Al momento della sua nascita, il Giappone era un impero isolato e pre-industriale, controllato da secoli dallo shogunato Tokugawa e dai daimyō, che regnavano su oltre duecentocinquanta domini decentralizzati del paese. Alla sua scomparsa, il Giappone aveva attraversato grandi cambiamenti a livello politico, sociale ed economico, ed era emerso come una delle grandi potenze a livello internazionale. Tali importanti mutamenti divennero noti come "rinnovamento Meiji": questo catalizzò l'industrializzazione del Giappone e portò la nazione ad assurgere a potenza militare nel 1905, al motto di . Sempre durante il regno Meiji, con la sconfitta dello shogunato e la restaurazione dell'autorità imperiale, la capitale imperiale fu trasferita da Kyoto alla vecchia capitale shogunale Edo, più tardi rinominata Tokyo ("capitale orientale"). Gli successe il principe ereditario Yoshihito, futuro imperatore Taishō.
Biografia Primi anni Mutsuhito nacque il 3 novembre 1852 nel palazzo imperiale di Kyoto, a quell'epoca residenza dell'imperatore del Giappone. Era figlio dell'imperatore Osahito e di una sua concubina, Nakayama Yoshiko (1836-1907), di stirpe Fujiwara.
Il giovane principe ereditario nacque in un Giappone fortemente travagliato dalla crisi politica e sociale derivante dai "trattati ineguali", che lo shogunato, retto dalla famiglia Tokugawa, era stato costretto ad accettare dopo la comparsa delle navi nere, bastimenti statunitensi al comando del commodoro Matthew Perry, il quale, nel luglio 1853, sotto minaccia di un bombardamento, aveva costretto lo shōgun in carica, Tokugawa Ieyoshi, ad aprire il paese asiatico al commercio estero con l'Occidente, abbandonando la secolare politica di isolamento messa in atto dal bakufu, il governo shogunale.
Le reazioni a questa ingerenza straniera non si fecero attendere e, ben presto, nel paese si crearono due partiti contrapposti: uno, di sentimenti xenofobi e conservatori, più vicino alla corte imperiale di Kyoto, che voleva l'espulsione degli stranieri dal Giappone e un rafforzamento del potere imperiale, sentimenti condivisi dallo stesso imperatore Osahito, che in tutto il suo regno non volle mai incontrare uno straniero, al grido di Onora l'imperatore, espelli i barbari; l'altro, più moderato, sosteneva il traballante governo shogunale e voleva avviare una timida apertura alle tendenze occidentali per rendere più saldo il potere dello shōgun e non cedere passivamente alle richieste straniere.
Fu infatti in quest'ottica che l'ultimo shōgun, Tokugawa Yoshinobu, cercò di ammodernare il paese con la creazione di un esercito e una marina moderna, chiamando consiglieri militari europei per istruire gli effettivi nipponici. Proprio in questo periodo, il 30 gennaio 1867, l'imperatore morì di vaiolo, lasciando il titolo imperiale al figlio quindicenne che, come di consuetudine, assunse il titolo onorifico di Meiji, tradotto in "governo illuminato".
La guerra Boshin e la restaurazione Meiji
Il giovanissimo imperatore cercò subito di isolare lo shōgun per rafforzare la sua autorità, alleandosi con le forze ostili ai Tokugawa, costituite dalle truppe dei daimyō dei feudi di Chōshū, Satsuma, Tosa e Hizen. Il risultato di questa alleanza fu, nel novembre 1867, la rinuncia di Yoshinobu allo shogunato e la convocazione di un'assemblea di daimyō per discutere la nuova forma di governo da dare al Giappone. Di questo vuoto istituzionale approfittò l'imperatore che, spalleggiato dai suoi alleati, il 4 gennaio 1868, dopo che il giorno prima le truppe di Chōshū e Satsuma avevano occupato il palazzo imperiale di Kyoto, dichiarò la piena restaurazione dell'autorità imperiale, abolendo formalmente il titolo di shōgun, dietro pressione del suo maggior alleato, Saigō Takamori, samurai di medio rango di Satsuma. Era l'inizio della cosiddetta "restaurazione Meiji", il periodo nel quale l'impero del Sol Levante si sarebbe modernizzato per mettersi alla pari con l'Occidente europeo.
Ma Tokugawa Yoshinobu non si arrese così facilmente. Il 17 gennaio, non riconoscendo l'abolizione della carica shogunale, chiese all'imperatore di rescinderla. Al rifiuto imperiale, decise di raccogliere un esercito a Osaka e di marciare contro Kyoto, dando inizio alla guerra Boshin. L'ex-shōgun, però, venne fermato lungo la strada dagli eserciti congiunti di Chōshū e Satsuma nelle battaglie di Toba e Fushimi, costringendolo a ritirarsi a Edo (poi Tokyo). Saigō Takamori circondò allora la città e la costrinse alla resa in maggio, mentre anche le potenze occidentali riconoscevano il nuovo governo imperiale. Con questo ultimo atto si concluse la guerra civile che aveva insanguinato il paese per un anno, sebbene ci fossero ancora delle resistenze filo-shogunali nelle isole del Giappone settentrionale. Tokugawa Yoshinobu venne dunque messo agli arresti domiciliari e privato di tutti i suoi titoli, beni e proprietà, anche se successivamente fu rimesso in libertà quando ci si accorse che non nutriva più mire politiche.
Il 23 marzo 1868, l'imperatore Meiji ricevette a Edo il diplomatico olandese Dirk de Graeff van Polsbroek e il diplomatico francese Léon Roches come primi inviati europei nella storia giapponese. Questo evento gettò le basi per la moderna diplomazia olandese in Giappone. De Graeff van Polsbroek consigliò quindi l'imperatore e il governo nelle trattative con i rappresentanti delle maggiori potenze europee.
Nel frattempo, l'imperatore aveva pronunciato un giuramento con il quale fissava le linee guida della futura politica nipponica. Venne infatti promessa la creazione di un'assemblea nazionale, l'abbandono delle usanze più retrive e l'adozione di riforme politiche ed economico-sociali prese a prestito dall'esempio straniero. A conferma di questo giuramento, l'imperatore trasferì la sua corte da Kyoto a Edo, che divenne la nuova capitale del Giappone con il nome di Tokyo.
Politiche di rinnovamento e imperialismo estero Nel 1869, i daimyō di Satsuma, Chōshū, Tosa e Hizen rimisero nelle mani dell'imperatore i propri beni e diritti, dando inizio al processo di smantellamento del sistema feudale, che nel 1871, con decreto imperiale, fu definitivamente abolito. Al suo posto, fu creata una nuova amministrazione locale, basata su governatorati, affidati direttamente dall'imperatore ai vecchi signori feudali, ora convertiti in funzionari statali, e prefetture, definite geograficamente. Il decreto stabiliva anche la liberazione delle caste soggette a discriminazione (Eta Hinin), che erano escluse dalla società giapponese, costituita in quattro classi: samurai, agricoltori, artigiani e mercanti.
Per quanto riguarda il campo religioso, nel 1868 venne abolito il buddhismo e lo scintoismo divenne religione di Stato, concedendo però al paese la libertà di religione, in una più ampia riforma religiosa che culminò nella costruzione e consacrazione del santuario Yasukuni del 1869, a commemorazione delle vittime della guerra Boshin.
Subito dopo, gli statisti del periodo Meiji decisero di dare avvio alla formazione di un moderno ed efficiente esercito nazionale, al fine di poter attuare una politica di potenza in campo estero. Nel 1872, infatti, il generale Yamagata Aritomo, artefice del nuovo esercito nipponico, emise un'ordinanza con cui veniva istituito il sistema di coscrizione obbligatoria che, unita a quella che vietava ai samurai di portare la spada, colpiva fortemente i privilegi della casta militare. Anche l'istruzione fu particolarmente curata dal governo imperiale. Nello stesso anno, fu varata una legge sull'istruzione obbligatoria che istituiva il ministero dell'educazione nazionale e suddivideva il paese in otto circoscrizioni scolastiche, ciascuna con un'università, trentadue scuole secondarie e centinaia di istituti primari. Il regime si occupò anche del sistema di informazione nazionale, emanando nel 1875 una legge sulla stampa che imponeva la registrazione di proprietario, direttore e tipografo dei giornali e la firma su tutti gli articoli, senza l'utilizzo di pseudonimi. Inoltre, il direttore era responsabile dei commenti diffamatori, prese in giro o anche critiche verso l'operato governativo. Molti riguardi furono dati ai sistemi di comunicazione, con l'inaugurazione, il 12 giugno 1872, della prima ferrovia nipponica, che collegava Tokyo a Yokohama.
In campo economico il governo centrale incominciò con la modernizzazione dell'agricoltura, grazie all'introduzione delle macchine e dei prodotti provenienti dall'Occidente, e alla rivisitazione dell'imposta sul sistema fondiario con la compilazione di un moderno ed efficiente catasto. Nel 1871, fu emanata una legge finanziaria che sostituiva il complesso sistema monetale dell'epoca Tokugawa con una nuova monetazione su base decimale, basata sullo yen, mentre nel 1873 il governo riformò il sistema fiscale, con la modifica della tassa fondiaria, calcolata sulla quantità di riso prodotta o sul suo equivalente in denaro, introducendo al contempo un'altra tassazione fondiaria basata sull'assegnazione di certificati di proprietà da parte del governo, che consentirono il passaggio alla proprietà privata della terra. Poi, nel 1880, quando lo Stato avviò una politica di deflazione, il ministro delle finanze Masayoshi Matsukata continuò nell'aumento delle proprietà imperiali, imponendo tasse gravose ai piccoli proprietari, mentre i grandi latifondisti chiesero canoni sempre più alti ai loro affittuari. Di conseguenza, circa 368.000 contadini persero la loro terra.
Maggiori energie vennero date alla politica industriale nipponica, in modo da evitare che l'economia nazionale fosse preda di speculazioni da parte degli europei. Per questo, dopo l'abrogazione dei "trattati ineguali" e delle tariffe protezionistiche, fu dato molto peso all'esportazione verso l'estero, mentre nel paese si formò il primo nascente capitalismo, grazie anche alla partecipazione statale nella formazione e nella creazione di nuove industrie e grandi gruppi finanziari, ceduti nel 1881 a investitori privati. Inoltre, per meglio garantire al governo centrale il mantenimento dei prestiti esteri, il ministro Matsukata decise di istituire, nel 1882, la prima Banca centrale del Giappone. Successivamente, si adottò una politica di isolamento economico, con la limitazione dei prestiti stranieri e il pagamento di quelli ricevuti. Questa politica economica, se da un lato favorì la crescita industriale del Paese, dall'altro incrementò la miseria delle classi lavoratrici, che dovevano accontentarsi di bassi salari, nessuna tutela sindacale, violenze nell'assunzione e pessime condizioni di vita. Tutto questo diede inizio ai primi scioperi e manifestazioni sindacali della storia del Giappone, come quella dei minatori di Takashima del 1872, duramente represse.
Un ostacolo serio per la riforme Meiji fu, nel 1877, la rivolta di Saigō Takamori e dei suoi samurai, che segnò il culmine dell'opposizione feudale al potere dell'imperatore. Infatti, la casta dei samurai, delusa dall'operato del governo centrale e irritata dalla perdita dei propri privilegi, persuase il vecchio alleato dell'imperatore a guidare la rivolta, nota come ribellione di Satsuma, repressa entro pochi mesi dall'esercito regolare. Lo stesso Takamori, sconfitto in battaglia nel settembre 1877, si uccise secondo il codice dei samurai, il seppuku.