I Santi Quaranta sono i resti di un lungo criptoportico di età romana situati a Benevento, fra il rione San Lorenzo e l'area rurale di Cellarulo, in corrispondenza di un dirupo sulla sinistra della basilica della Madonna delle Grazie. L'edificio consisteva in un sistema di gallerie coperte a volta, di datazione e utilizzo incerti; più precisamente, vi era almeno un lungo corridoio cui si connettevano due trasversali, più corti.
Il monumento fu riutilizzato nel Medioevo per impiantarvi una chiesa dedicata ai quaranta martiri di Sebaste che, benché scomparsa, gli dà ancora oggi il nome. È stato seriamente danneggiato dai bombardamenti che interessarono Benevento durante la seconda guerra mondiale. . Attualmente il sito è curato da un gruppo di volontari.
Collocazione
L'edificio sorge lungo l'orlo di un dislivello naturale, inclinato in salita da Cellarulo verso il centro cittadino, ed effettua quindi una funzione di contenimento. La zona si trova fuori dalla cinta muraria tardoantica e longobarda, ma era parte integrante della città romana, anche se la topografia di quest'ultima è ancora in discussione; . Forse il dislivello fungeva da limite naturale per la colonia romana che fu stabilita nell'insediamento sannitico-irpino nel 268 a.C., e quindi il complesso potrebbe aver preso il posto delle mura primitive..
L'epoca di costruzione e la funzione del criptoportico non sono documentate da fonti di età romana, ma si ritiene che fosse un edificio di grande rilievo, a causa della sua mole e della sua posizione scenografica: esso è infatti collocato di fronte al ponte Leproso, il quale costituiva l'ingresso della via Appia a Benevento provenendo da Roma. L'accesso al complesso si trova in un vicolo in discesa, oggi chiamato via Ursus, forse nato come variante al percorso originario della via Appia..
L'architetto Almerico Meomartini poteva riconoscere dietro l'edificio, sopra il terrapieno naturale dove ora sorge la basilica della Madonna delle Grazie, un'altra strada importante, parallela al corridoio principale dell'edificio. Essa, dopo aver scavalcato il Pons Maior lungo il fiume Calore (i cui resti sono oggi noti come ponte Fratto), lambiva il quartiere di lavorazione della ceramica stabilito sul lungofiume e procedeva verso est, in direzione dell'arx della città romana; ; ; . Alcuni autori affermano che questa strada fosse una diramazione della via Latina passante per Teano, Alife e TelesiaFra cui Meomartini; cfr. anche ; altri invece ritengono che sia parte della via dell'Alto Sannio, che conduceva a Saepinum..
Datazione
La datazione dell'edificio romano, complicata dal fatto che fu costruito in tre o quattro fasi distinte, viene dedotta da vari autori sulla base della tecnica muraria predominante: due paramenti costituiti da fasce di opera quasi reticolata alternate con file di laterizi, e riempiti a getto; ma i loro pareri sono discordanti.
Almerico Meomartini, autore del primo studio dettagliato dell'edificio alla fine del XIX secolo, sostenne che esso sorse in un periodo di poco precedente all'impero di Traiano (I secolo), e i due successivi complessi di modifiche ed espansioni possono essere stati effettuati, rispettivamente, sotto Traiano e Adriano.. Poco dopo di lui Esther Boise Van Deman suggerì l'epoca triumvirale o augustea (I secolo a.C.).. Un parere simile a quest'ultimo è quello di Carlo Ebanista, archeologo medievalista, almeno per quanto riguarda il nucleo primitivo.; mentre Mario e Marcello Rotili, storico e archeologo rispettivamente, sono anch'essi orientati sul I secolo d.C.; Werner Johannowsky credette invece che il criptoportico sia da attribuire al tardo II, o III secolo.
Storia dal Medioevo in poi
La chiesa e il culto dei santi Quaranta
Secondo Almerico Meomartini, la costruzione della chiesa dei Santi Quaranta, che usava un corridoio minore del criptoportico come fondazione, dovrebbe risalire all'epoca del ducato longobardo a Benevento.. In effetti, il culto dei quaranta martiri di Sebaste a Benevento potrebbe avere un nesso con la traslazione di Sant'Eliano, narrata nel «tomo IV. degl'Atti de' Santi della biblioteca Beneventana» in questi termini: nell'anno 763 Gualtari, gastaldo del duca Arechi II, fu inviato per una missione diplomatica a Bisanzio ma fu sorpreso da una tempesta in mare. Le preghiere di Gualtari, che temeva che la sua imbarcazione fosse spacciata, furono esaudite da un'apparizione di sant'Eliano, uno dei quaranta martiri di Sebaste uccisi e cremati nell'anno 320. Sant'Eliano, prevedendo che l'imperatore Costantino V avrebbe offerto un dono a Gualtari, chiese a quest'ultimo di farsi dare le sue reliquie. Il gastaldo beneventano avrebbe dovuto poi custodirle in una chiesa che aveva già costruito a Benevento. Gualtari accettò e, al suo ritorno in città, le ceneri di Eliano furono accompagnate da una folla in festa verso l'edificio di culto e .. La chiesa in questione non sarebbe quella costruita sopra il criptoportico, ma la sede della Parrochia Sancti Heljani, citata nel 1198 nella prima stesura del necrologio della Confraternita di Santo Spirito, e situata ove ora si apre Piazza Roma; ; .
In realtà mancano attestazioni esplicite che consentano di fissare l'origine della chiesa dei Santi Quaranta all'età longobarda: nelle fonti più antiche, incluso il Chronicon Sanctae Sophiae del 1119, non se ne trova traccia. Solo nel 1180 si parla si una permuta effettuata da Elia, custode della chiesa.; in tempi successivi viene annotato, ancora nellObituarium S. Spiritus, il decesso di Raymundus, abate dei Santi Quaranta.. A dirigere Meomartini verso una datazione anteriore furono, fra l'altro, gli archi di età longobarda presenti nel criptoportico, che sembrano costruiti insieme alla chiesa che vi insisteva sopra. Anche la venerazione dei santi Quaranta, che nel XII secolo erano festeggiati il 9 marzo con grande partecipazione, è riscontrata in calendari locali di epoca longobarda; e il racconto della Translatio potrebbe risalire all'IX secolo..
In ogni caso, a partire dal XIII secolo il culto dei santi Quaranta cominciò a perdersi, per essere infine dimenticato del tutto: nacque addirittura una leggenda popolare secondo cui nel criptoportico stesso perirono quaranta martiri cristiani.. La chiesa ebbe una sorte simile: l'edificio sacro nel XVII secolo era quasi del tutto perduto riporta le parole di Alfonso De Blasio del 1656, in cui la chiesa è descritta come «diruta»; vedi anche ; e Meomartini ne poté discernere solo degli «informi ruderi». Non vi è più alcuna traccia neanche delle ceneri che venivano considerate appartenere al corpo di sant'Eliano; nel XVIII secolo Stefano Borgia ne ipotizzava la presenza nella chiesa di Santa Sofia e nel monastero di San Vittorino..
Il declino dell'edificio
Nel frattempo gli spazi davanti e sopra al criptoportico venivano coltivati, e così esso fu impiegato come rimessa per attrezzi e materiali agricoli; con il tempo subì alcune modifiche e aggiunte per meglio servire allo scopo. Tra il XVIII e il XIX secolo il portico ospitò anche l'attività di funai; gestita dalla famiglia Collarile che ne è stata proprietaria per quattro secoli (inizialmente in enfiteusi)Un Aviatore di Fanteria di Mario Collarile, Ed. Vereja, Benevento 2012.
Fino alla metà del XIX secolo l'interesse degli studiosi di storia e archeologia verso i Santi Quaranta era stato scarso. Nel 1878 era stata considerata la possibilità di insediarvi il museo provinciale (poi accantonata a causa della posizione periferica del monumento): per l'occasione era stata istituita una commissione archeologica, presieduta da Saverio Sorda, che effettuò uno studio del monumento e dei saggi di scavo, risultati sterili. Circa vent'anni dopo, finalmente, arrivò la minuziosa analisi dell'architetto Almerico Meomartini; all'epoca il complesso o cosiddetto orto dei Santi Quaranta che è stato proprietà della famiglia Collarile dal XVI al XX secolo apparteneva al Sacerdote Nicola Collarile ; prozio dell'aviatore Nicola Collarile.
Fra agosto e settembre 1943 il complesso dei Santi Quaranta subì ingenti danni dovuti ai bombardamenti alleati su Benevento; in particolare le volte dei corridoi crollarono quasi del tutto. Dopo decenni di abbandono, durante i quali i resti del criptoportico subirono qualche ulteriore manomissione, nel 1985 esso fu sottoposto a un restauro conservativo. In questa occasione furono anche rinvenute delle sepolture longobarde, probabilmente collegate alla chiesa; .
In seguito il monumento fu però di nuovo abbandonato, insieme all'adiacente via Ursus. Una parte del monumento finì per essere utilizzata come discarica abusiva, e l'intera zona fu progressivamente avvolta dalla vegetazione spontanea..
Un gruppo di volontari, radunati dal giornalista Felice Presta tramite il suo sito di inchiesta Sannio Report, ha chiesto e ottenuto l'affidamento dell'area. A partire dal 29 maggio 2015 il gruppo ha ripulito il monumento e riaperto via Ursus; attualmente, si tengono in modo regolare degli eventi pubblici attorno al criptoportico; ; .
Ipotesi sulla funzione originaria
Nel 1845 l'archeologo Raffaele Garrucci, menzionando i Santi Quaranta, li chiamò «reliquia grandiosa di magnifiche terme», ma probabilmente senza fondamento. L'ipotesi non è stata considerata valida negli studi successivi; . È invece ampiamente accettata l'interpretazione proposta inizialmente da Saverio Sorda nel 1878.: i Santi Quaranta sarebbero stati un criptoportico, ovvero un passaggio pedonale coperto (e probabilmente pubblico); .
Curiosamente Almerico Meomartini, nel suo studio del monumento, rifiutò questa opinione. Egli riteneva, piuttosto, che l'edificio fosse un emporio per lo stoccaggio e lo smistamento delle merci importate, essenzialmente derrate alimentari. Tali edifici, in realtà, sono in genere posizionati in aree portuali; ma Meomartini suggerì che ce ne potessero essere anche in importanti snodi commerciali, come doveva essere l'ingresso dell'Appia a Benevento.
Da un lato infatti, l'architetto sostenne che il corridoio principale fosse troppo angusto per un passaggio pubblico; inoltre, se lo scopo di un criptoportico era proteggere i passanti dalla calura estiva, dal freddo e dai venti invernali, le finestre dei Santi Quaranta erano posizionate in maniera ben poco conveniente, e aeravano gli ambienti in maniera scarsa. Dall'altro, la opinione di Meomartini fu condizionata dal fatto che il monumento doveva includere, originariamente, un numero imprecisato di corridoi secondari: questi per lui potevano essere dei cellari per le varie merci. Ciò avrebbe spiegato anche perché la zona dove si trova il monumento è chiamata Cellarulo, fin dall'XI secolo.. L'idea di Meomartini fu accolta con scetticismo già dai suoi contemporanei.
Sebbene, in un manoscritto del 1656, conservato presso la Biblioteca Storica Provinciale, lo storico Alfonso De Blasio avesse individuato l'etimologia del toponimo Cellarulo in una maniera simile, questi non aveva identificato l'emporio con i Santi Quaranta: a suo parere l'edificio era un portico facente parte di una basilica.. Mario Rotili sottolineava che tale parere, poiché espresso prima del grande terremoto del Sannio del 1688, era da tenere in considerazione..
Le interpretazioni attuali sembrano più vicine a De Blasio che a Meomartini. Nel 1985 ricerche archeologiche portarono alla scoperta che i Santi Quaranta avevano un secondo piano colonnato., e soprattutto che non lontano da essi si trova un anfiteatro.. Ciò ha accresciuto la sensazione che in epoca romana la zona fosse un centro di attività pubbliche, e in particolare che davanti al criptoportico fosse ubicato un foro, magari il forum commune menzionato in un'iscrizione; esso si affiancherebbe a un altro foro cittadino, cui si accedeva tramite l'arco del Sacramento; ; ; era stato suggerito già in e in .