La grotta di Kebara ( ebraico: מערת כבארה Me'arat Kebbara, arabo: مغارة الكبارة Mugharat al-Kabara) è un sito archeologico israeliano, distante una decina di chilometri da Cesarea.
Descrizione La grotta si trova sul versante occidentale del Monte Carmelo, a circa 60 metri sul livello del mare, non lontano dalla costa mediterranea; si tratta di una grande cavità aperta in calcari del cretaceo, oggi nota soprattutto perché conserva una lunga sequenza di frequentazioni preistoriche che va dal paleolitico medio al paleolitico superiore, fino all’epipaleolitico natufiano e fasi successive. Proprio questa continuità, insieme alla buona conservazione di focolari, resti ossei, industrie litiche e resti vegetali, fa di Kebara uno dei siti di riferimento del Levante per ricostruire sia la vita dei Neanderthal sia i cambiamenti che accompagnarono il passaggio verso le culture successive.
Da un lato, la grotta documenta occupazioni musteriane ripetute e intense, con una chiara organizzazione dello spazio interno e numerosi focolari; dall’altro, ha restituito uno dei più celebri fossili neandertaliani del Levante, Kebara 2, il cui stato di conservazione ha avuto un peso enorme negli studi sulla morfologia del torace, della colonna, del bacino e dell’osso ioide, che lo rende un reperto spesso richiamato anche nelle discussioni sulle capacità vocali dei Neanderthal.
Scavi Il sito è stato scoperto intorno agli anni trenta da Dorothy Garrod e Francis Turville-Petre, uno studioso che collaborava con la British School of Archaeology di Gerusalemme, che riuscirono a riportare alla luce gli strati relativi alla cultura natufiana, e le prime evidenze di uno strato antecedente relativo ad una nuova cultura kebariana .
Nel 1951 Moshe Stekelis e la sua équipe ripresero gli scavi, e nel corso di quindici anni di lavori individuarono gli strati del musteriano, oltre a diversi resti neanderthaliani, tra i quali quelli di un bambino neandertaliano, classificato come Kebara 1.
Il progetto interdisciplinare israelo-francese condotto tra il 1982 e il 1990, ottenne risultati di rilievo, che resero Kebara un sito di riferimento internazionale, chiarendone la stratigrafia e i processi di formazione del deposito, la cronologia e l’organizzazione dello spazio interno della grotta, oltre al ritrovamento dello scheletro di Kebara 2.
Stratigrafia La stratificazione della grotta mostra una lunga serie di depositi formatisi in momenti diversi. Nella parte più bassa prevalgono accumuli naturali, con tracce umane molto scarse o assenti; più in alto compaiono invece strati sempre più ricchi di cenere, focolari, strumenti di pietra, ossa di animali e altri resti lasciati dalle attività quotidiane, segno di una presenza umana ripetuta e intensa. A un certo punto la situazione cambia, perché il deposito viene in parte alterato da crolli della volta e della parete rocciosa, dallo scivolamento dei sedimenti verso l’interno della cavità e dall’arrivo di terra dall’esterno, così che gli strati superiori risultano meno regolari e più disturbati.
Nel complesso, la sequenza mostra prima una lunga fase di frequentazione da parte dei gruppi neandertaliani, particolarmente intensa in alcuni livelli centrali, poi una fase di occupazioni più brevi e discontinue, e infine livelli più recenti appartenenti a epoche successive della preistoria.
Ritrovamenti
Reperti umani Kebara 2 è forse il più rilevante reperto umano del sito, risalente a circa anni fa e ritrovato privo del cranio, della gamba e del piede destro; per un'ipotesi il cranio è stato tolto volontariamente qualche mese dopo la morte, forse per motivi religiosiOfer Bar-Yosef e Bernard Vandermeersch, Uomini di tipo moderno nel Vicino Oriente, "Le Scienze (Scientific American)", num.298, giugno 1993, pag.72-78. Le analisi indicano che le ossa appartenevano ad un uomo piuttosto robusto, alto 170 cm e con un'età compresa tra 25 e 35 anni; le sue dimensioni sono coerenti con quelle di alcuni individui neandertaliani ritrovati nella grotta di Shanidar in Iraq.
Interessante ai fini dello studio sui Neanderthal è la mandibola che, assieme alla presenza dell'osso ioide, il primo reperto di questo tipo ritrovato in un uomo di questa specie, ha permesso di dedurre che l'apparato vocale seppur primitivo era in grado di produrre una serie piuttosto articolata di suoni; studi biomeccanici successivi al ritrovamento hanno confermato che l'osso ioide è molto vicino, per morfologia e comportamento meccanico, agli ioidi umani moderni, senza però poter dimostrare l’esistenza di un linguaggio pienamente moderno.
Il sito ha restituito almeno due scheletri neandertaliani parziali, tra cui un individuo infantile, oltre ad altri resti isolati. Per la fase natufiana, gli scavi hanno restituito anche numerose sepolture umane, datati tra 12 000 e 11 000 anni fa, per un totale di 48 individui.
Reperti litici Altre caratteristiche rilevanti del ritrovamento sono la localizzazione di una zona specifica per il deposito degli scarti e la presenza di residui di focolari al centro della grotta, che dimostrano l'utilizzo non occasionale della grotta. Nelle occupazioni musteriane prevale una produzione Levallois, tipica del paleolitico medio levantino; nelle fasi finali del paleolitico medio è documentano l’apparizione di industrie ahmariane tra circa 48,5 e 46,5 mila anni dal presente, considerate tra le più antiche del Levante, e poi di industrie aurignaziane. Per il natufiano, invece, la grotta ha restituito un ricco insieme di manufatti, fra cui lame da falcetto, industria ossea e numerosi oggetti d’ornamento, segno di attività molto più varie rispetto alle sole pratiche di caccia e macellazione.
Reperti faunistici I resti animali mostrano che Kebara fu un luogo importante per la lavorazione e il consumo delle prede. Le analisi archeozoologiche indicano che, nelle varie fasi paleolitiche, gli occupanti della grotta cacciavano soprattutto daino persiano e gazzella, ma anche cinghiale selvatico e uro, oltre a raccogliere tartarughe; vi sono inoltre tracce sporadiche della presenza di iene, non come occupanti principali del sito ma come frequentatrici occasionali.
Reperti vegetali Le analisi mostrano che il legno era il combustibile principale dei focolari, con una forte presenza di quercia del Tabor e quercia comune; questi dati aiutano a ricostruire sia l’ambiente circostante sia le scelte pratiche degli abitanti della grotta. Interessante è il recupero di semi e altri resti vegetali carbonizzati nei livelli musteriani, che indicano una raccolta intenzionale soprattutto di legumi, ma anche di ghiande e pistacchi: l'ipotesi è che non si sia trattato di residui casuali, bensì di una componente vera e propria dell’alimentazione e dell’economia di sussistenza.
Note
Bibliografia .
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Voci correlate Cultura kebariana Cultura natufiana Siti neanderthaliani Uomo di Neanderthal
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