Il clan dei Casalesi è uno dei più potenti clan camorristici e una delle più potenti organizzazioni criminali in Italia. Creato grazie all'opera di Antonio Bardellino, trova le proprie radici tra il comune di San Cipriano d'Aversa e quello di Casal di Principe e fu formato nella seconda metà del XX secolo.

Fuori dall'Italia, il clan è attivo in altri paesi europei, come in Spagna, dove gestisce un canale di distribuzione della cocaina proveniente dal Sud America. In Svizzera e Romania, invece, gestiscono la prostituzione, il traffico di droga, l'edilizia, centri benessere e il riciclaggio di denaro, investendolo in attività legali.

Storia La camorra agraria nei Mazzoni Nell'agro aversano era storicamente presente la camorra legata al controllo del mondo agricolo, in particolare nella zona dei Mazzoni, ossia una zona della provincia di Caserta situata tra i bacini del Volturno e dei Regi Lagni. La camorra agraria nasce per imporre la sorveglianza alle aziende agricole, con la cosiddetta, "guardianìa", con le mediazioni nelle transazioni agricole e con le estorsioni sui mercati agricoli. L'organizzazione, con il tempo, si era poi gradualmente interessata all'attività edilizia.

I suoi storici esponenti erano: La famiglia Pagano, con il capostipite Paolo Paloscia, detto "Tatonno", di San Cipriano d'Aversa, guardiano terriero e mediatore, a cavallo della seconda guerra mondiale, venne ricordato come guappo, ossia come mediatore di contrasti nei paesi della zona e nelle campagne. Suo figlio . Il figlio di Dantuccio, Antonio, fu assassinato nel 1989 insieme ad altri tre affiliati. Giuseppe Pedana (1918 - 1979), detto "Peppe braciola", di Villa Literno, morì cadendo da un balcone durante un tentativo di cattura. Si era fatto spazio a partire dal 1947 uccidendo il suo rivale Paolo di Bello; nel 1963 si era reso responsabile anche dell'uccisione di un carabiniere. Conobbe in carcere Raffaele Cutolo, a cui si legò. Era attivo nel controllo del mercato agricolo. La famiglia di Vittorio Simeone (1930 - 1982), detto "Vittorio baffone" per i suoi baffi lunghi e la capigliatura folta o anche "'o cummannante", da Casal di Principe, guardiano e mediatore di terreni, ucciso a San Cipriano d'Aversa, dove viveva, il 17 febbraio 1982 col figlio Pietro, di 15 anni. Vittorio Simeone nel 1966 fu sospettato di avere contatti con cosa nostra, ma successivamente in carcere si era legato a Raffaele Cutolo. La famiglia viene definitivamente estromessa dal controllo del mercato agricolo il 24 marzo 1982 con la strage del Ponte Annecchino, in cui quattro componenti, tra cui il figlio Francesco, il fratello Ottavio e due nipoti furono ammazzati con una mitragliatrice nei pressi di un ponte sui Regi Lagni. In tutto sette componenti della famiglia furono uccisi nello stesso periodohttp://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1982_03/19820316_0003.pdf&query=LUCA%20LANDO . Questi clan familiari negli anni '70 si erano legati alla Nuova Camorra Organizzata fondata nel 1970 da Raffaele Cutolo, che era riuscito a federare anche altri clan minori dell'agro aversano.

La lotta tra i vecchi clan e il ruolo di Bardellino

Verso la metà degli anni settanta del XX secolo, l'attività dei vecchi clan entrò in contrasto col gruppo emergente capeggiato da Antonio Bardellino, di San Cipriano d'Aversa, che nel 1974 faceva ufficialmente il carrozziere, per poi dedicarsi alle rapine, in particolare a danno di camion, autoarticolati e ai treni merci. Entrato in contatto con il clan Nuvoletta di Marano di Napoli, di cui costituì nel 1977 il braccio armato, venne affiliato a Cosa nostra dal mafioso siciliano Rosario Riccobono presso la masseria dei fratelli Lorenzo e Ciro Nuvoletta a Marano di Napoli. Carmine Schiavone dichiarò:

Già a partire dalla fine degli anni settanta, Bardellino intuì che il futuro dei traffici illegali sarebbe stato rappresentato dalla cocaina, capace di alimentare a lungo termine un affare molto più redditizio rispetto a quello dell'eroina. Per questo motivo, il capo-clan organizzò un'imponente attività d'import-export di farina di pesce a copertura del traffico di cocaina, che partendo dall'America Latina giungeva nell'agro aversano passando attraverso Alberto Beneduce, uno dei vertici indiscussi del clan e fraterno amico di Michele Zagaria. Cionondimeno, il clan Bardellino contrabbandò anche l'eroina, le cui spedizioni dirette alla Famiglia Gambino e alla Famiglia Genovese erano nascoste all'interno dei filtri di caffè espresso. I collaboratori di giustizia riferirono che, quando una di queste spedizioni venne intercettata dalle autorità antidroga, Bardellino telefonò a John Gotti e successivamente ai Genovese, affermando che il business non si sarebbe di certo fermato e che avrebbe mandato una quantità di stupefacenti pari al doppio di quella sequestrata.

Bardellino ottenne un potere enorme, dal casertano fino al basso Lazio, che molto frequentemente era gestito da suo nipote, il giovane Paride Salzillo. Bardellino spesso si recava in Brasile e a Santo Domingo. Lo strapotere del boss infastidiva gli altri capi-clan che decisero di eliminarlo utilizzando un subdolo stratagemma: spinsero Bardellino a ordinare l'uccisione di Domenico Iovine, dopodiché indussero il fratello di Domenico, Mario, ad uccidere per vendetta Bardellino stesso.

L'espansione nel basso Lazio La zona sud della provincia di Latina anticamente era parte integrante della Terra di Lavoro: quindi, per le comuni origini e affinità culturali, città come Fondi, Formia, Gaeta, Itri, Sperlonga, Minturno, Castelforte e Santi Cosma e Damiano sono stati luoghi di insediamento camorristico di diverse organizzazioni criminali provenienti dalla provincia di Caserta. Ciò è in particolar modo avvenuto tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 per svariati motivi, tra i quali la bellezza delle località turistiche, che suggeriva ai boss il luogo dove trascorrere le vacanze e dove trasferire i propri familiari lontano dai paesi d'origine, soprattutto nei periodi "caldi". Le misure restrittive, come il soggiorno obbligato, applicate nei confronti di affiliati ai clan non solo campani, hanno agevolato l'infiltrazione.

L'integrazione di questi diversi fattori ha condotto a constatare che nel territorio a sud dell'agro pontino in quel periodo erano presenti ed operavano le figure criminali di: Antonio Bardellino ed Ernesto Bardellino, originari di San Cipriano d'Aversa membri della famiglia a capo del clan. Alberto Beneduce e Benito Beneduce, originari di Sant'Anastasia, entrambi capo-zona di Baia Domizia e nel sud pontino, affiliati storici dei Bardellino, con attività prevalentemente nelle città di Minturno, Formia e Gaeta. Aldo Ferrucci, originario di Sessa Aurunca, insospettabile imprenditore e successivamente collaboratore di giustizia, che fungeva da prestanome di Bardellino. Franco Sorvillo, originario di Mondragone, con svariati interessi nell'edilizia e nel commercio a Minturno, Formia e Gaeta. Gennaro De Angelis, originario di Casal di Principe, organico del clan Bardellino, capo-regime di CassinoCome risulterebbe dal verbale dell'interrogatorio di Carmine Schiavone del 28 maggio 1993, a pagina 20..

Tanta rappresentanza mafiosa era favorita dalla compiacenza della politica sulla quale ancora grava più di un sospetto in considerazione dei lavori della Commissione d'Accesso a Fondi e sulla richiesta di scioglimento del suo consiglio comunale avanzata dal Prefetto di Latina. Antonio Bardellino limitò la sua attività a sporadiche apparizioni in quanto era già all'epoca latitante, inseguito da diversi ordini di cattura per estorsione, omicidio e strage. In un summit a Formia Bardellino, alla presenza di Pasquale Galasso, Giacomo Cavalcanti ed Enzo Moccia, stabilì l'attacco alla masseria dei Nuvoletta a Poggio Vallesana. Il fratello Ernesto rappresentava il braccio operativo che sul territorio concretizzava il reinvestimento dei capitali di provenienza illecita. Infatti, nel 1979 a Formia veniva registrata la Immobiliare Tirreno Sud, di cui erano soci lo stesso Ernesto Bardellino, i fratelli Alberto e Benito Beneduce e Giuseppe Natale. Questa azienda realizzò nella zona di Vindicio, in via unità d'Italia, una grande lottizzazione, come ad esempio nel caso della costruzione dell'albergo Solemar. Altro settore per favorire il riciclaggio di denaro di provenienza illecita, era quello dei locali notturni; infatti nel 1980 viene aperta la discoteca Seven Up, (la costruzione era iniziata nove mesi prima ed edificata su un’area di oltre cinquemila metri quadrati, capace di accogliere fino a ottomila persone) la cui attività illegale venne accertata già nel 1982 nell'ambito del procedimento penale riguardante il fallimento della società Maurice, proprietaria della citata, e titolare della quale risultava Aldo Ferrucci.

Quest'ultimo aveva ottenuto dalla Banca Popolare del Golfo prestiti consistenti, senza però fornire alcuna garanzia: la facilità con cui Ferrucci ottenne liquidità spostò l'attenzione degli inquirenti sui massimi vertici dell'istituto di credito locale che, al termine degli accertamenti investigativi giudiziari, risultò pesantemente infiltrato dalla criminalità organizzata. In sostanza, la banca andò in rovina in quanto aveva "prestato", tra il 1980 e il 1981, 5 miliardi di lire alla Maurice che, essendo una società-espressione dell'economia camorrista, fallì. Lo stabile della discoteca, tra le più famose all'epoca in Italia, finì sotto sequestro nel 1985 nell'ambito dell'inchiesta della magistrature sui beni riconducibili ad Antonio Bardellino.

Un anno prima il suo direttore, sempre Aldo Ferrucci, venne arrestato dalla Criminalpol di Napoli con l'accusa di far parte del clan Bardellino. Prima dell'altro arresto scaturito da un'inchiesta sul clan Moccia, al quale Ferrucci era anche legato, il locale nel 1986 rimase semidistrutto da un'esplosione (provocata dalla combustione di fuochi artificiali) seguita da un incendio che ne compromise seriamente la struttura; due ragazzi morirono carbonizzati, oltre quaranta i feriti sui cento ragazzi presenti quella sera. L'incidente comportò la fine della discoteca Seven Up, che non riaprì mai più. Le indagini, i sequestri e gli arresti susseguitisi negli anni dimostrarono il legame tra la discoteca e la malavita.

L'omicidio Bardellino e l'ascesa degli Schiavone Tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta il clan vive una grave crisi, scaturita dall'omicidio di Alberto Beneduce, operato dai clan satelliti La Torre ed Esposito, a cui seguono gli omicidi di Vincenzo De Falco e di Mario Iovine, elementi di spicco del gruppoTratto dal libro di Raffaele Cantone Operazione Penelope Arnoldo Mondadori editore 2012. Secondo i collaboratori di giustizia, Mario Iovine si recò a casa di Bardellino in Brasile e qui lo uccise con un martello

Dopo la sua scomparsa, venne assassinato anche suo nipote Paride Salzillo, colui che gestiva sul territorio, per conto dello zio, gli affari malavitosi. Ricevuta la telefonata dal Brasile dell'avvenuta morte del capo, Francesco Schiavone invitò Salzillo a un incontro con tutti i maggiori elementi di spicco dell'organizzazione. Questi ultimi, non appena il giovane si presentò lo disarmarono, lo informarono della morte dello zio e gli dissero che lo avrebbero ucciso. Salzillo, impietrito, venne fatto sedere su di una sedia e strangolato con una corda. Anche il suo cadavere non venne mai ritrovato e si ritiene probabilmente che fu gettato in un canale poi cementificato.25 anni sotto il regno di Gomorra da penlib.blogspot.it (articolo tratto da Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2010