L'imperialismo statunitense è definibile come l'influenza o condizionamento dell'economia e del campo militare e culturale da parte degli Stati Uniti d'America su altri Stati del mondo, accompagnata da un'influenza generale nella politica interna dei relativi governi.
Le origini ideologiche del fenomeno sono da rintracciarsi nella "dottrina Monroe", ma dopo la guerra messico-statunitense nel 1846 e la guerra ispano-americana a partire dal 1898, con l'ingresso degli Stati Uniti sulla scena della politica mondiale, i termini "imperialismo americano" ed "espansione imperialistica americana" divennero sempre più diffusi.
Sinossi storica La situazione socio-economica negli USA nel XIX secolo
Alla fine della guerra di secessione americana e dopo l'era della ricostruzione nel 1893 gli Stati Uniti si trovarono ad affrontare una crisi bancaria che segnò l'inizio della grave depressione economica e la chiusura commerciale delle frontiere. Questi due fenomeni furono presto collegati a un terzo: la tendenza irrefrenabile alla "sovrapproduzione interna", che non tardò a diventare uno dei più angosciosi problemi della società americana. Fu proprio nel pieno della depressione, nel gennaio 1895, che venne costituita la National Association of Manufacturers,. con l'obiettivo di promuovere le esportazioni. Il fatto che la ripresa economica, nel corso del biennio successivo, coincidesse con l'energico incremento delle esportazioni non fece che rafforzare la convinzione che l'origine della crisi, che aveva provocato il collasso nel 1893, andasse individuata proprio nell'insufficienza del mercato interno, e che quindi la chiave di volta per la prosperità andasse ricercata nei mercati esteri, elemento cruciale da cui dipendevano la stagnazione o lo sviluppo economico statunitense.
L'esistenza fin dai primi insediamenti coloniali, di una frontiera mobile verso l'ovest, costituiva la base delle peculiarità qualificanti della storia degli Stati Uniti. La continua disponibilità di terre libere aveva significato, per la storia statunitense, la possibilità di una costante diffusione del potere economico e quindi del potere politico. Nella sua tesi della frontiera Frederick Jackson Turner affermò infatti che: "l'esistenza di una superficie di terre libere e aperte alla conquista, la sua retrocessione continua e l'avanzata dei coloni verso occidente, spiegano lo sviluppo della nazione americana.[...] a quattro secoli dalla scoperta dell'America, la frontiera si è chiusa, e con essa si è chiuso il primo periodo della storia americana".
In un articolo pubblicato nel 1896 affermò inoltre: "Per quasi tre secoli il fattore dominante della vita statunitense è stata l'espansione. Con l'occupazione della costa del Pacifico e delle terre libere, questo movimento si è arrestato".. L'ideologia espansionistica della frontiera mobile aveva quindi radici antiche e trovava ragioni anche nell'imponente flusso migratorio in accoglienza, percepito come prova inconfutabile della superiorità politica, economica, sociale degli Stati Uniti. Dato che nell'immaginario collettivo, la nazione era considerata terra privilegiata di libertà, democrazia e prosperità, era facile pensare che la sua espansione non potesse che configurarsi come ulteriore diffusione di questi diritti e benefici e che quindi, anche la sua lotta per la conquista di un dominio sempre più vasto non dovesse essere considerata come avidità di potenza e di ricchezza dalle nazioni europee, etichettate come coloniali e sfruttatrici.
L'inizio della politica interventista statunitense
Dalla fine del XIX secolo in poi gli Stati Uniti diedero un carattere imperialista alla dottrina Monroe e cominciarono a rafforzare la sua influenza militare economica e politica nella regione caraibica, anche attraverso interventi militari, con l'obiettivo è quello di trasformare il Mar dei Caraibi in un mare nostrum per la sua importanza strategica.
Tra il 1891 e il 1912 eseguono una serie di interventi militari: 1891, Haiti; 1895, Nicaragua; 1898, Porto Rico e Cuba; 1899, Nicaragua; 1902, Venezuela; 1903, Repubblica Dominicana e Colombia; 1904, Repubblica Dominicana e Guatemala; 1906-1903, Cuba; 1907, Repubblica Dominicana; 1909-1910, Nicaragua; 1910-1911 Honduras; 1912, Cuba, Nicaragua e Repubblica Dominicana (al di fuori dei Caraibi, nel 1891 vengono intraprese azioni militari contro il Cile).
Praticando la "diplomazia del dollaro", realizzano interventi finanziari che portano all'istituzione di controlli americani sulle finanze di diversi stati (Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Haiti). Hanno acquisito territori come Puerto Rico dopo la guerra contro la Spagna nel 1898, e le Isole Vergini, acquistate dalla Danimarca nel 1917. Alcuni Stati sono posti sotto uno status vicino al protettorato, come Cuba, in virtù dell'emendamento Platt e dell'acquisizione della base navale di Guantánamo, e Panama, in virtù della costituzione panamense (redatta con la partecipazione del console americano) e del dispiegamento permanente delle forze americane nell'area del canale.
Episodi storici L'intervento nell'America centrale e la questione cubana
Tra il 1896 e il 1898 le condizioni per un intervento USA nel conflitto tra Cuba e la Spagna apparivano particolarmente favorevoli. Il 1896 era un anno di elezioni presidenziali, ciò offriva ai due grandi partiti statunitensi l'occasione per precisare il loro atteggiamento sul problema cubano. Il programma approvato dai repubblicani, dopo avere ribadito la piena validità della dottrina Monroe e il diritto degli Stati Uniti di darvi concreta applicazione, affermava solennemente: "noi seguiamo con profondo e costante interesse le eroiche battaglie dei patrioti cubani contro la crudeltà e l'oppressione". I democratici si espressero in termini più sfumati, il loro programma dichiarava infatti: "offriamo la nostra simpatia al popolo di Cuba nella sua eroica lotta per la libertà e l'indipendenza"..
Il nuovo presidente, William McKinley, uomo di fiducia dei potenti banchieri e industriali dell'Est, era più che mai desideroso di evitare passi falsi che potessero rischiare di rendere inevitabile una guerra con la Spagna; inoltre, nel 1897, la comunità statunitense degli affari era nettamente ostile all'idea di una guerra. La prosperità era tornata, ma le ripercussioni psicologiche provocate dal collasso dell'economia statunitense pochi anni prima non erano ancora del tutto cancellate. Particolarmente interessati a un rapido ripristino della pace e dell'ordine a Cuba, anche a costo di un intervento statunitense che portasse a una guerra, erano invece i proprietari di piantagioni di tabacco e di zucchero e gli importatori e raffinatori di zucchero greggio.
Si può affermare, nel complesso, che la parte più influente del mondo degli affari statunitense, più che spingere a favore della guerra tentò per quanto possibile di impedire tale eventualità. L'impaziente ardore bellico di Theodore Roosevelt rifletteva l'atteggiamento di due gruppi ristretti ma influenti: il manipolo di politici e intellettuali come John Hay e Brooks Adams, che da qualche anno si erano fatti assertori instancabili di una politica fortemente espansionistica e dei mezzi per attuarla, e la più vasta schiera costituita da rappresentanti della borghesia professionale e dell'indebolita oligarchia patrizia dell'est, che cominciavano a dare vita al movimento progressista..
L'indignazione del movimento populista per le atrocità spagnole commesse a Cuba, dove il governo spagnolo per placare le rivolte decise di spingere con la forza la popolazione a riversarsi nelle città, cercando così di isolare i ribelli, crebbe. In queste aree di "concentramento e controllo" della popolazione le condizioni di vita erano terribili, e si stima vi abbiano avuto luogo in pochi mesi molte decine di migliaia di decessi, a causa delle precarie condizioni igieniche, sanitarie e alimentari. Caratterizzato da una notevole dose di incertezza e di ambiguità fu invece l'atteggiamento nei confronti della questione cubana e di un'eventuale guerra contro la Spagna assunto dal movimento sindacale e dagli sparsi nuclei socialisti esistenti negli Stati Uniti. Se in un primo tempo i movimenti anti-bellicistici furono in netta prevalenza, dopo l'affondamento della Maine e l'aumentare della tensione con la Spagna si registrò un primo evidente mutamento di opinione.
Gli oppositori dell'intervento statunitense rimasero una modesta minoranza. Dopo la drammatica scomparsa del primo ministro e capo del partito conservatore spagnolo Antonio Cánovas del Castillo, assassinato da un anarchico italiano, ci fu l'ascesa al potere a Madrid del liberale Práxedes Mateo Sagasta, che si affrettò ad abbracciare una politica più conciliante a Cuba. Infatti il 25 novembre promulgò una serie di decreti, in base ai quali sull'isola avrebbe dovuto venir instaurato un governo autonomo. Gli insorti respinsero questo gesto conciliante e intensificarono sia le loro operazioni militari, sia la loro azione di propaganda in vista del raggiungimento del loro obbiettivo: la completa indipendenza..
La guerra ispano americana
Con la vittoria statunitense nella guerra ispano-americana nel 1898 e all'acquisto di un limitato dominio coloniale, la politica estera statunitense aveva sempre avuto un'importanza del tutto secondaria. Poco prima della metà del secolo erano state definitivamente risolte le questioni riguardanti i confini settentrionali e meridionali: riguardo al sud, la guerra contro il Messico e la conquista della California e del rimanente territorio a nord del Rio Grande; relativamente al nord i negoziati con la Gran Bretagna avevano portato ad accordi sui confini tra Canada e Stati Uniti. La soluzione di questi problemi portò a un'accentuazione dell'isolamento politico degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo nel superare la grave crisi della Guerra Civile e nel completare la colonizzazione e lo sfruttamento delle terre dell'ovest..
La crisi del 1895-1896 con la Gran Bretagna, a proposito del confine orientale con il Venezuela, aveva messo a nudo una visione più ampia e articolata degli interessi degli Stati Uniti: si era infatti delineata una strategia di potenza caratterizzata da una più organica e consapevole integrazione politica a livello di governo, delle varie pressioni dei più potenti gruppi economici. Il punto focale della politica di Washington fu costituito dalla questione della reciprocità commerciale con gli stati dell'America Latina e dal tentativo, fallimentare, di dare vita a un sistema economico "panamericano". La guerra ispano-americana conferì di fatto una nuova posizione agli Stati Uniti, che si sentirono investiti della responsabilità di indirizzare la politica estera di una grande potenza. Una delle conseguenze paradossali di questa guerra, fu che gli Stati Uniti ne uscirono con il possesso pieno e definitivo delle Filippine, mentre Cuba, che era stata la causa primaria del conflitto e una delle ambizioni dell'espansionismo statunitense, restava fuori dalla vera e propria sovranità statunitense, in una condizione giuridica e politica mal definita.
La presidenza Roosevelt e la politica del "grosso bastone"
Negli Stati Uniti la svolta sulla politica estera era stata caratterizzata da una parte, dalla presenza di correnti antimperialistiche particolarmente tenaci, dall'altra da incertezze e perplessità che avevano investito allo stesso modo sia i circoli di governo, sia gli ambienti economici più direttamente interessati. L'imperialismo come ideologia e come politica in atto non fece che riflettere verso l'esterno l'esigenza di organizzazione dell'espansione capitalistica; gli Stati Uniti lungo tutta la storia erano stati un paese debitore, che importava capitali più di quanti ne esportasse, ma a partire dal 1897 vi fu la tendenza dei capitali statunitensi a cercare nuove fonti di profitto sui mercati stranieri, dando così il via a un gran numero di investimenti all'estero.