L'8ª Brigata Garibaldi "Romagna" fu una brigata partigiana operante nell'appennino Forlivese dall'ottobre del 1943 sino al 30 novembre 1944. Inizialmente denominata Brigata Garibaldi Romagnola, assunse poi per un brevissimo periodo (aprile '44) la denominazione di Gruppo Brigate Romagna per poi nell'estate del 1944, assumere la definitiva denominazione di 8ª Brigata Garibaldi "Romagna", mantenuta sino allo scioglimento della formazione.

Area d'intervento L'area di operazione sulle foreste casentinesi si estendeva sui territori montani delle provincie di Forlì, Pesaro, Arezzo e Firenze.

Costituzione, attività, scioglimento Dopo l’armistizio, annunciato l’8 settembre 1943, la reazione delle truppe d’invasione naziste pose immediatamente i comitati antifascisti, sorti dopo il 25 luglio nelle diverse città romagnole, di fronte al problema della lotta armata. Problema di cui si discusse nella prima riunione di coordinamento del comitato interprovinciale (Forlì e Ravenna) del Fronte nazionale, che si tenne a metà settembre del 1943. La scelta parve obbligata e la prima decisione presa fu quella di impegnarsi immediatamente nell’organizzazione di alcuni gruppi armati. Il comitato interprovinciale di Fronte nazionale era composto dai rappresentanti delle due sole forze politiche che potevano disporre di un’organizzazione: il Partito comunista e l’Unione dei lavoratori (per il PCI, a turno: Mario Gordini e Salvaggiani R. di Ravenna, Romolo Landi e Guido Miserocchi di Forlì; per l’ULI, a turno: Pietro (Rino) Spada, Otello Magnani, entrambi di Cesena e Arnaldo Guerrini di Ravenna; a questi si univa il conte Virgilio Neri, di Faenza, indipendente, ma piuttosto vicino all’ULI). Da questo momento in poi, dal comitato interprovinciale sarebbero dipesi tutti i comitati comunali, sorti spontaneamente, in precedenza, in tutte le principali città romagnole. Comitati a cui aderivano, a livello personale, dato che gli altri partiti non si erano ancora ricostituiti, anche repubblicani, liberali, cattolici, socialisti ed alcuni indipendenti. Nonostante le difficoltà, dovute all’inesperienza, ai dissidi sulla struttura e sugli obiettivi da dare alle formazioni armate e dal rifiuto delle autorità militari a collaborare, il Fronte nazionale riuscì comunque a raccogliere un certo quantitativo di armi e di vettovaglie e ad organizzare due basi, una a Cusercoli e una a Pieve di Rivoschio, dove furono inviati i primi partigiani ed il materiale raccolto.

Da questi due primi nuclei, una quarantina di uomini in tutto, di cui quasi la metà ex prigionieri inglesi, russi e slavi, prenderà vita la formazione partigiana che nel giugno/luglio 1943 diverrà l’8ª brigata Garibaldi “Romagna”.

A metà ottobre 1943, con l’inizio delle prime azioni partigiane, il Fronte nazionale cessò praticamente di esistere. Il 18 ottobre, dopo una riunione tenutasi a Cesena, l’Unione dei lavoratori italiani comunicò la propria volontà di abbandonare il comitato, dichiarandosi incapace a riconoscersi in una lotta condotta a fianco degli eserciti alleati, sostenitori della monarchia. Questa posizione portò alla scissione della componente repubblicana dell’ULI, favorevole alla lotta armata e il 16 gennaio 1944, allo scioglimento dell’intero movimento. Fino al gennaio/dicembre 1944, periodo in cui si costitui il CLN e divenne pienamente operante, il Partito comunista dovette assumersi la piena responsabilità della prosecuzione della lotta armata, creando al suo interno una struttura militare autonoma, il Comitato militare romagnolo. La scelta di procedere indipendentemente dall'adesione di altri partiti fu determinata anche dall’arrivo (il 22 ottobre) di Antonio Carini (Orso/i), inviato in Romagna dal Comando generale delle brigate Garibaldi, proprio per occuparsi dell’organizzazione militare. Nello stesso periodo si stabiliva a Bologna Ilio Barontini (Dario) con il compito di coordinare la lotta armata in tutta la regione.

Si optò per l’azione immediata sotto forma di guerriglia, prendendo esempio dalle esperienze della Spagna, della Cina e della Jugoslavia. Le direttive generali erano semplici: prendere contatto con gli abitanti dei luoghi in cui si volevano creare delle squadre armate ed agire politicamente per farne degli alleati, colpire continuamente i fascisti e i tedeschi adottando la massima mobilità. Obiettivi immediati erano quelli di migliorare l’armamento con le armi sottratte al nemico e di dissuadere i giovani dall’arruolarsi nelle fila avversarie attraverso azioni che avessero un certo rilievo. Da questo punto di vista si presentavano come obiettivo ideale le caserme dei carabinieri e della Guardia nazionale repubblicana, che vennero attaccate in rapida successione (Cusercoli, il 2 ottobre; Sarsina, il 4 novembre; Galeata, il 26 novembre; San Piero in Bagno, il 26 gennaio; Premilcuore, il 27 gennaio; Galeata, il 22 febbraio; Santa Sofia, il 1º marzo; Bagno di Romagna, il 29 marzo; ecc.)

In ottobre nella base di Cusercoli sono presenti sedici uomini, organizzati dal partito comunista di Forlì, comandati da Olindo Guardigli, in quella di Pieve di Rivoschio gli uomini sono una ventina al comando di Salvatore Auria (Giulio).

Verso la fine del mese i partigiani di Cusercoli, trasferitisi nel frattempo a Val di Chiara, alle pendici del Monte Guffone (Santa Sofia) sono attaccati da circa trecento tedeschi. Pur essendo presi di sorpresa riescono a sganciarsi senza perdite e quelli che non si sbandano si riuniscono al gruppo di Pieve di Rivoschio. Il 16 novembre anche il gruppo comandato da Giulio è attaccato. I tedeschi accerchiano Pieve di Rivoschio, ma i partigiani si sono già allontanati dal paese nei giorni precedenti ed anche quelli rimasti, avvertiti in tempo, riescono a fuggire e a mettere in salvo il materiale. I tedeschi non trovando nessuno arrestarono alcuni abitanti, fra cui il parroco. L’unico che poi non sarà rilasciato perché considerato un collaboratore dei partigiani, per le armi che furono rinvenute nella cappella del cimitero adiacente alla chiesa e che, avviato in Germania sarà rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau.

Dopo il rastrellamento, la difficoltà a mantenere i contatti con il Comitato militare del partito comunista (Antonio Carini, Ilario Tabarri e un terzo componente non identificato) e fra le squadre stesse, esasperò la situazione. I due ufficiali italiani che insieme ad un capitano sovietico avevano affiancato Giulio, se ne erano andati alle prime difficoltà. Giulio stesso, per la sua inesperienza in campo militare e per la sua bonarietà, era ritenuto inadatto al comando. Fra i giovani romagnoli nessuno si era particolarmente distinto e gli slavi per evidenti problemi di comprensione linguistica e per il loro carattere, non facevano che creare difficoltà. Alla fine di novembre, ristabiliti i contatti, le squadre erano notevolmente diminuite di numero e la situazione era destinata a peggiorare se non si fosse riusciti in breve tempo a trovare una persona capace di gestire il comando. Carini e Tabarri sollecitarono, senza successo , la federazione del Partito comunista per distaccare presso la Brigata una persona adatta, solo verso la metà di novembre venne prospettata la possibilità di dare il comando ad un nuovo venuto "... piovuto in Romagna dopo aver partecipato a combattimenti partigiani in Jugoslavia e nelle Venezie", Libero, che a quella data, era al comando di un piccolo gruppo partigiano sulle montagne sopra Faenza, organizzato dal Partito comunista di Ravenna.

Tabarri decide di incontrarlo. I due si vedono a Forlì il 22 o il 23 di novembre. A Tabarri è subito chiaro che Libero, nonostante lui si dichiari tale, non è comunista. Un difetto però, su cui è disposto a sorvolare, dal momento che l’uomo che gli sta di fronte sembra avere “una chiara comprensione di tutti i problemi e di avere una buona visione generale del problema partigiano.”

Il 1º dicembre, a Pian del Grado, Libero prende ufficialmente il comando dei partigiani della Brigata romagnola.

A partire da quella data, soprattutto grazie all'afflusso dei renitenti alla leva, rifugiatisi in montagna per sfuggire ai bandi di Rodolfo Graziani (che richiamavano alle armi le classi dei nati negli anni 1923, 1924, 1925 e successivamente le classi 1920, 1921 e 1926), la Brigata raggiunse nel giro di poco tempo le 900 unità.

La notizia della diserzione di una ventina di uomini, ritornati in treno a Ravenna, avvenuta il 20 dicembre, insospettì il comando di pianura. Orsi raggiunse la brigata il 10 gennaio e subito si rese conto che le cose non stavano andando come ci si aspettava.

"[Libero] faceva un po’ tutto. Tanto che lui ha avuto veramente l’impressione e forse lo avrà creduto di essere il vero capo in tutto, di poter disporre a suo talento sul da fare e disfare"

Orso/i, con qualche aggiustamento all’organizzazione della Brigata e grazie a nuovi commissari come Luigi Fuschini (Savio) e (Guglielmo Maconi) Paolo arrivati dalla pianura, che vengono affiancati a Libero capaci di tenergli testa, pensa di aver sistemato le cose e che Libero possa continuare a rimanere al suo posto. Prima di ritornare in pianura (12 febbraio 1944) provvede anche a nominare Guglielmo Marconi (Paolo) commissario della brigata e insieme a lui, essendo già previsto lo spostamento della Brigata a Corniolo, scrive un manifesto rivolto ai contadini della zona di Santa Sofia, dove vengono resi noti i rapporti (soprattutto economici) che da quel momento i partigiani avrebbero dovuto tenere con la popolazione. Il manifesto è fatto firmare da Libero. Essendo un documento pubblico, sarà costretto a rispettarlo.

15 febbraio - primi di marzo 1944 - il Dipartimento del Corniolo e cattura di Orso/i