Era detto Binnu u tratturi (Bernardo il trattore) per la violenza con cui eliminava i suoi nemici e anche zu Binnu (zio Bernardo), u ragioniere (il ragioniere) e u porcu (il maiale).

Membro di Cosa nostra, venne considerato il capo dei capi dell'organizzazione a partire dal 1995 fino al suo arresto, avvenuto l'11 aprile 2006 in una masseria di Corleone. Al momento della sua cattura, dopo una latitanza di 43 anni iniziata il 10 settembre 1963, risultava già condannato in contumacia a 12 ergastoli oltre ad avere ulteriori procedimenti giudiziari in corso.

Biografia

Gioventù Nato a Corleone da una famiglia di agricoltori, terzo dei sette figli di Angelo Provenzano e Giovanna Rigogliuso, venne ben presto mandato a lavorare nei campi come bracciante agricolo insieme al padre, abbandonando la scuola senza finire la seconda elementare; suo insegnante privato di matematica era stato un giovane Vito Ciancimino. Fu in questo periodo che cominciò una serie di attività illegali, specialmente furto di bestiame e di generi alimentari, e si legò al mafioso Luciano Liggio, che lo affiliò alla cosca mafiosa locale. Nel 1954 venne chiamato per il servizio militare ma venne dichiarato "non idoneo" e quindi riformatoAnteprima limitata:. Secondo le indagini dell'epoca dei Carabinieri di Corleone, in quel periodo cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato nei terreni della società armentizia di contrada "Piano di Scala" a Corleone, insieme con Liggio e la sua banda. Liggio, Provenzano e Salvatore Riina erano il braccio armato di Michele Navarra che però, vista la loro arroganza e il ricorso alla violenza, decise di eliminarli ma i suoi uomini fallirono la missione; il 2 agosto 1958 gli uomini di Liggio assassineranno poi Navarra. Il 6 settembre seguente Provenzano partecipò a un conflitto a fuoco contro i mafiosi avversari Marco Marino, Giovanni Marino e Pietro Maiuri, in cui rimase ferito alla testa e arrestato dai Carabinieri del capitano Carlo Alberto dalla Chiesa, che lo denunciarono anche per furto di 6 bovini, di un fucile da caccia, di 7 quintali di formaggio e di 13 di cereali oltre alla macellazione clandestina e all’associazione per delinquere. Provenzano, interrogato durante la sua breve degenza in ospedale, raccontò di essere stato ferito da una persona sconosciuta mentre faceva una passeggiata dopo cena; dopo 17 giorni di ospedale si dileguò.

Anni sessanta Il 10 settembre 1963 i Carabinieri di Corleone lo denunciarono insieme a Calogero Bagarella, per l'uccisione dei mafiosi Francesco Paolo Streva, Biagio Pomilla e Antonio Piraino (ex soldati di Michele Navarra) ma anche per associazione per delinquere e porto abusivo di armi: Provenzano si rese allora irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza. Come racconterà Giovanni Brusca, che all'età di 12/13 anni portava loro da mangiare, Provenzano e Bagarella trovarono ospitalità dai D'Anna, altra famiglia vicina alla mafia. Nel giugno del 1969 venne assolto in contumacia per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari per gli omicidi avvenuti a Corleone a partire dal 1958; la pubblica accusa aveva chiesto l'ergastolo per Provenzano, Riina e Liggio. Uscito indenne dal processo, Provenzano seguì Liggio a Milano.

Secondo le dichiarazioni di collaboratori di giustizia Antonino Calderone e Gaetano Grado, Provenzano partecipò alla cosiddetta «strage di viale Lazio» (10 dicembre 1969), spedizione punitiva a danno del boss Michele Cavataio. Un commando di sicari travestiti da finanzieri irruppe nell'ufficio di viale Lazio a Palermo dove si trovava Cavataio con i propri sodali: uno di loro tuttavia si mise a sparare anzitempo, scatenando un conflitto a fuoco nel quale Provenzano, armato con un mitragliatore MAB 38, rimase ferito alla mano, mentre Cavataio riuscì a uccidere Calogero Bagarella per poi cadere a terra ferito. Provenzano, ritenendolo ormai morto, gli si avvicinò; il boss si girò, gli puntò la pistola e cercò di sparare, ma aveva ormai esaurito le munizioni. Allora Provenzano (che aveva l'arma inceppata) lo colpì più volte con il calcio della mitraglietta alla testa, per poi finirlo con un colpo di pistola. Sempre secondo Calderone, Provenzano «era soprannominato "u' viddanu" e anche "u' tratturi". È stato soprannominato "u' tratturi" da mio fratello con riferimento alle sue capacità omicide e con particolare riferimento alla strage di viale Lazio, nel senso che egli tratturava tutto e da dove passava lui "non cresceva più l'erba"». Successivamente, per un certo periodo, Provenzano abbandonò la Lupara e si dedicò solamente alla gestione dell'organizzazione rappresentando il sempre più potente clan dei Corleonesi all'interno del "governo" provinciale considerando che Liggio si era trasferito a Milano.

Anni settanta Secondo i collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, nel 1974 Riina e Provenzano divennero i reggenti della famiglia di Corleone dopo l'arresto di Liggio, ricevendo anche l'incarico di reggere il relativo "mandamento". Nel marzo del 1978 Giuseppe Di Cristina, capo della Famiglia di Riesi, si mise in contatto con i Carabinieri e dichiarò che «Riina Salvatore e Provenzano Bernardo, soprannominati per la loro ferocia "le belve", sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio. Essi, responsabili ciascuno di non meno di quaranta omicidi, sono stati gli assassini del vice pretore onorario di Prizzi» ed erano anche responsabili «su commissione dello stesso Liggio, dell'assassinio del tenente colonnello Giuseppe Russo»; in particolare, Di Cristina dichiarò che Provenzano «era stato notato in Bagheria a bordo di un'autovettura Mercedes color bianco chiaro alla cui guida si trovava il figlio minore di Brusca Bernardo da San Giuseppe Jato». In ritorsione a tali dichiarazioni, il 30 maggio, sempre del 1978, Riina e Provenzano fecero uccidere Di Cristina (freddato da sei proiettili) e l'8 settembre successivo anche Giuseppe Calderone (alleato catanese dei Di Cristina, di Gaetano Badalamenti e di Stefano Bontate).

Le indagini dell'epoca condotte dai Carabinieri di Partinico dimostrarono che Provenzano trascorreva la sua latitanza prevalentemente nella zona di Bagheria ed aveva costituito diverse società attive nel settore immobiliare e in quello della fornitura di attrezzature mediche attraverso fidati prestanome, ossia il fratello Salvatore, la compagna Saveria Benedetta Palazzolo (che si diede anch'essa alla latitanza) e il geometra Giuseppe Lipari, impiegato dell'ANAS poi imputato nel maxiprocesso di Palermo; sempre secondo le indagini dei Carabinieri, tali società, che potevano contare su beni e investimenti dal valore di svariati miliardi di lire, erano state costituite nello studio del commercialista palermitano Giuseppe Mandalari (noto massone e candidato del MSI alle elezioni politiche del 1972, che aveva già amministrato i beni di Gaetano Badalamenti e Totò Riina) ed una di queste aveva tra i propri fornitori la ICRE, una fabbrica di metalli di proprietà di Leonardo Greco (indicato dal collaboratore di giustizia Totuccio Contorno come il capo della famiglia mafiosa di Bagheria). Nonostante queste importanti indagini, Provenzano non fu mai individuato.

Anni ottanta Nel 1981 Provenzano e Riina scatenarono la cosiddetta seconda guerra di mafia, con cui massacrarono le cosche Bontate-Inzerillo-Riccobono e insediarono una nuova "Commissione", composta soltanto da capimandamento a loro fedeli; durante le riunioni della "Commissione", Provenzano partecipò alle decisioni e all'organizzazione di numerosi omicidi eccellenti (come i delitti di Reina-Mattarella-La Torre) come esponente influente del mandamento di Corleone e anche per proteggere gli interessi di Vito Ciancimino, principale referente politico dei Corleonesi. Infatti, negli anni successivi il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè dichiarerà che Riina e Provenzano «non si alzavano da una riunione se non quando erano d'accordo».

Anni 1990

Nel 1993, dopo l'arresto di Riina, Provenzano fu il paciere tra la fazione favorevole alla continuazione delle stragi contro lo Stato (Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro) e l'altra contraria (Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri). Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, Provenzano riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente", mentre l'altro collaboratore Salvatore Cancemi dichiarò che, durante un incontro, lo stesso Provenzano gli disse che "tutto andava avanti" riguardo alla realizzazione degli attentati dinamitardi a Roma, Firenze e Milano, che provocarono numerose vittime e danni al patrimonio artistico italiano.

Sempre nel 1993 in una riunione a Villabate, si decise che sia Bernardo Provenzano che Leoluca Bagarella dovessero reggere insieme il mandamento di Corleone. Iniziò una sorta di "guerra fredda" tra i due che si acutizzò nel corso di una faida a Villabate, in cui la famiglia Di Peri, appoggiata da Provenzano, si contrappose alla famiglia Montalto, appoggiata da Bagarella e dal suo alleato Giovanni Brusca.

Dopo l'arresto di Leoluca Bagarella nel 1995, Provenzano ha campo libero, iniziando così un nuovo corso in Cosa Nostra, in modo da poter avviare la cosiddetta "strategia della sommersione" che mirava a rendere Cosa nostra invisibile dopo gli attentati del 1992-93, limitando al massimo gli eccidi per non destare troppo l'attenzione delle autorità al fine di tornare a sviluppare gli affari. Tale strategia venne decisa nel corso di alcuni incontri a cui parteciparono lo stesso Provenzano insieme con i boss Benedetto Spera, Nino Giuffrè, Tommaso Cannella e il geometra Pino Lipari, il quale non era ritualmente "punciutu", ma poteva partecipare agli incontri perché era il prestanome più fidato di Provenzano e collettore delle tangenti versate dalle imprese per i grandi appalti. Tuttavia la corrente corleonese più oltranzista, capeggiata prima da Giovanni Brusca (arrestato ad Agrigento nel 1996) e poi da Vito Vitale (catturato nel 1998), d'accordo con Gesualdo La Rocca (della "famiglia" di Caltagirone) e con Santo Mazzei (della "famiglia" di Catania), tentò di estromettere Provenzano dal comando attraverso l'eliminazione di coloro che gli erano più vicini, come Lorenzo Vaccaro, rappresentante della provincia di Caltanissetta. Il tentativo di isolare Provenzano andò a vuoto con l'arresto di Vitale e di altri mafiosi del suo gruppo.

Nel novembre 1998 gli agenti del ROS dei Carabinieri condussero l'indagine denominata "Grande Oriente", che era partita dalle confidenze rese dal boss Luigi Ilardo (ucciso nel 1996 poco prima di ufficializzare la collaborazione con la giustizia) e portò all'arresto di 47 persone, accusate di attività illecite e di aver favorito la latitanza di Provenzano; tra gli arrestati figurarono anche due noti imprenditori, il villabatese Simone Castello, accusato di essere il suo "postino" di fiducia, e il bagherese Vincenzo Giammanco (parente del discusso magistrato Pietro Giammanco), accusato di essere prestanome di Provenzano nella gestione dell'impresa edile "Italcostruzioni S.p.A.".

Anni 2000 Il 30 gennaio 2001 la Squadra Catturandi della Questura di Palermo irruppe in una masseria di Mezzojuso, pensando di trovarvi Provenzano ed invece arrestò Benedetto Spera e Nicola La Barbera, entrambi fedelissimi del boss corleonese. Il ROS dei Carabinieri accusò la Polizia di Stato di aver bruciato con quest'arresto una pista investigativa che stavano seguendo e che avrebbe portato sicuramente a Provenzano.