Giovanni Beatrice, in maniera analoga allo zio Giovan Francesco Beatrice detto Lima, può essere a ragione considerato una figura emblematica di quel mondo del banditismo che nel corso dell’età moderna si rintraccia in molti paesi dell’area Mediterranea . La forte azione repressiva condotta contro di lui contribuì in un certo senso a dilatare la sua immagine di fuorilegge, che già nel corso della sua vita crebbe in misura tale da entrare nella dimensione del mito. Un mito che incontrò nella popolazione più umile della riva occidentale del Garda un punto di riferimento costante; ma che diede pure luogo ad una narrazione contraddistinta da una retorica fortemente negativa veicolata dalle numerose sentenze pronunciate contro di lui. Sentenze che vennero acriticamente riprese nel corso degli ultimi due secoli da una letteratura che erroneamente tendeva a equiparare la persona esclusa dalla comunità a seguito della pena del bando alla più nota figura del brigante ottocentesco.
Fu uno dei più noti e temuti banditi della Serenissima ritenuto a torto responsabile, con la sua banda, tra il 1602 e il 1617 di circa 200 omicidi. Così infatti appare dalla testimonianza del bandito e sicario Alessandro Remer di Malcesine, il quale fu assoldato nel 1609 da un gruppo di mercanti di Desenzano del Garda per sterminare la cosiddetta banda degli Zannoni.Archivio di stato di Venezia, Consiglio dei dieci, Comuni, filza 272, 7 sett. 16017 Dalle ventidue sentenze di bando pronunciate dalle magistrature veneziane contro il Beatrice, dal 1605 al 1616, si può invece evincere come gli omicidi a lui sicuramente attribuiti non raggiungessero la decina e tutti commessi negli anni 1605-1609 soprattutto nei confronti di coloro che si erano resi autori dell'uccisione del padre.Archivio di stato di Venezia, Consiglio dei dieci, Comuni, filza 313, 20 ottobre 1617. È questa l'immagine che traspare dalle fonti giudiziarie che testimoniano sia le numerose sentenze inflitte contro di lui, che l'attività degli spietati cacciatori di taglie protesi a conseguire premi e benefici offerti dalla Repubblica di Venezia in cambio della sua uccisione. In realtà, un esame più accurato delle stesse fonti permette di delineare la figura di un uomo che divenne fuorilegge per difendere il suo onore e quello della propria famiglia. Una figura di bandito che divenne ben presto leggendaria anche per la consapevolezza che, negli anni stessi della sua vita, la popolazione più umile dei centri del Garda ebbe dei soprusi e delle ingiustizie che vennero commesse nei suoi confronti.Povolo, Zanzanù. Il bandito del lago…, pp. 69-71. Le vicende della vita di questo uomo e l'estrema complessità delle relazioni sociali entro cui si svolsero si costituiscono emblematicamente come la rappresentazione significativa delle trasformazioni che investirono in tutta Europa la pena del bando, determinando il passaggio della figura del bandito tradizionale e delle dinamiche conflittuali che la animavano, in quella del fuorilegge considerato pericoloso nemico della tranquillità sociale.
Biografia
La famiglia Beatrice
La famiglia proveniva da Valle dei Laghi nel Trentino, in prossimità di Castel Madruzzo, ma già dalla fine del Quattrocento è stabilmente insediata a Gargnano, sulla riva occidentale del lago di Garda, dove Giovanni nacque nel 1576 da Giovan Maria e Anastasia Manin. Il suo ramo venne chiamato con il soprannome di Zanon, distinguendosi da quello dello zio Giovan Francesco (nato nel 1556), soprannominato Lima. Nel 1598 si unì in matrimonio con Caterina Pullo di Fornico da cui ebbe molti figli, alcuni dei quali nati dopo la sua latitanza. La famiglia era dedita alla mercatura, ma di certo, non a diversità di buona parte della popolazione della riva occidentale del lago di Garda, praticava pure la fiorente attività del contrabbando di grani, che dal mercato di Desenzano transitava verso il territorio arciducale. Da un’approfondita inchiesta, avviata dal Provveditore della Riviera nel 1598 per reprimere una vasta attività di contrabbando condotta nei principali centri del lago, la famiglia Beatrice risulta possedere un fondaco a Riva e una bottega di chiodi e di granaglie a Gargnano. Giovanni, più degli stessi suoi parenti, è accusato in particolare di utilizzare il fondaco di famiglia per vendere il grano acquistato sul grande mercato granario.
Il primo bando La biografia di Giovanni si arricchisce a partire dal 1602, quando, di seguito ad un aspro conflitto che si era acceso tra le famiglie Beatrice e Sette di Maderno egli è colpito da numerose sentenze di bando ed è costretto ad allontanarsi da Gargnano insieme allo zio Giovan Francesco. L’antagonismo tra le due famiglie era in realtà inizialmente sorto di seguito alle azioni violente di Giacomo Sette detto il Chierico, figlio di Riccobon di Vigole di Monte Maderno, che ambiva a mantenere la continuità del beneficio della cura arcipretale di Maderno, ottenuta nei decenni precedenti dalla parentela dei Sette, ma infine assegnata alla famiglia rivale Pullo del vicino villaggio di Fornico. Già bandito in precedenza, nell’ottobre del 1600 Giacomo Sette uccise in un agguato il chierico Ambrogio Pullo, il giovane fratello dell’arciprete di Maderno. Il conflitto si estese anche a Gargnano in quanto Giovanni, venne direttamente colpito dalla morte di Ambrogio Pullo, fratello della moglie Caterina. Le tensioni latenti si manifestarono visibilmente il 24 marzo 1602, in occasione della rassegna delle cernide (milizie popolari) che si teneva a Bogliaco e nella quale erano stati radunati gli uomini adulti dei villaggi che facevano capo tra l’altro alle quadre di Gargnano e di Maderno. Giovanni Beatrice e Francesco Sette, fratello del Chierico, si trovarono così l’uno di fronte all’altro e ne nacque un alterco che dalle parole passò rapidamente ai fatti. Giovanni ferì il rivale e riuscì a salvarsi dagli uomini che lo inseguivano grazie all’intervento dello zio Giovan Francesco che, dopo aver colpito a morte un compagno del Sette, costrinse gli inseguitori ad arretrare. Di seguito a tale episodio Giovanni Beatrice e lo zio Giovan Francesco Lima vennero perpetuamente banditi da tutti i territori della Repubblica.
L’omicidio del padre I due si rifugiarono a Riva, dove Giovan Francesco possedeva una casa. Se fossero rientrati nei territori loro interdetti avrebbero potuto essere impunemente uccisi come prevedevano le leggi dell’epoca. Essi avrebbero potuto liberarsi dal bando solo dopo un certo periodo di tempo e previa la pace ottenuta dagli avversari. Un esito, comunque, non improbabile, che li avrebbe ben presto restituiti alla natia Gargnano. Ma gli anni seguenti furono contrassegnati dal clima violento innescato da Giacomo Sette, colpito da diverse sentenze di bando per i numerosi omicidi commessi nei confronti di membri delle famiglie rivali. A causa della protezione ed aiuto accordati al figlio Giacomo, Riccobon Sette finì in carcere a Salò, mentre l’altro figlio Francesco venne a sua volta colpito da un bando che lo costringeva ad allontanarsi da tutti i territori della Repubblica. La situazione precipitò agli inizi della primavera del 1603, quando Giacomo Sette venne ucciso in un agguato ad Armo, in territorio arciducale, da uno dei suoi numerosi nemici, Eliseo Baruffaldo originario di Turano della Val Vestino, la cui famiglia era stata gravemente colpita dalle sue azioni violente. La pace tra le due famiglie antagoniste Sette e Beatrice venne comunque raggiunta nell’agosto del 1603 grazie all’intervento di fra Tiziano Degli Antoni superiore del convento di San Francesco di Gargnano. In realtà il clima di violenza che si era diffuso nel territorio dell’Alto Garda e la morte di Francesco l’altro figlio di Riccobon Sette, impedirono che l’accordo venisse rispettato.
Riccobon Sette e il cognato Bernardino Bardelli, arciprete di Gargnano, meditavano la vendetta, che venne raggiunta il 4 maggio 1605 con l’uccisione di Giovan Maria Beatrice, padre di Giovanni, ucciso da un gruppo di uomini armati mentre passeggiava sotto la loggia comunale di Gargnano.
Così, in una sua memoria stesa quasi sul finire della sua vita, Giovanni Beatrice ricorda questi momenti:
“Il padre di me Giovanni Zannoni della Riviera di Salò, qual faceva ostaria in quella terra, passo ordinario di Alemagna per quelli che discendono per il lago, e dalla quale traheva il vitto di tutta la sua povera famiglia, mentre egli viveva quieto, fondato una solenne pace con giuramento firmata, sopra il sacramento dell'altare, fu empiamente trucidato da alcun della Riviera. Per questa sì inhumana e barbara attione, dubitando io Giovanni sudetto di non esser sicuro dalla fellonia d'huomini sì crudeli, indotto dalla disperatione, risolsi di vendicare sì grave offesa e d'assicurare la propria vita, presa la via dell'armi, vendicai con morti d'inimici la perdita del padre et la privatione del modo di sostener la famiglia mia; per le quali operationi restai bandito e continuandosi da nostri inimici le persecutioni, anch'io rispondendo con nuove vendette, tirando uno dietro all'altro, hebbi gran numero di bandi”Archivio di stato di Venezia, Capi del Consiglio dei dieci, Lettere dei rettori, busta 60, giugno 1616
La vendetta L'omicido di Giovan Maria Beatrice ad opera di sicari inviati dall'arciprete di Gargnano spinse il conflitto ad esiti estremi.Archivio di stato di Venezia, Consiglio dei dieci, Comuni, filza 261; Salò, Archivio della Magnifica Patria, reg. 74, cc. 92-93; Brescia, Archivio di stato, Notarile di Salò, filza 240, notaio Nicolò Morani, 30 agosto 1603.
Negli anni 1605-1607 Giovanni Beatrice compì infatti diversi colpi di mano contro i suoi avversari e nemici, riuscendo sempre a sfuggire ai numerosi agguati tesigli dai cacciatori di taglie che erano sulle sue tracce. Non fu così per due suoi compagni, Eliseo Baruffaldo e Giovan Pietro Sette detto Pellizzaro che nel novembre del 1606 vennero uccisi da alcuni cacciatori di taglie e da alcuni nemici del Beatrice che il Provveditore generale in Terraferma, in tutta segretezza, aveva inviato sulle loro tracce. I due vennero uccisi l'11 novembre 1606 in un agguato notturno teso sopra i monti di Gargnano e le loro teste mozzate vennero esposte nella piazza di Salò per il loro riconoscimento.Archivio di stato di Venezia, Consiglio dei dieci, Comuni, filza 261, 15 novembre 1606.
La spirale di violenza venutasi a creare di seguito alla faida tra le due famiglie contribuì a definire l'immagine negativa di Zanzanù, soprattutto a partire dagli anni 1608-1609, quando era ormai impossibilitato a difendersi ricorrendo alle vie ordinarie della giustizia. Gli vennero così attribuiti molti delitti di cui di certo non era responsabile (come le rapine e i furti). L'avrebbe ricordato lui stesso, nel 1616 in una sua supplica diretta al Consiglio dei dieci: "Confesso esser reo di molti bandi, tutti però per delitti privati et niuno per minima attinentia di cose publiche e di stato, né con conditione escluso dalla presente parte, né meno con carico di risarcir alcuno, ma siami ben anco lecito il dire che, essendo stati commessi molti eccessi da altri sotto il nome mio, di quelli essendo fuori di speranza di potermi liberare, già mai non ho curato di scolparmi."Archivio di stato di Venezia, Capi del Consiglio dei dieci, Dispacci dei rettori, busta 60, giugno 1616.
L'agguato a Riva del Garda