In questa pagina è riportata la trama dell'Iliade.

Libro primo

Durante il decimo anno della guerra di Troia Crise, sacerdote del dio Apollo, si reca da Agamennone per farsi riconsegnare la figlia Criseide, che il potente re acheo teneva con sé come schiava. Il sovrano greco lo maltratta e ingiuriandolo rifiuta la sua offerta, ordinandogli poi di andarsene e di non farsi mai più vedere presso il suo campo e le sue navi. Disperato, il sacerdote scongiura Apollo di punire gli Achei a causa del grave affronto che ha subito dall'arrogante Agamennone. Il dio, infuriatosi, discende in fretta dall'Olimpo e comincia a colpire gli uomini presso le navi achee con l'infallibile mira del suo arco d'argento e dei suoi dardi avvelenati, gettando una pestilenza su tutto l'accampamento dei Danai e provocando così una moria di eroi. Dopo dieci giorni, Achille indice un'assemblea di tutti gli Achei per discutere dell'emergenza ed esorta l'indovino Calcante a rivelare quali siano le cause della pestilenza. L'indovino spiega allora che il motivo per il quale la peste è scoppiata va ricercato nell'ira di Apollo, dovuta al maltrattamento subito dal suo sacerdote da parte di Agamennone. Quest'ultimo, sentendosi accusato, inveisce contro Calcante, accusandolo di vaticinare solo cose funeste. Achille interviene e, dopo un breve scambio di parole tra i due, nasce subito un attrito e comincia un vero e proprio litigio. Alla fine, dopo molti insulti e ingiuriose parole, l'Atride Agamennone acconsente a lasciare andare Criseide, ma per non restare senza una donna come dono e per non essere quindi privato del riconoscimento del suo eroismo, dato che l'ancella era il premio ottenuto dopo la conquista di una città, decide di prendere quella del Pelide Achille, Briseide. Achille, offeso nel suo orgoglio, sta per estrarre la spada e uccidere Agamennone, quando Atena, inviata da Era, che ha a cuore tutti e due gli eroi, lo afferra per i capelli, dicendogli che un giorno molto vicino per fare ammenda a quella grave offesa gli avrebbero offerto doni tre volte superiori al maltolto. Achille, seppur a malincuore, ascolta la dea e, rinfoderata la spada, offende pesantemente Agamennone, annunciando anche che non avrebbe combattuto più al suo fianco finché non gli avesse riparato quel torto. Allora si sarebbe presto pentito, quando Ettore avrebbe fatto strage di Achei e lui sarebbe stato costretto ad assistervi, debole e impotente, lacerato nel cuore dal dolore. Dopo un intervento di Nestore, che cerca inutilmente di far riappacificare i due, la seduta è sciolta e Agamennone dà ordine che Odisseo, alla guida di un'ambasceria, riporti Criseide dal padre, mentre ordina a due dei suoi araldi di prelevare Briseide dalla tenda del Pelide e di portarla nella sua. I due, seppur a malincuore, obbediscono e Achille, vedendo che la sua donna viene condotta via a forza, scoppia a piangere e invoca la madre Teti, che accorre dalle profondità degli abissi del mare dove dimora per consolare il figlio, che le fa un breve sunto della vicenda, chiedendole poi di rivolgersi a Zeus perché questi metta in risalto il suo valore. La madre si duole delle pene del figlio e gli promette che quando gli dèi fossero tornati all'Olimpo (in quel momento erano andati per pranzo tra gli Etiopi verso l'Oceano), sarebbe andata direttamente da Zeus per esaudire la sua preghiera. Intanto parte la spedizione di Odisseo presso Ilio, volta a riportare a Crise sua figlia. Dopo molti sacrifici per deliziare e placare il dio Apollo, banchetteranno fino a sera con le carni dei sacrifici e Crise, rasserenato nell'animo dal ritorno della figlia, promette che pregherà il dio di arrestare la strage dei Danai. Nel frattempo, dopo dodici giorni, gli dèi tornano finalmente all'Olimpo e Teti, memore della promessa fatta al figlio, sale fino al signore dei numi e dei mortali e, cingendogli le ginocchia, lo prega di dare la vittoria ai Troiani fino a quando gli Achei non avessero fatto ammenda al torto subito da suo figlio e non gli avessero reso il giusto onore. Il dio della folgore, seppur a malincuore, acconsente, ma sua moglie Era, che ha cara la sorte degli Achei, ha visto tutto e chiede irata al marito quali piani abbia mai ordito con Teti alle sue spalle. Il dio, tuttavia, la mette a tacere con brusche parole. Il banchetto pare prendere una piega infelice, ma interviene Efesto, che riporta la pace fra gli dèi, provocando l'ilarità di tutti per via della sua andatura zoppicante.

Libro secondo Per esaudire la preghiera di Teti, Zeus invia ad Agamennone un sogno ingannatore, che lo induce ad attaccare i Troiani, cosicché, nel colmo della battaglia, i Greci avvertano la mancanza di Achille e rimpiangano di averlo offeso. Convocata l'assemblea dei capi, l'Atride narra il sogno ed espone i suoi propositi, rivelando inoltre l'intenzione di annunciare all'esercito, prima del combattimento, di volersi ritirare, per saggiarne lo spirito. A questa notizia tutti gli Achei esultano e sarebbero già pronti a tornare alle proprie case, se non fosse intervenuta Era che spinge Atena a trattenerli. La dea si rivolge a Odisseo che, riluttante a rinunciare alla guerra, accoglie il suo invito, cercando di persuadere i Greci a non interrompere l'assedio. Viene dunque nuovamente convocata l'assemblea, nella quale solo Tersite, storpio e di animo spregevole, contesta la decisione di continuare la guerra, ma Odisseo lo percuote con lo scettro, costringendolo a tacere. In seguito Odisseo e Nestore esortano gli Achei a prepararsi alla battaglia, ricordando i felici presagi che avevano accompagnato l'inizio della spedizione. Nestore, dopo i sacrifici rituali, invita Agamennone a schierare l'esercito. Iris, messaggera divina, si reca, sotto le spoglie di Polite, all'assemblea dei Troiani per informare Ettore dei preparativi nemici ed esortarlo al contrattacco. Il libro si chiude con un lungo e preciso elenco dei combattenti greci, della loro provenienza e dei loro comandanti (Catalogo delle navi), quindi delle forze troiane e dei loro alleati (Catalogo Troiano).

Libro terzo Durante uno scontro tra Troiani e Achei, Paride si fa avanti tra la folla per combattere Menelao. Il principe di Troia indossa una pelle di pantera ed è armato di arco. Ma alla vista di Menelao, Paride fugge pauroso. Ettore lo vede e lo rimprovera con dure parole. Paride, prendendo coscienza della propria viltà, propone di porvi rimedio con un duello in cui lui e Menelao si sarebbero sfidati per il possesso di Elena (che era stata rapita da Paride sotto l’incantesimo di Afrodite) e delle sue ricchezze e da cui sarebbe dipeso l'esito della guerra. Ettore ne è entusiasta e, dopo aver preso accordi con gli Achei e dopo aver fatto molti sacrifici, i due contendenti si ritrovano a duellare. Nel frattempo, dall'alto delle Porte Scee, Elena indica a Priamo alcuni tra i comandanti dei greci (la cosiddetta teichoskopía). Nello svolgimento del duello, intanto, sembra quasi che sia Menelao ad avere la meglio, ma proprio quando sta per uccidere il suo avversario, dall'Olimpo discende Afrodite che salva Paride nascondendolo in un'improvvisa nebbia e portandolo in salvo a Troia, dove riceverà anche il biasimo di Elena. Nel frattempo Menelao è furente, ma si arrabbia invano: alla fine Agamennone lo proclama vincitore del duello e afferma a gran voce che la guerra deve finire.

Libro quarto Gli dei sono radunati attorno a Zeus che vorrebbe salvare Troia, ma Era si oppone e vuole che i Troiani rompano i patti: Era allora invia Atena tra i Teucri; ella, dopo aver preso le sembianze di Laòdokos (figlio di Antenore) invita Pandaro a scagliare una freccia contro Menelao. Il dardo ferisce il re acheo, che viene curato dal chirurgo Macaone con i rimedi che ha appreso da Chirone, cosicché la battaglia si rianima. Segue l'epipòlesis di Agamennone che passa in rassegna i soldati, incoraggiandoli e biasimandoli a seconda dei casi. Cadono le prime vittime, soprattutto tra i troiani e i loro alleati; il gigantesco Echepolo, il valoroso giovinetto Simoesio e il capo tracio Piroo.

Libro quinto Prosegue l'avanzata degli Achei, che fanno ora strage di nemici in fuga, tra cui Odio, capo degli Alizoni, Fereclo, l'architetto che aveva costruito la nave con cui Paride si era recato a Sparta per rapire Elena, e il giovane sacerdote Ipsenore. Pandaro, principe di Zelea, ferisce Diomede con una freccia, ma questi, aiutato da Atena, riesce ad ammazzare l'alleato dei troiani; sta per uccidere anche Enea, che proteggeva il cadavere di Pandaro, quando interviene Afrodite che salva il figlio e viene a sua volta ferita al polso da Diomede, facendo così cadere Enea. Ares corre in aiuto di Afrodite che fugge col suo carro sull'Olimpo. Il corpo di Enea è protetto da Apollo: il dio crea un simulacro dell'eroe troiano per distogliere gli Achei che lentamente verranno respinti dall'intervento di Ares. Intanto i Troiani, guidati da Ares, stanno avendo la meglio; Ettore addirittura si scaglia sui nemici e compie una strage inarrestabile, finché Diomede, sempre con l'aiuto di Atena, si scontra con Ares e lo ferisce al ventre: lo stesso Dio esce dalla battaglia e così fanno anche Era e Atena schierate nell'opposto esercito. Ares sull'Olimpo verrà curato dal medico degli dei, Peone (lo stesso dio a cui vengono intonati i peana e che in seguito sarà identificato con Apollo).

Libro sesto Le sorti della battaglia volgono ora decisamente a favore dei Greci, pertanto l'indovino Eleno consiglia ad Ettore, suo fratello, di tornare in città per invitare la madre Ecuba e le matrone ad offrire i loro pepli ad Atena per placare l'ira della glaucopide. Intanto si scontrano in battaglia Glauco e Diomede, ma venuti a conoscenza delle rispettive stirpi e del rapporto di ospitalità che lega i loro antenati, evitano di combattere l'uno contro l'altro e si scambiano doni. Nel racconto di Glauco sulla sua stirpe, rientra la digressione su Bellerofonte e la Chimera. Ettore si reca prima dalla madre Ecuba, che raccoglie le anziane al tempio e insieme invocano Atena, ma questa non risponde. L'eroe si reca allora da Paride e lo rimprovera duramente per la sua assenza dalla battaglia. Il fratello, che sta lucidando le armi, gli comunica di essere sul punto di tornare in campo. Dopo aver rifiutato l'invito della cognata Elena a trattenersi più a lungo, Ettore si reca dalla moglie Andromaca. Non trovandola in casa, viene a sapere dalle ancelle che la donna è andata assieme al piccolo Astianatte, portato da una nutrice, alle porte Scee, ansiosa per la sorte del marito. Segue un dialogo straziante fra marito e moglie, in cui si parla del triste passato di Andromaca (rimasta senza famiglia a causa di Achille) e del suo destino come schiava, qualora il marito morisse. Ella lo invita a spostare le truppe sulla collina del caprifico, luogo in cui si trovavano le mura troiane più deboli, per non mettere a repentaglio la sua vita e il destino dei suoi cari, ma Ettore, pur consapevole del destino che li attende, non vuole apparire vile agli occhi dei concittadini e, dopo aver abbracciato il bambino, si congeda da lei.

Libro settimo