Il suo governo durò un quarantennio (dal 27 a.C. al 14 d.C.), risultando uno dei più longevi della storia: in quest'arco di tempo, la crisi istituzionale della Repubblica romana fu risolta in direzione di un potere sostanzialmente monarchico, detto dai moderni "principato", ma presentato da Augusto stesso come una forma di restaurazione (restitutio rei publicae).

Dopo l'assassinio di Giulio Cesare (15 marzo 44 a.C.), dal testamento del dittatore si scoprì che Gaio Ottavio era stato indicato erede e figlio adottivo. Il nuovo Cesare, insieme a Marco Antonio e a Marco Emilio Lepido, instaurò il Secondo triumvirato, una magistratura ufficiale (a differenza del Primo triumvirato tra Cesare, Crasso e Pompeo, che aveva avuto carattere esclusivamente privato). Tale soluzione non fece che lenire i sintomi di uno scontro per il potere che aveva ormai natura personale e che andava al di là della struttura istituzionale dell'antica Repubblica.

Ritiratosi Lepido, rimasero in due a contendersi il potere universale: Ottaviano e Antonio. Il primo aveva centrato il suo potere in Occidente e, in particolare, a Roma, mentre il secondo, desideroso di coprirsi di fama e di portare avanti gli ultimi intendimenti di Cesare, con la preparazione di una campagna contro l'Impero partico, in Oriente. Ottaviano fu abile nel propagandare a Roma l'immagine di un Marco Antonio, un tempo valoroso generale, ora traviato dalle alleanze orientali e mutatosi in despota; dal canto suo, Ottaviano si presentava come conservatore delle tradizioni repubblicane. Lo scontro si risolse alla battaglia di Azio del 31 a.C. e poi in Egitto, dove Antonio e poi la regina Cleopatra, sua più importante alleata orientale, si suicidarono.

Nel 27 a.C., Ottaviano rimise le cariche nelle mani del Senato; in cambio ebbe un imperio proconsolare che lo rese capo dell'esercito; gli fu anche conferito il titolo onorifico di Augustus,. cioè "degno di venerazione e di onore". Assunse da quel momento il nome Imperator Caesar Divi filius Augustus (nelle epigrafi IMPERATOR·CAESAR·DIVI·FILIVS·AVGVSTVS).

Augusto cercò di presentarsi come artefice della restaurazione della Repubblica romana, dei costumi degli antenati (il mos maiorum) e, soprattutto, come garante della pax romana, cioè di quel clima di pace e di ordine che imponeva su tutto l'Impero romano le stesse leggi, la stessa lingua e un'unica economia. Questa idea di Roma come trionfatrice universale fu alimentata da un uso accorto delle immagini, l'abbellimento della città, la tutela degli intellettuali che celebravano il principato, la riqualificazione del Senato e dell'ordine degli equites.

Lo stesso Augusto volle lasciare di sé un'immagine eroica nelle Res gestae (un resoconto dei propri conseguimenti da lui stesso redatto prima di morire) e consapevolmente sostenne Virgilio in questa celebrazione nellEneide: durante la sua vita, Augusto aveva evitato di attribuirsi appellativi divini, ma subito dopo la morte gli fu attribuita origine divina.. L'attributo Augustus indicava un riconoscimento religioso e in seguito ebbe anche quello di princeps. Alcuni storici, come Seneca il Vecchio, Seneca il Giovane, Sallustio, Svetonio e Appiano, sottolineano la crudeltà delle proscrizioni, la conquista astuta del potere e la politica autocratica di Augusto come elementi caratteristici di questa fase della storia romana.

Dal punto di vista amministrativo, le riforme di Augusto furono importanti e durature. Attribuì le province non pacificate a legati imperiali scelti da lui stesso, lasciando le altre a proconsoli di rango senatorio; tutti però rispondevano all'imperatore. Augusto tenne per sé l'Egitto, sotto il governo di un suo prefetto. Riformò il sistema fiscale e monetario. Riorganizzò l'amministrazione della città di Roma, attribuendo ad alti funzionari statali la cura dell'urbanistica, dell'approvvigionamento alimentare e della gestione delle acque. Contribuì in modo decisivo a far raggiungere a Roma un elevato splendore. Rimodellò l'Urbe, lasciando la frase: "Ho trovato una città di mattoni, ne lascio una di marmo".

Augusto restò al potere sino alla morte e il suo principato fu il più lungo della Roma imperiale. L'età augustea rappresentò un momento di svolta nella storia di Roma e il definitivo passaggio dal periodo repubblicano all'Impero.

La storiografia contemporanea si è occupata dell'eredità storica di Augusto, oggetto di iperboliche ridefinizioni durante il ventennio fascista.Cfr. , dove si cita anche il volume collettaneo Augustus. Studi in occasione del bimillenario augusteo, 1938, per i tipi della Reale Accademia Nazionale dei Lincei (su Internet Archive).

Augusto è una delle più importanti e influenti figure storiche di tutti i tempi: grazie all'enorme dominio dell'impero, l'influsso della civiltà e della lingua romana sono giunte fino all'epoca contemporanea, ponendosi alla base delle successive culture e lingue dei vari popoli che poi si stanziarono nei confini imperiali, ma influenzando, seppur in parte e indirettamente, anche territori al di là dei confini imperiali...

Fonti e storiografia

Le principali fonti per la vita e il ruolo di Augusto e degli altri membri della famiglia imperiale (la dinastia giulio-claudia) sono rappresentate da diverse biografie, alcune delle quali scritte anche centinaia di anni dopo. Lo stesso Augusto descrisse le proprie imprese nelle Res gestae divi Augusti. Non si tratta di un'autobiografia, che pure egli scrisse tra i 30 e i 40 anni (De vita sua) e che è andata perduta: la figura di Livia Drusilla, sua terza ed ultima moglie, ebbe infatti grande rilevanza nella sua vita e ciononostante, nelle Res gestae, non è menzionata...

Solo tre dei biografi di Augusto furono suoi contemporanei: i greci Nicola Damasceno (64 a.C.-14 d.C. ca.) e Strabone (64 a.C.-24 d.C.), e il romano Velleio Patercolo (19 a.C.-30 d.C. ca.).

Nicola Damasceno (nato a Damasco nel 64 a.C. ca.) fu storico e filosofo cresciuto alla corte di Erode il Grande. Dopo la morte di questi (4 a.C.), sembra si recasse a Roma, alla corte di Augusto. Scrisse l'opera Storie in 144 libri, dall'origine del mondo ai suoi tempi, servendosi di storici come Xanto, Ctesia ed Eforo. Scrisse anche un'opera Sulla vita di Cesare Augusto e sulla sua educazione (scritta forse intorno al 20 a.C.), più volte epitomata, ma basata in gran parte sul De vita sua. L'opera si interrompe agli eventi immediatamente successivi all'assassinio di Cesare e copre l'età giovanile del futuro imperatore..

Strabone fu grande viaggiatore e intellettuale, e passò molta parte della propria vita a Roma. Descrisse la geografia dell'epoca di Augusto e Tiberio nei suoi diciassette libri intitolati Geografia (Γεωγραφικά). Anche se non sempre accurato, il suo testo è assai ricco di informazioni.

Velleio Patercolo fu un militare di alto grado e partecipò alle campagne di Tiberio e di Gaio Cesare (figlio di Marco Vipsanio Agrippa e nipote di Augusto). Divenne senatore nel 7 d.C. I suoi due libri di Historiae Romanae dedicano ampio spazio ad Augusto e Tiberio, che l'autore ammirava grandemente. Pur mancando di neutralità, offre la prospettiva di chi visse quelle esperienze direttamente.

Degli autori che scrissero successivamente, assai importante è Svetonio (70-130 d.C.), che servì sotto Traiano e Adriano, e fu sovrintendente alla corrispondenza imperiale. Usò i registri imperiali, cui aveva accesso, specialmente le lettere di Augusto. Le sue Vite dei Cesari (De vita Caesarum) sono ricche di aneddoti, ma non molto attendibili.

Tacito (56-117) apparteneva all'aristocrazia romana e fu senatore, console e governatore provinciale. I suoi Annales vanno dall'ascesa al potere di Tiberio (14) alla morte di Nerone (68), ma in vari passaggi si fa riferimento ad Augusto. Aveva in progetto di scrivere una storia del regno di Augusto, cosa che poi non fece..

Lo storico greco Plutarco (45-120 ca.) scrisse una Vita di Augusto, andata però perduta. Nelle sue Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι), specialmente nelle biografie di Cesare e di Antonio, sono presenti molti riferimenti ad Augusto. L'intera sua opera è condita di citazioni di Augusto..

Appiano (morto intorno al 160), storico greco nativo di Alessandria d'Egitto, scrisse una Storia romana (Ῥωμαικά), che va dalle origini di Roma fino ai suoi tempi. Per la figura di Augusto rilevano i libri dal III al V sul periodo delle guerre civili (44-31 a.C.) e il Secondo triumvirato. Appiano è particolarmente interessante per la sua attenzione alle questioni sociali, le sue conoscenze di finanza e per la relativa obbiettività. Probabilmente per via delle sue origini, offre molte informazioni su Cleopatra.

Cassio Dione (164-229 ca.), rampollo di una ricca famiglia greca della Bitinia, in Asia minore, fu senatore, due volte console e governatore provinciale. Anche la sua Storia romana (Ῥωμαϊκὴ Ἱστορία) in 80 libri parte dalle origini e arriva ai tempi dell'autore. Il suo racconto è scarsamente attendibile, ma rappresenta la fonte che con maggiore continuità racconta la vita di Augusto dalle origini al 10 a.C. La parte dell'opera che va dal 9 a.C. al 46 d.C. ci è giunta in riassunti, con un'importante lacuna dal 5 al 3 a.C.

Data l'importanza della figura di Augusto, riferimenti alla sua persona sono sparsi anche in opere di autori romani non direttamente dedicate a lui. Così nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio (seconda metà del I secolo d.C.), nelle Noctes Atticae di Aulo Gellio (metà del II secolo d.C.) e nei Saturnalia di Macrobio (inizi del V secolo).

Contesto storico

L'astro di Augusto sorge nel contesto del cesaricidio alle idi di Marzo (44 a.C.). Giulio Cesare aveva concentrato nella propria persona una quantità mai vista di poteri. Nel 46 a.C., aveva ottenuto la dittatura rei publicae constituendae, cioè per la riforma dello Stato, per 10 anni. Tra 46 e 44 a.C., per favorire il nuovo corso, il numero dei senatori fu portato da 600 a 900 membri e tra essi furono immessi molti cesariani, ricchi cavalieri e nuovi elementi anche borghesi da tutte le aree della romanità. Tra 45 e 44 a.C., Cesare ricoprì il consolato per la quarta e la quinta volta, e fu infine nominato dictator perpetuus ('dittatore a vita') verso la fine di febbraio del 44 (a meno di un mese dalla morte)..

L'enorme potere raccolto da Cesare e certi atteggiamenti suoi e di alcuni sostenitori causarono forte malcontento tra i senatori.. Nei primi mesi del 44 a.C., Cesare stava preparando una campagna militare contro l'Impero partico per ristabilire in Asia l'egemonia romana, compromessa dalla dura sconfitta subita da Crasso nel 53 a.C. alla battaglia di Carre. Quando a Roma si sparse la voce di un oracolo che vaticinava la sconfitta dei Parti per mano di un re, si mise in moto una congiura, ordita da Marco Giunio Bruto, Caio Cassio Longino. e Decimo Bruto: il 15 marzo del 44 a.C., Cesare fu ucciso alla Curia Pompeia, dove doveva presiedere una seduta del Senato.. Alla congiura parteciparono molti senatori e moltissimi la appoggiarono in modo più o meno diretto: il popolo e i veterani esigevano una punizione..

Il gruppo dei cesaricidi aveva lasciato in piedi alcuni importanti cesariani, primi tra tutti Marco Emilio Lepido, che nel 49 a.C. aveva fatto eleggere Cesare dittatore e a cui era destinato il governo della Gallia Narbonese e della Spagna Citeriore, e Marco Antonio, collega di consolato di Cesare nel 44 a.C. e suo fidato collaboratore. I cesaricidi non seppero esprimere una reale alternativa al dittatore..