Il populismo ( narodničestvo, da narod, «popolo») è un movimento politico e culturale nato nell'Impero russo verso la metà del XIX secolo. Sviluppatosi nelle città e formato da intellettuali e studenti consapevoli dei gravi problemi economici, sociali e politici della società russa, si proponeva l'emancipazione delle masse contadine, la fine dell'autocrazia zarista e la creazione di una società socialista.

Le premesse Già negli anni venti dell'Ottocento si erano formati in Russia circoli culturali, diversi ma uniti nella comune denominazione di « intelligencija », composti inizialmente da giovani aristocratici e allargatisi fino a integrare elementi della piccola e media borghesia, i cosiddetti « raznočincy »,Letteralmente, persone di vario ceto che riflettevano sulla condizione economica e politica della Russia, con visioni e proposte alternative.

Gli slavofili

thumb|upright=0.7|Konstantin Aksakov Il circolo degli «slavofili», costituito a Mosca negli anni trenta, fu composto da un ristretto numero di nobili: il filosofo Ivan Vasil'evič Kireevskij, lo scrittore Aleksandr Ivanovič Košelëv, i fratelli giornalisti Ivan e Konstantin Aksakov (1817-1860), lo storico Jurij Fëdorovič Samarin (1819-1876). Espressioni degli interessi dell'aristocrazia possidente, ammettevano la necessità di alcune riforme politiche e sociali ed esaltavano il « patrimonio spirituale » del popolo russo. Esprimendo un giudizio negativo sulle società liberali europee, che consideravano decadenti, ritenevano che la Russia, diversamente da quelle, dovesse percorrere un proprio sviluppo autonomo: condannavano la servitù della gleba ma non l'autocrazia, alla quale anzi affidavano il compito di attuare talune riforme sociali, nel mantenimento della primitiva comunità rurale russa, la «obščina».

L'obščina era una sopravvivenza della primitiva agricoltura nomade. Un gruppo di famiglie di contadini si insediava in un territorio, disboscando con un lavoro comune le terre vergini che venivano pertanto considerate proprietà collettiva e distribuite a ciascun contadino per la coltivazione. Poiché non esistevano concimi e non era utilizzata la rotazione delle colture, la produttività del suolo si esauriva in pochi anni e il gruppo emigrava altrove, ripetendo la medesima operazione su nuove terre vergini.

Essendo nomadi, i contadini non concepivano nemmeno l'idea di una proprietà privata della terra, e soltanto con l'instaurazione del regime feudale furono resi stanziali dai proprietari fondiari, in modo da obbligarli a coltivare le loro terre. Con il miglioramento della produttività grazie ai concimi e alla rotazione triennale delle colture, continuarono a lavorare un appezzamento comune del villaggio per trarne sostentamento, e a lavorare gratuitamente come servi nelle terre padronali. Tale lavoro, obbligatorio e gratuito, era chiamato « barščina » e il contadino era anche tenuto a offrire al padrone l'« obrok», una quantità prefissata di prodotti vegetali e animali. I contadini dell'obščina erano organizzati nel «mir», l'assemblea della comunità, sulla quale gravava la responsabilità di erogare allo Stato il carico fiscale che, secondo il principio della responsabilità collettiva, gravava sull'intera comunità, e di scegliere i propri membri per il servizio militare.

Gli slavofili, che pubblicavano la rivista « Moskvitjanin », Il moscovita, vedevano nell'obščina un freno alle temute possibilità rivoluzionarie dei contadini e idealizzavano i rapporti tra padroni e servi, che dipingevano oleograficamente in un quadro di idillio patriarcale. Così fece Konstantin Sergeevič Aksakov inviando nel 1855 allo zar Alessandro II i suoi Studi sulle condizioni interne della Russia, scritto sulla scorta dell'omonima opera di August Franz von Haxthausen, pubblicata nel 1852, in cui l'economista tedesco riteneva che l'arretrata forma comunitaria dei contadini russi fosse un modello di funzionalità economica: si trattava soltanto, per Aksakov, di abolire la servitù feudale.

Gli occidentalisti

Gli « occidentalisti » erano invece sostenitori di uno sviluppo liberale – sul modello anglo-francese – della società russa. Di essi facevano parte il poeta e filosofo Nikolaj Vladimirovič Stankevič (1813-1840), gli storici Timofej Nikolaevič Granovskij (1813-1855), Konstantin Dmitreevič Kavelin e lo scrittore Vasilij Petrovič Botkin (1811-1869). Ritenendo inevitabile lo sviluppo capitalistico del paese, ritenevano urgente il superamento delle strutture feudali, la fine o almeno una limitazione del potere assolutistico, l'acquisizione delle elementari libertà individuali e si battevano per la diffusione in Russia della cultura europea occidentale. Diffondevano le loro idee soprattutto attraverso la rivista «Otečestvennye Zapiski», Annotazioni patrie, fondata nel 1818, che fu soppressa dal governo nel 1884.

I democratici-rivoluzionari thumb|left|upright=0.7|Vissarion Belinskij Mentre gli occidentalisti rifiutavano la via della Russia al socialismo e anche i mezzi rivoluzionari per ottenere riforme liberali, una tendenza rivoluzionaria per raggiungere radicali riforme sociali venne espressa da un gruppo di intellettuali, le cui personalità più rilevanti erano rappresentate dal critico letterario Vissarion Grigor'evič Belinskij (1811-1848) e da Aleksandr Ivanovič Herzen (1812-1870).

Belinskij fu collaboratore di «Otečestvennye Zapiski» e poi del «Sovremennik» (Il contemporaneo), rivista letteraria fondata nel 1836 dal poeta Aleksandr Sergeevič PuškinM. Colucci R. Picchio, Storia della civiltà letteraria russa, Dizionario-Cronologia, UTET, 1997D. P. Mirskij, Storia della letteratura russa, Garzanti, 1998, p. 77. e rilevata nel 1846 da Nikolaj Alekseevič Nekrasov,M. Colucci, R. Picchio, op. cit. attraverso la quale egli attaccava l'autocrazia, chiedeva la liberazione dei contadini e si faceva promotore di un rinnovamento in senso democratico della letteratura nazionale che, nei suoi intendimenti, avrebbe dovuto essere alla testa della lotta per un nuovo ordine statale e sociale, fondato sul socialismo.

Recensendo I misteri di Parigi di Eugène Sue, Belinskij scriveva che « il proletariato francese è, di fronte alla legge, eguale al più ricco dei capitalisti, ma non ricava niente da questa eguaglianza. Eterno lavoratore del proprietario e del capitalista, il proletario è completamente nelle sue mani, è suo schiavo, perché l'altro gli dà il lavoro e fissa arbitrariamente il compenso ».

Belinskij reagì duramente alla svolta reazionaria di Gogol' di cui pure aveva esaltato e fatto conoscere i primi capolavori, specie quelle Anime morte che avevano rappresentato la prima, grande denuncia in letteratura della condizione servile della Russia. Nel 1847, dopo aver letto i Passi scelti della corrispondenza con amici, in una lettera rimproverò lo scrittore di non essersi « accorto che la salvezza della Russia non sta nel misticismo, nell'ascesi o nel pietismo, bensì nei successi della civilizzazione, dell'illuminismo, dell'umanitarismo ».

thumb|upright|Nikolaj Ge: ritratto di Aleksandr Ivanovič Herzen Negli anni quaranta l'affermarsi in Francia delle idee socialiste, divulgate nelle forme «utopistiche» da Charles Fourier e da Henri de Saint-Simon, ebbe una eco immediata nei circoli radicali dell'intelligencija occidentalista, come in quello capeggiato a San Pietroburgo da Michail Vasilevič Butaševič-Petraševskij (1821-1866) e frequentato anche da un giovane scrittore destinato a un grande successo, Fëdor Dostoevskij (1821-1881). Petraševskij e il gruppo dei suoi amici, i petraševcy, pur essendosi limitati a confrontarsi e a discutere, furono arrestati come cospiratori e ventuno di loro, compreso Petraševskij, vennero condannati a morte. Quando già erano di fronte al plotone di esecuzione, furono graziati e condannati ai lavori forzati in Siberia, dove Petraševskij morì. Dostoevskij, dopo quattro anni di carcere e cinque di servizio militare in un battaglione di punizione, tornò libero a San Pietroburgo nel 1859, convinto slavofilo e sostenitore dei valori della tradizione russa.

Aleksandr Ivanovič Herzen (1812-1870) rimase sempre un deciso avversario dell'autocrazia e della servitù feudale, anche se a volte si spostò su posizioni slavofile, come quando credette nella reale volontà del regime di affrontare una seria riforma della società russa. Herzen sostenne anche la vitalità dell'obščina, che egli pensava potesse costituire la base economica e sociale sulla quale edificare il rinnovamento del Paese in senso socialista. Herzen credeva infatti in un naturale spirito comunistico del contadino russo: «Il contadino russo conosce soltanto la moralità che nasce istintivamente e naturalmente dal suo comunismo [...] la manifesta ingiustizia dei proprietari terrieri lega il contadino ancor più strettamente alle leggi della sua comunità [...] l'organizzazione della comunità ha tenuto testa alle intromissioni del governo [...] è sopravvissuta ed è rimasta integra fino allo sviluppo del socialismo in Europa».Lettera di Herzen a Jules Michelet, settembre 1851.

In realtà il «comunismo» della comunità rurale russa era solo apparente. Se è vero che la terra coltivata non apparteneva al contadino, tanto che periodicamente essa veniva redistribuita, egli coltivava per proprio conto l'appezzamento assegnato e a lui solo apparteneva il prodotto ottenuto: non esisteva una produzione comunitaria. Herzen, tuttavia, al contrario degli slavofili, che vedevano nell'esistenza dell'obščina una garanzia contro la possibilità di un rivolgimento sociale, vedeva in essa la premessa di una futura rivoluzione: «Noi russi, che abbiamo conosciuto la civiltà occidentale, non siamo altro che un mezzo, un lievito, una mediazione tra il popolo russo e l'Europa rivoluzionaria. L'uomo dell'avvenire è in Russia il mužik, esattamente come in Francia è il lavoratore».Ibidem

L'idea che la comunità contadina costituisse il nucleo primigenio di una futura società socialista russa sarà comune ai populisti fino alla Rivoluzione del 1917, e verrà sostenuta anche dall'anarchico Michail Bakunin (1814-1876). Questi era convinto che i contadini, attraverso la propaganda dei raznočincy, avrebbero preso coscienza della necessità della rivoluzione e, insorti, avrebbero creata la società anarchica, senza Stato e senza proprietà privata, fondata sulla proprietà comune della terra.

La liberazione dei contadini thumb|left|Konstantin Makovskij: ritratto di Alessandro II La morte dello zar Nicola I, avvenuta nel 1855, fu accolta con sollievo da quasi tutta la società russa. All'uomo che aveva pubblicamente riconosciuto che «la servitù della gleba, così come esiste in Russia, è un male, ma volerne parlare sarebbe un male peggiore», succedeva il figlio Alessandro, convinto che l'abolizione del servaggio fosse necessaria tanto quanto il mantenimento dei privilegi dei grandi proprietari fondiari. Il 30 marzo/11 aprile 1856La prima data si riferisce al vecchio calendario giuliano, la seconda al moderno calendario gregoriano, entrato in vigore in Russia soltanto nel 1918. dichiarò in un discorso tenuto alla nobiltà di Mosca che «l'esistente ordinamento della signoria delle anime non può rimanere immutato. È meglio abolire il diritto alla servitù della gleba dall'alto, anziché attenderne la soppressione dal basso, il che escluderebbe il nostro concorso. Prego Lor Signori di voler riflettere sul modo in cui ciò si potrebbe attuare».