Il supplizio dell'elefante è stato un metodo di esecuzione comune per i condannati a morte nell'Asia meridionale e nel Sud-est asiatico, specialmente in India, per quasi anni. Gli elefanti venivano utilizzati in questo caso per schiacciare, smembrare o torturare i condannati in esecuzioni pubbliche.
Fonti storiche Le prime fonti sull'argomento risalgono all'antichità classica. Tuttavia, la richiamata pratica era già formalmente stabilita allora e ha continuato a esistere fino al XIX secolo. I Romani e i Cartaginesi usarono questo metodo in alcune occasioni; nella Bibbia, poi, esso è menzionato (nel capitolo 3 del Deuteronomio) nella storia di Giuseppe e nel Libro dei Maccabei in relazione agli Egizi.
Tale uso attrasse spesso l'interesse dei viaggiatori europei, che in genere erano terrorizzati da quelle scene, tanto da formarsi una specifica letteratura, attraverso servizi su giornali coevi e diari di viaggio in Asia. La pratica fu soppressa dagli imperi europei, che colonizzarono la regione nei secoli XVIII e XIX.
Aspetti culturali La veste di boia si affiancava al ruolo che gli elefanti detenevano come simbolo del potere reale. L'intelligenza e la versatilità, oltre a un carattere domestico, conferiva loro vantaggi considerevoli, almeno rispetto ad altre specie, in particolare della fauna selvatica, quali leoni e orsi, spesso utilizzati dai romani come mezzo di morte. Gli elefanti potevano allenarsi per l'esecuzione con i più svariati metodi, prolungando l'agonia della vittima di turno, mediante più lente torture o più rapide compressioni della testa. Tutto avveniva, in ogni caso, sotto il controllo costante del conduttore (mahout), cosa che permetteva la possibilità di ottemperare tempestivamente all'eventuale concessione della grazia.Thomas T. Allsen, The Royal Hunt in Eurasian History, University of Pennsylvania Press, 2006, p. 156.
Si ha notizia di episodi di grazia in vari regni asiatici. Si narra che i re del Siam allenassero gli elefanti a fare inginocchiare il condannato a terra lentamente, di modo che non fosse ferito gravemente. Si racconta che Akbar, il sultano dell'impero Moghul, «usava gli elefanti per castigare i ribelli e alla fine ai prigionieri, presumibilmente già torturati, veniva concessa la grazia.» A tal proposito è stato segnalato di come, in un'occasione, Akbar avesse fatto lanciare un uomo agli elefanti, trattamento che aveva fatto ripetere per cinque anni, al termine dei quali concesse al malcapitato il proprio perdono.Annemarie Schimmel, The Empire of the Great Mughals: History, Art and Culture, Reaktion Books, 2006, p. 96. Questi animali venivano usati occasionalmente anche come forma di ordalia, secondo la quale il condannato sarebbe stato liberato se fosse riuscito a scappare dall'elefante.
Una tale utilizzazione degli elefanti rivestiva anche un carattere simbolico. Attraverso l'elefante, infatti, veniva rappresentato il potere reale, di modo che il particolare tipo di esecuzione facesse comprendere al popolo come il potere reale si incaricasse di dispensare la vita e la morte. Gli elefanti erano in molte culture asiatiche un simbolo dell'autorità reale (e continuano a esserlo in alcuni luoghi, come in Thailandia, dove quelli bianchi sono ancora trattati con reverenza). Erano usati, inoltre, come strumento di potere da parte dello Stato; il governante che avesse saputo guidare con maestria gli esemplari più poderosi, facendosi obbedire completamente, dimostrava in tal modo un dominio morale e spirituale anche sulle fiere più selvatiche, che si univa all'autorità e all'alone mistico che esercitava sui sudditi.
La morte provocata da elefante si registra anche in alcune parti dell'Africa e dell'Asia Meridionale, dove gli umani e gli elefanti coesistono. Solo in Sri Lanka muoiono tra le 50 e le 100 persone all'anno in rapporto a tale coesistenza. Questi casi non sono però il risultato di attacchi da parte di specie ammaestrate come strumento di offesa e di morte, bensì di elefanti selvatici. Il rischio di essere schiacciato da un elefante ammaestrato o in cattività si corre annualmente anche allo zoo, dove soprattutto guardiani e ammaestratori sono vittime di incidenti."Accidents with elephants in zoo and circus", Upali Elephant Encyclopedia.
Nel 1926, quando lavorava come ufficiale di polizia nel governo britannico coloniale in Birmania, George Orwell si vide obbligato a occuparsi di un incidente nel quale un elefante addomesticato, correndo all'impazzata, aveva ucciso un uomo calpestandolo. Orwell descrisse l'incidente nel famoso saggio Sparando a un elefante, nel quale segnalò che «...la frizione del piede della gran bestia aveva strappato la pelle della sua schiena con la stessa pulizia con cui si spella un coniglio».
Zone geografiche
Il supplizio dell'elefante è stato utilizzato in diverse parti del mondo, tanto in imperi d'Oriente come in quelli d'Occidente.
Sebbene gli elefanti africani siano più grandi degli elefanti asiatici, l'uso dell'elefante in Africa fu molto minore, in guerra come all'interno di specifici cerimoniali. Questo è attribuibile al fatto che l'elefante africano è molto più difficile da addomesticare di quello asiatico. Alcuni degli antichi imperi africani utilizzavano gli elefanti, sebbene si tratti di una specie (o sottospecie) che oggigiorno è estinta: la Loxodonta pharaoensis. L'uso degli elefanti addomesticati, perciò, si circoscrive alle zone geografiche abitate (o anticamente abitate) dagli elefanti asiatici.
Potenze asiatiche Ovest asiatico Le esecuzioni con elefanti furono perpetrate da vari poteri imperiali dell'ovest asiatico in particolare durante il periodo medievale. Alcune fonti segnalano come l'Impero bizantino, l'Impero sasanide, la dinastia selgiuchida e la dinastia timuride utilizzassero questo metodo. Quando il re sasanide Cosroe II di Persia, che aveva un harem di donne e schiave, ordinò che gli venisse concessa in sposa Hadiqah, figlia del cristiano Arab Na'aman, questi non volle permettere l'entrata della sua figlia cristiana nell'harem di un zoroastra. Per la sua opposizione fu condannato a morte mediante il supplizio dell'elefante.
Tale pratica sembra sia stata adottata in diverse aree del medio ovest musulmano. Il rabbino Petachiah di Ratisbona, viaggiatore ebreo del XII secolo, commentò un'esecuzione di questo tipo cui aveva assistito durante un suo soggiorno nel nord della Mesopotamia:
Sud Asia Sri Lanka Di fatti analoghi vi è testimonianza anche nel subcontinente indiano e nel sud-est asiatico. Il marinaio inglese Robert Knox, in un testo del 1681, descrisse un metodo di esecuzione con un elefante che vide mentre si trovava prigioniero in Sri Lanka:
Un viaggiatore del XIX secolo, James Emerson Tennent, commentò che «un capo dello Sri Lanka, che era stato testimone di tali scene, ha assicurato che gli elefanti in nessun caso usarono i loro canini fino a che, ponendo il piede sulla vittima prostrata, gli strappavano le membra con movimenti repentini delle zampe».James Emerson Tennent, Ceylon: An Account of the Island Physical, Historical and Topographical, Longman, Green & Roberts, 1860, p. 281. Il già citato Robert Knox effettuò del metodo una descrizione grafica, disegnandolo nel suo libro An Historical Relation of the Island Ceylon.
Un'altra fonte è costituita dal racconto del diplomatico britannico Sir Henry Charles Sirr, il quale si recò ad ammirare uno degli elefanti che erano stati usati da Sri Vikrama Rajasinha, l'ultimo re di Kandy, per l'esecuzione di criminali. Il supplizio fu abolito dai britannici una volta formato il regno nel 1815, ma l'elefante del re era ancora vivo e, evidentemente, ricordava i suoi antichi doveri, tanto che Sirr commentò:
India
In India gli elefanti furono il più diffuso mezzo di esecuzione. I governanti indù e musulmani ponevano «sotto i piedi degli elefanti» gli evasori delle tasse, i ribelli e i soldati nemici senza distinzione. Le antiche Leggi di Manu, scritte attorno al II secolo a.C., condannavano al supplizio dell'elefante per le più diverse offese. In caso di furto, ad esempio, «il re avrebbe fatto in modo che qualunque ladro catturato in connessione con detta sparizione fosse eseguito da un elefante.».Il codice di Leggi di Manu, traduzione inglese di Patrick Olivelle, Oxford University Press, 2004, p. 125.
Durante l'era dell'Impero Moghul, «era una forma abituale di esecuzione in quei giorni il mandare il colpevole sotto le zampe di un elefante.».G.A. Natesan, The Indian Review, p. 160. Molte fonti confermano questo modo di procedere. Il capitano Alexander Hamilton, ad esempio, descriveva in uno scritto del 1727 come Shah Jahan, governante dell'Impero, ordinò che un comandante militare fosse portato "al Giardino degli Elefanti, e che lì fosse giustiziato da un elefante, che, è riconosciuto, porta a una morte terribile e vergognosa."Alexander Hamilton, A New Account of the East Indies: Being the Observations and Remarks of Capt. Alexander Hamilton, from the Year 1688 to 1723, C. Hitch and A. Millar, 1744, p. 170. L'imperatore Humayun, dalla sua parte, ordinò che fosse giustiziato così un imam del quale credeva (sembra erroneamente) che si mostrasse critico verso il suo regno.Abraham Eraly, Mughal Throne: The Saga of India's Great Emperors, Phoenix House, 2005, p. 45. ISBN 0-7538-1758-6 Altri monarchi, come l'imperatore Jahangir, adottarono anch'essi questo tipo di esecuzione per loro proprio diletto, e si dice che ordinò che un gran numero di criminali fossero schiacciati per questo scopo. In questo caso, il viaggiatore francese, che fu testimone delle esecuzioni, ricordava la sua tristezza al contemplare il piacere che l'imperatore otteneva da questo castigo tanto crudele. Tuttavia, lo schiacciamento non era l'unico metodo utilizzato dall'Impero Moghul: nel sultanato di Delhi gli elefanti si allenavano per ridurre i prigionieri in pezzi mediante l'uso di "coltelli affilati aderenti ai loro canini."
Tuttavia, i Moghul non erano gli unici che usavano il supplizio dell'elefante; durante il XVIII secolo l'Impero Maratha, rivale dei Moghul, usò anch'esso questo metodo di esecuzione. Shambhuji, ad esempio, ordinò questa forma di esecuzione per una serie di cospiratori, includendo gli ufficiali Anaji Datto, sul finire del XVII secolo.Eraly, p. 479. Il maratha Sardar Santaji Ghorpade (1764-1794) ammise di avere una debolezza per questo tipo di pena in particolare di fronte ai minimi errori, per i quali sentenziava l'accusato a essere schiacciato sotto le enormi zampe del suo elefante reale. Lo storico contemporaneo Khafi Khan racconta che "per una offesa senza importanza, Santaji avrebbe mandato un uomo sotto i piedi di un elefante."Ivi, p. 498.
Robert Kerr, scrittore del XIX secolo, racconta come il re di Goa "mantiene una serie di elefanti per l'esecuzione dei malfattori. Quando uno di essi è chiamato per sbrigare un criminale, se il guardiano vuole che l'accusato sia distrutto rapidamente, questa immensa creatura lo schiaccerà istantaneamente atomizzandolo sotto i suoi piedi; ma se desidera torturarlo, gli romperà le membra una dopo l'altra, come gli uomini si rompono nella ruota."Robert Kerr, A General History and Collection of Voyages and Travels, Blackwood 1811, p. 395. Il naturalista Georges-Louis Leclerc de Buffon citava questa flessibilità di proposito come evidenza del fatto che gli elefanti erano capaci di "ragionamento umano, in luogo di semplice istinto naturale."Georges-Louis Leclerc de Buffon, Natural history of man, the globe, and of quadrupeds, vol. 1, Leavitt & Allen, 1857, p. 113.