La pena di morte (detta anche pena capitale, esecuzione capitale e condanna a morte) è una sanzione penale che si esegue togliendo la vita alla persona condannata.

Secondo un rapporto di Amnesty International, in alcuni ordinamenti giuridici, come in Burkina Faso, Cile, El Salvador e Guatemala, in tempo di pace la pena capitale è prevista per le sole colpe più gravi come per esempio omicidio, genocidio e alto tradimento; in altri si applica anche ad altri crimini violenti, come la rapina o lo stupro, o legati al traffico di droga; in alcuni Paesi infine è prevista per reati d'opinione come l'apostasia o per orientamenti e comportamenti sessuali come l'omosessualità o l'incesto. Israele, fino al 2026 incluso nel primo gruppo, ha approvato nel marzo del medesimo anno una legge molto controversa riguardo alla pena di morte per "terrorismo contro il popolo ebraico".

La pena di morte è stata abolita, o non è applicata nella maggioranza degli Stati del mondo, ma nel 2026, oltre che nei Paesi già citati, era ancora in vigore in 52 Stati: Afghanistan, Antigua e Barbuda, Arabia Saudita, Bahamas, Bahrein, Bangladesh, Barbados, Belize, Bielorussia, Botswana, Cina, Comore, Corea del Nord, Cuba, Dominica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Gambia, Giamaica, Giappone, Giordania, Guyana, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Lesotho, Libia, Malaysia, Nigeria, Oman, Pakistan, Palestina, Qatar, Repubblica Democratica del Congo, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Singapore, Siria, Somalia, Stati Uniti, Sudan, Sudan del Sud, Taiwan, Thailandia, Trinidad e Tobago, Uganda, Vietnam e Yemen.

Storia

La pena di morte (o pena capitale) è presente sin dall'antichità, in tutti gli ordinamenti antichi. Il diritto romano prevedeva la pena di morte e concedeva una speciale garanzia per i cittadini romani: una condanna a morte emanata in base all'imperium del magistrato non poteva essere eseguita senza concedere al condannato facoltà di fare appello ai comizi centuriati per il tramite dell'istituto della provocatio ad populum.

Nel corso della storia la pena di morte fu limitata da alcuni imperatori, l'imperatore romano Tito che non emise personalmente condanne a morte durante il suo principato, il re indiano Ashoka, l'imperatore giapponese Saga (primo abolizionista della storia) e, in Russia, una breve abolizione (o meglio una forte limitazione) avvenne nel 1753 per opera della zarina Elisabetta I. Se si considera l'abolizione "di fatto", lo Stato abolizionista più antico è la Repubblica di San Marino: l'ultima esecuzione ufficiale risale al 1468, mentre l'abolizione definitiva fu sancita per legge nel 1865.

Dopo che, già precedentemente, l'ultimo granduca de' Medici, Gian Gastone (1723-1737) aveva decretato la sospensione di fatto della pena capitale in Toscana,Paul Strathern, The Medici: Godfathers of the Renaissance, London, Vintage, 2003, ISBN 978-0-09-952297-3. il 30 novembre 1786, il granducato divenne il primo Stato al mondo ad abolire legalmente la pena di morte, con l'emanazione del nuovo codice penale toscano (Riforma criminale toscana o Leopoldina, preparata dal giurista Pompeo Neri alcuni anni prima) firmato dal granduca Pietro Leopoldo, sotto l'influenza dalle idee di pensatori come Cesare Beccaria; tale giornata è festa regionale in Toscana. Tuttavia lo stesso Pietro Leopoldo nel 1790, dopo essersi trasferito a Vienna per assumere il titolo imperiale, con dispaccio in data 17 giugno, ordinò il ripristino della pena capitale contro quanti "ardiranno sollevare il popolo, o mettersi alla testa del medesimo per commettere eccessi e disordini".Il dispaccio è riportato in . La pena di morte fu quindi ristabilita con legge in data 30 giugno 1790 (Mancini, p. 60).. Il 30 agosto 1795, poi, il nuovo granduca Ferdinando III emanò un editto di riforma rigorista del codice leopoldino, con il quale la pena capitale veniva ulteriormente estesa alle fattispecie della lesa maestà civile e religiosa, e all'omicidio premeditato.

Dopo che, a partire dalla restaurazione post-napoleonica, erano state eseguite due sole condanne a morte, nel 1820 e 1830, e poi applicata un nuova moratoria, nel 1847, in sede di reversione del ducato di Lucca, il granduca Leopoldo II concesse inopinatamente ai suoi nuovi sudditi l'abolizione della pena di morte, abolizione che fu rapidamente estesa a tutto il territorio granducale con sentenza della Corte di Cassazione fiorentina.Cfr. sentenza della Corte di Cassazione, presieduta da Giuseppe Puccioni del 25 febbraio 1848: Seguirono l'esempio del granducato la Repubblica Romana di ispirazione mazziniana (che tuttavia ebbe breve esistenza) nel 1849, il ricordato San Marino (1848 e poi 1865) e altri.

Essendo stata la pena di morte di nuovo restaurata nel granducato di Toscana nel 1852 ed ancora abolita nel 1859 dal Governo provvisorio seguito alla cacciata dei Lorena, in sede di processo di unificazione giuridica italiana, la Toscana ottenne di mantenere il proprio regime abolizionista a fronte dell'estensione a tutto il resto del nuovo Stato del codice penale sabaudo che prevedeva la pena di morte.

L'Italia, nel suo insieme, l'abolì finalmente, tranne che per reati militari, nel 1889, salvo poi reinserirla con il Codice Rocco del 1930, e abolirla definitivamente nel 1948. Anche la Francia dal 1981 non ricorre più alla ghigliottina, mentre nel Regno Unito, pur non essendo mai stata abolita, a partire dagli anni sessanta la pena capitale è stata autonomamente disapplicata dalla magistratura, che in sua sostituzione irroga l'ergastolo.

Un altro importante capitolo della storia della pena di morte viene scritto il 18 dicembre 2007, quando, dopo una campagna ventennale portata avanti dall'associazione Nessuno Tocchi Caino e dal Partito Radicale Transnazionale, da Amnesty International e dalla Comunità di Sant'Egidio, l'ONU approva una storica risoluzione su iniziativa italiana per la moratoria universale della pena di morte, ossia per una sospensione internazionale delle pene capitali.

Posizioni filosofiche nella storia Nella Bibbia Nell'Antico Testamento (Genesi, 4,23-24) esistono passi in cui Dio condanna la vendetta umana, minacciando punizioni peggiori («sette volte» e «settanta volte sette») per chi avesse ucciso Caino e Lamech.

Nella Bibbia sono elencate situazioni in cui nelle leggi, che Dio dona a Mosè per esporle al popolo ebraico, si stabilisce la pena capitale come punizione per determinate colpe: per esempio nell'Antico Testamento è scritto

Diversi passi, in prevalenza dell'Antico Testamento, affermano la legittimità della pena di morte quando è violata la legge di Mosè. A questi si aggiungono gli episodi di guerra e della storia del popolo eletto, dove i nemici periscono per volontà divina. Riguardo alla violazione della legge ebraica, nella Lettera agli Ebrei 10,28: «Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni». In Levitico viene messo a morte «Chi bestemmia il nome del Signore», in Levitico chi commette adulterio, in «Nessuna persona votata allo sterminio potrà essere riscattata; dovrà essere messa a morte», e in Levitico «Chi percuote a morte un uomo». In Esodo viene messo a morte chi maledice il padre o la madre.

Il passo è ripreso nel Nuovo Testamento, da Vangelo di Marco 7,10: «Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte». In Numeri 35,30, si afferma che non si può accettare un prezzo di riscatto da un omicida: «Se uno uccide un altro, l'omicida sarà messo a morte in seguito a deposizione di testimoni, ma un unico testimone non basterà per condannare a morte una persona. Non accetterete prezzo di riscatto per la vita di un omicida, reo di morte, perché dovrà essere messo a morte».

La morte del colpevole avveniva per lapidazione. Questa forma di esecuzione coinvolge tutta la comunità locale adulta, che collettivamente è chiamata ad applicare la legge, e risparmia l'individuazione di un singolo come boia.

Nel Nuovo Testamento Gesù richiama più volte al perdono e condanna l'episodio della lapidazione della donna adultera:

Pensatori antichi La maggioranza dei filosofi antichi giustifica la pena di morte, anche se spesso contestando l'uso spregiudicato che se ne faceva nel mondo greco-romano e orientale. Tra gli stoici, sostenitori del diritto naturale, si levarono alcune voci contro le condanne troppo facili e numerose; tra essi, Seneca, pur essendo favorevole alla pena capitale per gravi delitti, invita l'imperatore Nerone alla clemenza, erogando la massima pena solo in casi estremi, e seguendo la ragione e non l'impulso del momento e citando esempi di generosità.Lucio Anneo Seneca, De clementia, I, 1-2,; II, 2-3; Seneca ricorda poi alcune motivazioni dettate dalla ragione, che anticipano di sedici secoli quelle di Cesare Beccaria:

Pensatori cristiani Ad Agostino di Ippona (354- 430) si deve la prima condanna esplicita e argomentata della pena di morte nella storia del pensiero cristiano. Nella lettera 153 del proprio epistolario, Agostino risponde a Macedonio, un luogotenente imperiale che lamentava la continua intercessione dei vescovi africani per impedire le esecuzioni capitali. Agostino risponde che risparmiare i colpevoli non è affatto un segno di approvazione verso la colpa. Al contrario, il disprezzo per la colpa non può essere disgiunto dall'amore per la creatura umana che l'ha commessa.

Agostino chiama in causa diversi passi evangelici che invitano al perdono. È legittimo supporre che la sua condanna della pena di morte sia una conseguenza in campo giuridico della dottrina della grazia indebita e predestinata: se la salvezza dipende solo dall'intervento imprevedibile della grazia divina, irriconoscibile agli uomini, è ipocrita da parte degli uomini infliggere condanne definitive.

Tommaso d'Aquino, il cui fratello era stato giustiziato, sostenne la liceità della pena di morte sulla base del concetto della conservazione del bene comune. Il teologo sosteneva tuttavia che la pena andasse inflitta solo al colpevole di gravissimi delitti, mentre all'epoca veniva utilizzata con facilità e grande discrezionalità. L'argomentazione di Tommaso d'Aquino è la seguente:

Il Magistero ribadì più volte la liceità della pena di morte: nel 1208 papa Innocenzo III ai Valdesi; nel 1520 papa Leone X condannò la tesi di Lutero secondo cui : «[il fatto] che gli eretici siano stati bruciati è contrario alla volontà dello Spirito»; nel 1891 Leone XIII riaffermò il diritto della pubblica autorità di comminare la pena di morte (Dz 3272), così come fece papa Pio XI nell'enciclica Casti connubii (Dz 3720). Lo Stato pontificio ha mantenuto nel suo ordinamento la pena di morte fino al XX secolo, abolendola nel 1969, benché inapplicata dopo il 9 luglio 1870, data dell'ultima esecuzione capitale. Per la posizione attuale della Chiesa cattolica vedi più avanti.

Cesare Beccaria

Nel 1764 la pubblicazione del pamphlet (trattato breve, libello) Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria stimolò la riflessione sul sistema penale vigente. Nel trattato (in particolare nel capitolo XXVIII), Beccaria si esprimeva contro la pena di morte, argomentando che con questa pena lo Stato, per punire un delitto, ne commetterebbe uno a sua volta:

Tuttavia, la condanna di Beccaria verso la pena di morte, pur nella sua portata storicamente innovativa, non era espressa in termini assoluti: essa è necessaria, ma non giusta, in quanto "infrazione (come scrisse Piero Calamandrei) della legge morale per la quale l'uomo, anche nei confronti dello Stato, è sempre non mezzo, ma fine".

Friedrich Nietzsche