zona compresa tra le mani del giovane e il frutto, lo studioso individua una forma scura, la forma di un piccolo animale, probabilmente un cane rivolto verso il volto del ragazzo, interpretata come parte di una prima concezione dell’immagine successivamente abbandonata. La scena sarebbe stata poi modificata dall’artista, sostituendo il soggetto originario con il gesto del giovane intento a mondare il frutto.

Il ripensamento del pittore o in alternativa alcune aree scure della composizione precedente della tela riutilizzata sarebbero state riutilizzate nella stesura definitiva, contribuendo alla formazione delle due ombre visibili sulla camicia del protagonista.

La presenza delle ombre sulla camicetta, riprese anche in altre versioni successive del dipinto, trova una spiegazione coerente soltanto in questa versione, interpretata dallo studioso Gianni Papi, dunque, come il prototipo autografo dell’opera.

Tali elementi vengono interpretati come indizi di una fase sperimentale del lavoro di Caravaggio, caratterizzata da ripensamenti compositivi e da un processo creativo nel riutilizzo, nella stesura pittorica finale, delle immagini delle rappresentazioni sottostanti.

La presenza di diversi pentimenti e la qualità pittorica di alcune parti meglio conservate sarebbero compatibili con una fase iniziale della ricerca naturalistica dell’artista, precedente alle opere romane.

Storia e descrizione È possibile che sia stata realizzata un’altra versione nei primi anni romani del pittore, riferibile al periodo di collaborazione con Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino.Ferdinando Bologna, L'incredulità del Caravaggio e l'esperienza delle cose naturali, Torino: Bollati Boringhieri, 1992, p.298.

Nel suo studio sul Ragazzo che monda un frutto, Gianni Papi ricorda che nell’inventario redatto alla morte di Cesare Crispolti nel 1608 è registrato un dipinto descritto come «un quadretto di Michel Angelo Caravaggio vivo, cioè una figura d’un giovane dalla cintura in su che monda un persico a olio». Lo studioso osserva tuttavia che non è possibile stabilire con certezza quale delle diverse versioni note del dipinto corrispondesse a quella citata nel documento. Papi ritiene inoltre poco probabile che Crispolti ne fosse il committente diretto, considerando la probabile esecuzione molto precoce dell’opera, in un momento in cui Caravaggio si trovava ancora in condizioni difficili e non aveva probabilmente accesso a ambienti collezionistici di alto livello. È quindi più verosimile che il nobile perugino avesse acquistato in seguito una redazione già esistente del soggetto, originale o copia, che poteva adattarsi anche a un’interpretazione morale del tema, legata ai valori pedagogici di moderazione e disciplina associati alla figura di Crispolti.

Il ragazzo non è 'rustico', ma è ritratto pulito e ben vestito e non come un garzone 'di bell'aspetto'. È possibile, inoltre, che il dipinto celi delle allegorie, poiché è noto che la frutta era spesso dipinta fini allegorici. Lo studioso di Caravaggio John T. Spike ha recentemente suggerito che il ragazzo dimostra resistenza alla tentazione nell'ignorare i frutti più dolci (frutti del peccato) in favore del bergamotto, ma nessuna specifica lettura è stata accettata.

Il modello è considerato simile a quello dell'angelo nel San Francesco in estasi e al ragazzo vestito come Cupido nel suo Concerto, entrambi datati all'incirca tra 1595 e il 1597.

Il frutto: ipotesi e interpretazioni L’identificazione del frutto che il ragazzo sta mondando continua a essere oggetto di ampio dibattito tra studiosi e critici d’arte. Come prima cosa, è opportuno partire dall’analisi delle descrizioni fornite dalle fonti antiche. Tra il 1617 e il 1621, Giulio Mancini menzionava «un putto che mondava una pera con il cortello», mentre, come si è visto, l’inventario redatto alla morte di Crispolti parlava di «un persico a olio». A rendere ancora più complessa l’identificazione contribuisce l’interpretazione proposta da Mina Gregori, la quale, nella versione delle Considerazioni tramandata dal Codice Palatino della Biblioteca Nazionale di Firenze, suggerisce che potrebbe trattarsi di una mela.

Le incertezze e ipotesi sull’identificazione del frutto sono, inoltre, influenzate dalle repliche del dipinto. È il caso della presunta versione autografa di Hampton Court, appartenente alle collezioni reali britanniche, in cui Walter Friedlaender vi ha riconosciuto, nel 1955, una pesca, ipotesi abbracciata successivamente anche da Herwarth Rōttgen. A partire dagli anni Settanta, ha acquisito crescente consenso l’ipotesi che il frutto raffigurato possa trattarsi di un agrume amaro, che lo studioso Maurizio Calvesi ha associato al pomo di Eva, ovvero il frutto del peccato originale. Ne emerge così un’interpretazione cristologica del dipinto, secondo il quale il ragazzo incarnerebbe Cristo nell’atto di mondare i peccati dell’umanità. A confermare che potrebbe trattarsi di un agrume amaro fu anche lo storico d’arte britannico Denis Mahon, il quale lo identifica più precisamente con un bergamotto, simbolo delle avversità e intemperie della vita.

Un’analisi particolarmente approfondita è stata condotta da Laura Teza, docente di Storia dell’arte moderna presso l’Università di Perugia. Teza ha dedicato un’intera monografia a uno studio approfondito del Mondafrutto, in cui sostiene che il frutto in questione sia sì un agrume, ma non quello precedentemente identificato da altri studiosi. Si tratterebbe infatti di un agrume che la studiosa denomina “limoncello di Napoli” o “limetta” (Citrus aurantifolia), comunemente noto come “lime”. In virtù della sua spiccata acidità, Teza associa al frutto una funzione purificatrice, associandolo a valori quali ordine, pulizia e temperanza. L’ipotesi, tuttavia, può apparire inattendibile sulla base del fatto che tale frutto era originario dell’Asia centro-meridionale e che, almeno alla fine del Cinquecento, fosse alquanto raro in ambito mediterraneo. Lo storico d’arte italiano, Gianni Papi, avanza invece l’ipotesi che si potesse trattare di un altro tipo di agrume storicamente coltivato nella piana di Sibari, in Calabria. Si tratterebbe, secondo lo storico, della “limonetta calabrese” o “limetta” (Citrus Limetta), popolarmente nota come “piretta”, con una forma corrispondente al frutto identificato da Teza, ma con un succo molto più dolce e delicato. Il frutto è tuttora coltivato in Calabria, ma è probabile che nel XVI secolo fosse più diffuso e facilmente reperibile di adesso.

Note

Bibliografia Gianni Papi, “Il Primo Caravaggio”, Mandragora Editore, 2025 Mina Gregori, "Ragazzo che monda un frutto", in Caravaggio e il suo tempo, catalogo della mostra (Napoli, Museo nazionale di Capodimonte), Milano: Electa, 1985, p.200-203. Franco Paliaga, "Da Vincenzo Campi e Bartolomeo Passerotti a Fede Galizia e Panfilo Nuvolone", in Natura morta italiana tra Cinquecento e Settecento, catalogo della mostra a cura di Mina Gregori e di Johann Georg Prinz von Hohenzollern (München, Kunsthalle der Hypo-Kulturstiftung),Milano: Electa, 2002, p.77-104. Mina Gregori, "Due partenze in Lombardia per la natura morta", Natura morta italiana tra Cinquecento e Settecento, catalogo della mostra a cura di Mina Gregori e di Johann Georg Prinz von Hohenzollern (München, Kunsthalle der Hypo-Kulturstiftung),Milano: Electa, 2002, p. 17-40. Ferdinando Bologna, L'incredulità del Caravaggio e l'esperienza delle cose naturali, Torino: Bollati Boringhieri, 1992.

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