Il territorio e le vie di comunicazione naturali Eboli occupa uno degli estremi versanti meridionali dei Monti Picentini, immediatamente a ridosso della piana del Sele. Nel corso dei secoli, l'estensione dell'abitato è stata soggetta ad alcune oscillazioni, occupando inizialmente, dall'età del bronzo, la collina del Montedoro (posta a 600 metri a nord dell'abitato medievale che forma l'odierno centro storico) e sviluppandosi successivamente, almeno dall'età ellenistica, anche sul sito di questo.

Eboli, infatti, pur restando separata dal mare sin dall'età protostorica e soprattutto in età arcaica, quando il tratto costiero della piana del Sele appare controllato da Pontecagnano e Paestum, è posta a controllo della parte più interna di questa pianura e costituisce la naturale cerniera tra la costa e l'entroterra, essendo interessata da importanti itinerari naturali di comunicazione.

Occorre individuare questi itinerari, avvertendo che anche se la loro importanza ed utilizzazione varia notevolmente a seconda delle diverse epoche storiche, essi rimangono uno dei fattori importanti per spiegare la lunga vitalità dell'insediamentoM. Cipriani, Italici in Magna Grecia, lingua, insediamenti e strutture, Salerno, 1987, p.119-120..

Il primo itinerario naturale porta all'Alto Sele, che risale in direzione nord fino alla Sella di Conza e di qui, attraverso il corso dell'Ofanto, alla pianura pugliese: è questa una delle linee di comunicazione naturale più agevoli tra Tirreno e Adriatico di tutta la catena appenninica.

Un altro possibile itinerario naturale che investe la parte interna della piana del Sele è quello tra la costa e il Vallo di Diano, tappa obbligata per le comunicazioni in direzione della Lucania interna e dello Ionio, nonché della Calabria. All'altezza di Eboli, anzi, si biforcano due possibili varianti di percorso: una, attraverso il valico dello Scorzo (il latino Nares Lucaniae), costeggia a nord il massiccio degli Alburni, passa per Pertosa ed entra nel Vallo da Polla, costituendo l'itinerario che in epoca repubblicana sarà ricalcato dalla Via Popilia; l'altra risale la vallata pianeggiante del Calore Lucano, s'inerpica verso il monte Pruno ed entra nel Vallo all'altezza di Sala Consilina. La costruzione della strada consolare Popilia ha fatto sì che la prima via fosse la più battuta; per il periodo precedente la documentazione archeologica pare più numerosa sulla seconda, ma la scarsità dei dati non autorizza scelte definitive.

Un ultimo itinerario naturale, la cui importanza è andata progressivamente diminuendo con l'affermarsi della superiorità, dall'epoca romana in poi, di città costiere come Salernum o quelle del Golfo di Napoli, può forse aver giocato un ruolo non trascurabile nella penetrazione di elementi culturali pestani verso l'interno e resta comunque la via naturale più semplice tra la piana del Sele e l'interno della Campania: la collina di Montedoro si apre con un facile passaggio alla valle del Tusciano, che culmina a metà dei monti Picentini nel valico delle Croci di Acerno. Questi itinerari non hanno mai fatto di Eboli il punto di partenza di importanti linee di penetrazione culturale ed economica, ma hanno reso il suo territorio un punto privilegiato nelle comunicazioni tra la costa e l'interno. Questa pare una connotazione fondamentale, del territorio ebolitano, altrettanto fondamentale quanto il suo assetto geomorfologico misto, in parte interessante montagne di percorribilità disagevole e scarsamente coltivabili, bastanti ad un'agricoltura di pura sussistenza o alla pastorizia, ma per lo più ricadente in una fertilissima pianura alluvionale, il cui sfruttamento agricolo è stato sempre alla base della prosperità del centro.

Le scoperte archeologiche Le prime testimonianze di rinvenimenti antichi risalgono agli anni 1829-1836 e si devono a due dotti ricercatori locali, Matta e Romano, che testimoniano delle loro numerose indagini compiute in varie contrade della cittadina - Olive della corte, Paterno, Crispi, S. Pietro alli Marmi - o nei suoi casali sparsi nel territorio limitrofo al nucleo urbano - Fontana delli fichi, Pezza delle Monache, Fili -. Queste notizie forniscono tutt'oggi la prima utile base per l'approccio archeologico con il sito, di cui vengono individuate le aree sepolcrali e l'acropoli cinta da mura.

Ai due studiosi il merito di aver riconosciuto e segnalato l'esistenza sulla collina di Montedoro di due tratti di "mura massicce di poligonia costruzione" così descritti: "il primo è circa trenta palmi lungo e sedici alto e forma una figura circolare (...) ventidue palmi più sopra è l'altro tratto, più piccolo del primo per lunghezza e altezza"Annali dell'Istituto di Corrispondenza Archeologica, 1836, p. 102.. Gli stessi, attingendo al patrimonio di storia locale, informano che il sito fu spogliato nel 1640 di parte delle strutture, che vennero utilizzate per "lastricare" l'attuale centro storico; quest'atto segnò l'inizio di un'opera di saccheggio che ha fatto del luogo una cava per pietre da costruzione fino ad epoche molto recentiB. D'Agostino, Che svista non è una cava, in "La voce della Campania", anno III, n. 17,p. 45.. Nel 1887 il ColonnaA. Colonna, Notizie degli Scavi, 1887, pp. 162-163. individua un'altra area di necropoli sulla collina di S. Antonio: da questa data in poi, non si ha notizia di nuove scoperte fino al secondo dopoguerra del nostro secolo, quando l'opera ricognitiva di alcuni studiosi locali (agevolata anche dai numerosi cantieri aperti nella zona di nuova espansione) riaccende l'interesse per il pregevole patrimonio archeologico della cittadina.

Tuttavia, l'inizio di scavi sistematici avviene solo a partire dai tardi anni sessanta e, a parte alcuni sporadici interventi nelle necropoli site nella parte bassa dell'abitato attuale, consiste nell'indagine sul sepolcreto eneolitico in località Madonna della Catena effettuata dal d'Agostino. A questo studioso e al Gastaldi si lega, almeno fino al 1976, la maggior parte dell'attività di ricerca archeologica in Eboli.

Dalle prime scoperte del Matta e del Romano, agli scavi occasionali e pianificati degli ultimi trent'anni, si recupera un primo quadro archeologico abbastanza articolato, che può esserci d'aiuto nella comprensione dei modi in cui si è sviluppato il centro in epoca antica ed è relativo a tutta la documentazione raccolta sul sito in più di due secoli di scoperte, desunta dagli studi della Cipriani. La lettura della tavola avviene attraverso la consultazione dei simboli e dei colori riportati su ciascun sito di scavo ed il loro successivo raffronto con la tabella sottostante dove, a griglia, sono associati ai simboli il tipo e i materiali dei reperti, ai colori le epoche a cui questi vengono fatti risalire.

Dai dati esposti si ricava che la collina del Montedoro rappresenta il luogo originario dell'insediamento o comunque il polo principale di aggregazione del sito, rivestendone verosimilmente fino all'epoca romana le funzioni di centro religioso e politico.

Gli altri rilievi ai suoi piedi e la pianura sottostante sono destinate, dal IX secolo a.C. all'età romana, alla sepoltura dei defunti, invece le prime significative strutture di abitato rinvenute risalgono all'età ellenistica (III-II secolo a.C.) presso SS. Cosma e Damiano e S. Antonio. La loro posizione fa supporre uno sviluppo dell'abitato verso il basso, probabilmente sul sito del Centro Storico medievale. Con questa dislocazione le strutture abitative invadono, modificandone bruscamente le funzioni, alcune aree tradizionalmente adibite a sepolcreti.

Dai Greci ai Romani

L'influenza degli Etruschi raggiungeva le rive occidentali del Tusciano, senza interferire in modo appariscente con gli interessi dei Greci attestati alla foce del fiume Sele e sui versanti rivolti verso la piana. Sia gli Etruschi che i Greci commerciavano attivamente con le popolazioni indigene. Poi l'influsso etrusco regredì, mentre aumentava quello greco, per l'accresciuta potenza di Elea e soprattutto di Poseidonia che, nel corso del V secolo a.C., esercitò la sua forza d'attrazione centripeta sulle genti dei territori interni, gravitanti economicamente sulla piana del SeleS. Augelluzzi, Eburum, Napoli, 1903, p. 15.. Verso la fine dello stesso secolo, Eboli e Poseidonia subirono l'occupazione dei Lucani.

Per i primi secoli della espansione della potenza di Roma, quasi nulla sappiamo circa le relazioni intessute con i Romani, mentre per quanto riguarda l'assetto urbanistico gli scavi condotti nelle località Fantone, Boscariello, Olive della Corte, Crispi, Paterno, S. Giovanni, S. Sofia, S. Maria del Carmine, S. Maria del Castello, Borgo, Paradiso hanno sempre dato felice risultato e fanno ritenere che il territorio ebolitano fosse punteggiato da una serie di casali, in numero di trenta, sparsi per le colline e nella pianura.

L'area dei SS. Cosma e Damiano ospita in questo periodo un quartiere artigianale dotato di un complesso di fornaci ben conservate. L'archeologo Maurin, che ha condotto gli scavi, ritiene che due servissero per la cottura di terrecotte architettoniche e di statuette, ed una terza, più grande, per la preparazione dei laterizi. La funzione artigianale dell'area continuerà anche nel secolo successivo con l'impianto di un'officina di fonditore di metalli, mentre al Paterno sono stati rinvenuti i resti di una costruzione (villa rustica o, per lo meno, rilevante luogo di ristoro).

Nessuno storico l'annovera nell'elenco delle città della Campania punite dai Romani (tra le altre troviamo segnata la vicina Picentia) per essersi alleate ad Annibale durante la seconda guerra punica (216 a.C.), o dopo la guerra sociale (90 a.C.), pur essendo allora la Campania quasi tutta contro Roma, compresi di nuovo i Picentini, dei quali fu per sempre distrutta la città.

La discesa a valle dell'abitato non comporta comunque l'abbandono del Montedoro. Nella parte meridionale del pianoro dove nella prima età imperiale si impianterà un edificio sacro con ambienti pavimentati in terracotta, negli anni cinquanta fu recuperata parte di una stipe votiva: una fossa in cui venivano scaricati gli oggetti votivi eccessivi e ingombranti, ma da conservarsi perché considerati di proprietà del dio. Lo scavo fu incompleto e senza controllo scientifico, per cui la documentazione che ne resta è insufficiente; dai pochi dati in nostro possesso emerge tuttavia con chiarezza il quadro di un santuario romano medio-repubblicano, con la presenza di votivi anatomici, soprattutto arti e dita, ennesima attestazione di un modello di culto salutare che accompagna la colonizzazione romana e si collega, caso dopo caso, alla venerazione di svariate divinità.

Eboli viene a trovarsi sull'asse di penetrazione verso la Lucania e il Bruzio, che taglia fuori Paestum e che i Romani adottano come preferenziale nella creazione della successiva strada consolare Popilia o Regio-Capuam o Annia. Infatti, anche se questa è datata nella seconda metà del II secolo a.C., non si può escludere che il suo percorso venisse sfruttato anche prima.

La presenza di questo itinerario, lungo 132 miglia e che apre a Roma il sud per la conquista militare-politica, potrebbe spiegare la romanizzazione del sito di Eboli anche indipendentemente dalla colonia latina di Paestum. In ogni caso sono emerse tracce concrete ad Eboli di una strada lastricata che potrebbe identificarsi con la Popilia, a sud-est, lungo la congiunzione tra le colline e la pianura, non lontano dalla Statale 19 delle Calabrie, che a grandi linee ripercorre l'antica consolare. Tale scoperta ripropone il problema del percorso della Popilia in rapporto al centro antico di Eboli, se cioè lo attraversasse provenendo da monte, come ha sostenuto Werner JohannowskyWerner Johannowsky, in AION ArchStAnt VI, 1984, p.256., o se ne interessasse il territorio costeggiando il fondo valle, com'è opinione del d'AgostinoB. D'Agostino, Che svista non è una cava, in "La voce della Campania", anno III, n. 17,p. 260-261..