Riprese lo stile lineare del suo maestro Sandro Botticelli, ma lo usò per creare opere in cui risaltasse il carattere irreale della scena con figure allungate e scene ricche di dettagli fantasiosi. Dopo un viaggio a Roma compiuto tra il 1488 e il 1492, dove studiò sia i monumenti antichi sia gli affreschi di Melozzo da Forlì e di Pinturicchio, riportò a Firenze il gusto per la decorazione a grottesche, che nei suoi dipinti divenne decorazione "animata", misteriosa, fantastica e inquietante, legandosi al clima di crisi politica e culturale della Firenze di Girolamo Savonarola.

La pittura di Filippino è tra le più rappresentative dell'evoluzione a Firenze avvenuta alla fine del XV secolo: dall'età dell'equilibrio e della purezza lineare l'arte venne traghettata all'esasperazione espressiva e alle tensioni appassionate, che sfociarono poi nel manierismoZuffi, cit., pag. 304.. Fu uno dei primi pittori in assoluto a usare, sebbene relegata a dettagli secondari, una pennellata visibile e pastosa, "impressionistica". Il suo esempio venne ripreso e sviluppato da alcuni artisti fiorentini come Rosso Fiorentino, ed è possibile tracciare una linea ideale che lega lo sviluppo di questa tecnica, attraverso Parmigianino, il tardo Tiziano, Rubens, Rembrandt, Fragonard, fino ad arrivare agli impressionisti.

Vita e opere Origini Le origini di Filippino Lippi sono alquanto singolari, figlio del frate carmelitano Filippo Lippi e della monaca Lucrezia Buti. Come racconta il Vasari i due si erano conosciuti a Prato quando Lippi padre, occupato negli affreschi del Duomo, era diventato cappellano nel monastero di Lucrezia. Un giorno chiese alla madre badessa di poter ritrarre la giovane monaca in una pala della Madonna col Bambino e, ottenuto il permesso dopo qualche esitazione, dovette scoccare tra i due una scintilla, tanto che in occasione della processione della Sacra Cintola Filippo rapì la modella, con grande scandalo. Filippino nacque nel 1457, prima che i due si sposassero. Per riparare al fattaccio Cosimo de' Medici intercesse presso papa Pio II perché i due ottenessero una dispensa per potersi sposare. Anche se il matrimonio non avvenne - poiché, come riporta il Vasari, Filippo padre preferiva fare "di sé e dell'appetito suo" come gli pareva - i due convissero in una casa in piazza del Duomo, raccogliendo la grande tolleranza delle autorità religiose che, pur avendo tolto a Filippo l'incarico di cappellano, gli confermarono l'incarico per gli affreschi del Duomo, al quale l'artista lavorò fino al 1464Cosmo, cit., pag. 5..

Proprio in quel cantiere il giovanissimo Filippino stette a contatto con la cerchia di pittori aiutanti del padre e conobbe il giovane Sandro Botticelli, più grande di dodici anni. Filippo ricevette altri incarichi a Prato fino al 1467.

Quell'anno fu chiamato a Spoleto dove si recò col figlio Filippino, che in quell'occasione iniziò a lavorare come garzone di bottega nel cantiere del Duomo. Nella città umbra Filippo morì pochi anni dopo, nel 1469, lasciando il figlio allora dodicenne nelle mani del suo primo aiutante Fra Diamante, che capeggiò il gruppo di allievi ed aiutanti fino alla conclusione degli affreschi con le Storie della VergineCosmo, cit., pag. 6..

Per un certo periodo Filippino restò a bottega di Fra' Diamante, ma la sua scarsa personalità artistica incise poco sulla formazione del giovane.

Nella bottega di Botticelli

Nel 1472, a quattordici/quindici anni, entrò dunque nella bottega fiorentina di una personalità di tutt'altro rilievo, Sandro Botticelli, colui che, come scrive anche Vasari, aveva primeggiato tra gli allievi di suo padre Filippo, comprendendone e assimilandone lo stile più di ogni altro. In quello stesso anno Sandro iscrisse Filippino alla Compagnia di San Luca, della quale faceva egli stesso parte e il giovanissimo pittore dipinse lAnnunciazione, oggi conservata alla Galleria dell'Accademia.

Le primissime opere di Filippino sono di stretta osservanza botticelliana, tanto che il grande storico dell'arte Bernard Berenson, quando nelle attribuzioni non compariva ancora il nome di Filippino, era solito riferirsi all'autore di tali lavori come all'anonimo "Amico di Sandro". A questo gruppo, databile tra il 1475 e il 1480 circa, appartengono le Madonne di Berlino, Londra e Washington, i Tre arcangeli e Tobiolo della Galleria Sabauda di Torino, la Madonna del Mare della Galleria dell'Accademia (forse di Sandro Botticelli) e i cassoni con le Storie di Ester, Storie di Lucrezia e Storie di Virginia (1480). Questi lavori sono caratterizzati da una dolcezza inquieta, con ritmi sinuosi e un disegno sempre molto controllato. Nel 1473 è documentata una perduta pala per una chiesa di Pistoia e la Deposizione del museo di Cherbourg.

Vasari attribuì a Filippino l'idea di abbellire le figure, soprattutto femminili, con "vesti all'antica", intendendo le vaporose vesti di seta svolazzante di alcuni suoi dipinti che si ritrovano anche in opere di Botticelli, di Ghirlandaio e altri. In realtà tale primato in pittura spetta al Tondo Bartolini (1465 circa) di suo padre Filippo, a sua volta forse ispirato da sculture come il San Giorgio libera la principessa di Donatello (1416-1417)Cosmo, cit., pag. 7..

Roma Nel 1481 pare che Filippino fosse a Roma con Sandro per aiutarlo negli affreschi nella cappella Sistina. La sua presenza non è comprovata da documenti certi, ma ne fa menzione Francesco Albertini nella sua Mirabilia Urbis (una guida delle bellezze di Roma) del 1510. Inoltre alcuni brani degli affreschi botticelliani appaiono in opere successive di Filippino, come, per esempio, la forma dei turiboli della Punizione dei ribelli che ricompare nellAssunzione della cappella Carafa: un dettaglio difficilmente visibile da terra e che presuppone una veduta dai ponteggiCosmo, cit., pag. 13..

In ogni caso Botticelli fece ritorno a Firenze nei primi mesi del 1482 e con lui, probabilmente, Filippino.

La Villa di Spedaletto Nel 1483 partecipò al più ambizioso programma decorativo avviato da Lorenzo il Magnifico, la decorazione della villa di Spedaletto, presso Volterra, dove vennero radunati i migliori artisti sulla scena fiorentina dell'epoca: Pietro Perugino, Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio e Filippino. Le scene, che avevano un carattere squisitamente mitologico, come è noto, andarono completamente perdute.

Il completamento della Cappella Brancacci

Agli inizi degli anni ottanta Filippino iniziò a ricevere commissioni importanti e il suo stile maturò velocemente verso forme più personali. Dal 1482 dipinse due tondi dell'Annunciazione per San Gimignano, seguiti l'anno dopo dalla Pala Magrini, e in pannelli per San Ponziano a Lucca (questi ultimi oggi alla Norton Simon Art Foundation di Pasadena).

Il 31 dicembre 1482 l'artista venne nominato nella commissione per affrescare una parete nella Sala dell'Udienza a Palazzo Vecchio, opera non eseguita, ma che testimonia come iniziasse a farsi un nome ricevendo commissioni ufficiali.

Nello stesso periodo gli venne commissionata la conclusione del ciclo della Cappella Brancacci. Qui, entro il 1485, completò le Storie di san Pietro di Masaccio con gli episodi: Disputa di Simon Mago e crocifissione di san Pietro, Resurrezione del figlio di Teofilo, San Pietro in carcere visitato da san Paolo, Liberazione di san Pietro dal carcereCosmo, cit., pag. 8..

Filippino venne probabilmente scelto per la fedeltà stilistica a suo padre, primo allievo di Masaccio, impegnandosi a completare la fascia inferiore di affreschi, in parte lasciata a metà da Masaccio (o forse parzialmente distrutta per la presenza di ritratti di personaggi "scomodi") e in parte da rifare ex novo. Filippino si sforzò di adattarsi allo stile dell'illustre predecessore (che vi aveva lavorato fino al 1427 circa), accordando la gamma cromatica, semplificando al massimo le figure e mantenendo un rigore più stretto possibile. Se in alcuni brani la mimesi può dirsi perfettamente compiuta (come nel paesaggio della Resurrezione del figlio di Teofilo, incertamente attribuito all'uno o all'altro), nel modo di rappresentare i personaggi invece si può misurare la distanza della raffinata arte dell'epoca di Lorenzo il Magnifico rispetto all'austerità e la mancanza d'ornamento di Masaccio. Nonostante ciò la visione globale risulta armonica, con le differenze percepibili solo a un esame attentoMario Carniani, La Cappella Brancacci a Santa Maria del Carmine, in AA.VV., Cappelle del Rinascimento a Firenze, Editrice Giusti, Firenze 1998..

La datazione degli affreschi della Cappella Brancacci è problematica e si basa solo su elementi indiziali. In ogni caso dovette essere completa non più tardi del 1487.

La Pala degli Otto e l'Apparizione della Vergine a san Bernardo

Nel 1486 datò, al 20 febbraio, la cosiddetta Pala degli Otto, una grande tavola devozionale per la sala degli Otto di Pratica di Palazzo Vecchio, dove si colgono influssi di Leonardo da Vinci soprattutto nella fisionomia della Madonna. Lo stesso anno veniva completata anche lApparizione della Vergine a san Bernardo per il convento delle Campora, fuori da Porta Romana, oggi conservata alla Badia Fiorentina. In questa opera la composizione ha un carattere irreale che risulta sia dai moduli allungati delle figure, sia dalla scenario di rocce e tronchi fantasmagorici e quasi antropomorfi.

Il 21 aprile 1487 gli venne commissionata da Filippo Strozzi la decorazione della cappella di famiglia in Santa Maria Novella con Storie di San Giovanni Evangelista e di San Filippo, lavoro che venne presto interrotto per la sua partenza a Roma.

All'inizio del 1488 fece due perduti dipinti da inviare a Mattia Corvino, re d'Ungheria.

Spoleto Chiamato a Roma, Filippino si fermò durante il viaggio a Spoleto, per richiedere le spoglie del padre su incarico del Magnifico, che aveva in progetto un ciclo di monumenti funebri dei più grandi artisti toscani da collocare nel Duomo di Firenze. I canonici di Spoleto però si opposero, argomentando che la loro "giovane" cattedrale non conteneva ancora tombe illustri, mentre a Firenze erano sepolti tanti grandi maestri. Alla fine Lorenzo desistette, affidando a Filippino il disegno di un monumento per il Lippi padre, che venne poi eseguito da altri artisti.

La Cappella Carafa a Roma

Il 27 agosto 1488 Filippino è documentato a Roma dove, su raccomandazione di Lorenzo de' Medici, aveva ricevuto l'incarico dal cardinale Oliviero Carafa di affrescare la sua cappella di famiglia in Santa Maria sopra Minerva; in questi affreschi, anteposti per la loro importanza alla commissione fiorentina dello Strozzi, Filippino rivelò una costante e varia ripresa dell'antico.

Filippino si ritrovò nel pieno del revival classicista legato alla prima epoca d'oro delle scoperte archeologiche romane. In questo contesto elaborò uno stile unico, caratterizzato dall'estro e da una visione anticlassica, dove l'immagine è frammentata in un eclettico insieme di citazioni e rimandi alla scultura e alla decorazione dell'Antichità, accumulati con una fantasia illimitata, talvolta depistante.

Nel 1489 visitò forse anche Venezia, come scritto sul contratto per la cappella di Filippo Strozzi.

La Cappella di Filippo Strozzi

Tornato da Roma Filippino nel 1491 partecipò a un concorso per la facciata del Duomo di Firenze. Riprese il ciclo in Santa Maria Novella per la cappella di Filippo Strozzi, appena avviato prima della sua partenza, completandolo nel 1502. Dopo la morte del committente, fra il giugno e il luglio 1503, vennero installate le vetrate della cappella, su disegno di Filippino stesso, con la Madonna col Bambino, due angeli e i Santi Filippo e Giovanni.