L'anfiteatro romano di Ancona, situato tra i colli Guasco e dei Cappuccini, costituisce, dopo l'arco di Traiano, l'opera architettonica di epoca romana più importante della città.

Lo scavo è pressoché completato nel settore meridionale, dove è visibile un lungo tratto del muro di cinta (ambitus), l'ingresso principale (porta pompae) e alcuni ingressi per gli spettatori. Nel settore settentrionale, al contrario, lo scavo è rimasto interrotto ed ha riportato alla luce soltanto una parte della cavea.

Nel 2025 il parco archeologico dell'anfiteatro romano di Ancona è entrato a far parte della rete dei musei nazionali italiani, sotto la gestione della Direzione regionale dei Musei delle Marche; ciò ha comportato la programmazione di regolare apertura al pubblico e la ripresa degli scavi.

Descrizione Aspetto originario

La caratteristica più notevole dell'anfiteatro di Ancona è l'abile sfruttamento della morfologia del terreno. La tipologia tradizionale di questo genere di edifici risulta rispettata nel complesso, ma è adattata alle particolarità orografiche del sito: un piano inclinato situato sulla sella tra due colli: il Colle Guasco e Monte Cappuccini. La posizione geografica particolare permetteva, dalle gradinate più alte della cavea, vedere il mare da due lati opposti: verso ovest il golfo e il porto, verso est le rupi e il mare aperto.

Le dimensioni dell'ellisse, non perfettamente regolare per adattarsi alle condizioni del terreno, erano di m 93 × 74, mentre l'arena era di m 52 × 35; l'orientamento dell'asse maggiore è da nord-est a sud-ovest. Attorno all'ellisse si trovavano contrafforti radiali di rinforzo, utilizzati forse anche per ampliare la cavea sovrapponendovi gradinate. L'esterno ospitava nicchie tutto intorno e la muratura era realizzata con la tecnica dellopus mixtum, con paramento, dunque, in opus reticulatum e in opus latericium.

Vi erano due ingressi all'arena, situati ai due estremi dell'asse maggiore dell'ellisse: la porta pompae, destinata all'ingresso della processione gladiatoria, e la porta libitinensis, consacrata alla dea che presiedeva il passaggio all'aldilà, Libitina; da essa infatti uscivano i gladiatori moribondi e morti durante i combattimenti. Esistevano inoltre diversi ingressi utilizzati dagli spettatori, che conducevano ai vari settori della cavea; a volte questi ingressi non erano dotati di scale, ma arrivavano direttamente nel settore, sfruttando la pendenza naturale del terreno.

La cavea, con le sue 20 gradinate disposte su 3 ordini, poggiava a nord-est sulla roccia marnosa, tagliata per accogliere la struttura, e a sud-ovest su volte cementizie costruite in elevato. Si stima che la struttura potesse accogliere tra gli 8.000 e i 10.000 spettatori. L'edificio si trova a poche decine di metri dalle rupi orientali del promontorio su cui sorge Ancona, a circa 50 metri sul livello del mare.

La cavea era coperta da un velarium, come prova l'esistenza dei fori per i pali di sostegno. Ad ovest della porta pompae era addossato un altro edificio romano, forse una scuola gladiatoriaStefano Ardito, 101 luoghi archeologici d'Italia dove andare almeno una volta nella vita, Newton Compton Editori, 2013. ISBN 9788854156869. Consultabile su Google Libri a questa pagina, con pavimentazioni in mosaico ed una natatio, ossia una piccola piscina.

Aspetto attuale Attualmente l'anfiteatro comprende due settori di diversa leggibilità e impatto visivo: uno verso piazza del Senato ed uno affacciato su via Birarelli. Settore verso Piazza del Senato

Nel settore verso piazza del Senato l'anfiteatro appare in tutta la sua imponenza, con un largo tratto dell'ellisse, decorato con fasce alternate di opus reticulatum e di opus latericium; vi si apre l'ingresso principale all'arena, la porta pompae, detto in città "Arco Bonarelli", dal nome della famiglia nobiliare che aveva il palazzo in quest'area.

Sono ben visibili anche due contrafforti radiali, di cui uno quasi dell'altezza originaria. Inoltre, percorrendo via Pio II, sono visibili due ingressi riservati agli spettatori. Perfettamente sovrapposti al muro di cinta romana, sono presenti edifici di abitazione di epoche successive, fenomeno comune su strutture romane simili. All'interno di questi edifici sono visibili le gradinate della cavea.

Terme o scuola gladiatoria A sinistra della porta pompae sono visibili i resti di un edificio addossato all'anfiteatro, coperto da una tettoia moderna; è stato interpretato come scuola gladiatoria o come struttura termale. L'incertezza deriva dal fatto che alcune scuole gladiatorie erano proviste di impianti termali. Sono visibili una natatio, ossia una vasca natatoria, e il tratto basale delle mura, con resti di affreschi; le pavimentazioni sono di tre diverse tipologie: a opera spicata, ad esagonette e a mosaico. Il pavimento in mosaico è caratterizzato da una scacchiera, da due figure di delfini e da un'iscrizione dedicatoria; al centro si trova un cerchio in trachite. Il testo dell'iscrizione è il seguente (le integrazioni delle mancanze sono indicate tra parentesi quadre).

Sciogliendo le abbreviazioni, sostituendo "ⅠⅠ" con "duum" e discriminando tra la lettera V e la lettera U, si ottiene il seguente risultato.

La traduzione è: Publio Hortorio Scauro (e) Gaio Cesio figlio di Sesto, duumviri, per decreto dei decurioni, con denaro pubblico, si curarono di fare [quest'opera] e loro stessi l'approvarono [dopo il collaudo].

Si tratta quindi della dedica che riporta i nomi dei due duumviri del municipio di Ancona, che, per decreto dei decurioni, avevano promosso la costruzione dell'edificio.

Sotto ai mosaici di questa zona gli scavi hanno portato alla scoperta di una strada risalente all'epoca della colonia greca. All'interno di palazzo Bonarelli, su via Pio II, è visibile un altro tratto dell'ellisse, con alcune nicchie.

Settore verso via Birarelli

Nel settore visibile da via Birarelli, lo scavo è rimasto interrotto ed ha riportato alla luce soltanto una parte della cavea, coperta da una tettoia protettiva, la porta libitinensis, l'arco di un ingresso per gli spettatori e un limitato settore dell'arena.

Il resto di questo settore è di difficile lettura, occupato com'è dalle fondazioni di edifici successivi all'epoca romana, demoliti negli anni Settanta del Novecento per permettere di riportare alla luce l'anfiteatro, cosa poi non avvenuta se non parzialmente.

Si è infatti compiuta la scelta di rispettare le fondazioni degli edifici demoliti, come testimonianza storicaPer tutto il capitolo la fonte è: Sede del Segretariato regionale del MIBACT - notizie storiche.

Alcune strutture dell'anfiteatro sono presenti nel sagrato e all'interno della chiesa di San Gregorio; esse però non sono visibili al pubblico.

Storia Origine

Forse il settore meridionale della parte più interna dell'anfiteatro, a conci quadrati, apparteneva ad un teatro del periodo greco della città. In questo caso, il colle Guasco sarebbe stato simile ad altre aree sacre antiche in cui si vedeva la compresenza di tempio e di teatro, come nel Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli (II secolo a.C.) o a Delfi (IV secolo a.C.). I Romani, in epoca successiva, avrebbero trasformato il teatro in anfiteatroMario Luni, Commerci greci in Adriatico e il porto di Ancona, in ..

Si suppone che il nucleo della costruzione sia del periodo di Ottaviano Augusto, verso la fine del I secolo a.C.; durante il periodo di Traiano (I secolo d.C. - II secolo d.C.) sarebbe stato poi ampliato, per adeguarlo all'espansione urbana che la città visse in quell'epoca.

Abbandono L'abbandono dell'edificio avvenne presumibilmente nel VI secolo d.C. come si può dedurre da tombe di uel periodo ritrovate nella cavea e lungo il muro perimetrale. Nonostante l'abbandono, nel sec. XVI gran parte del monumento doveva essere ancora visibile, tanto che tutta la zona era chiamata "Arena".

Nel settore meridionale, fin dal Medioevo, vennero costruiti direttamente sull'ellisse esterna edifici di abitazione, poi rimaneggiati fra il XVII e il XVIII secolo; si tratta dei fabbricati tuttora esistenti e restaurati; la forma dell'edificio antico rimase comunque ancora ben percepibile. Nel settore settentrionale, al contrario, le strutture dell'anfiteatro vennero completamente occultate tra i secoli XV e il XVII dalla costruzione del convento e della chiesa di San Bartolomeo, successivamente adibiti a carcere cittadino.

Riscoperta Fu riscoperto nel 1810 grazie all'opera dell'abate e storico Antonio Leoni. Nel dicembre del 1810, infatti, l'abate Leoni accompagnò l'architetto ed antiquario milanese Carlo del Majno Ivagnez che voleva conoscere i monumenti della città; in quell'occasione decise di esaudire al richiesta del conte Girolamo Bonarelli, che lo aveva spesso invitato ad esaminare una grande galleria voltata presente nelle cantine del suo palazzo. Recatisi sul luogo, i due studiosi, constatata l'imponenza dell'arco, notata la presenza del paramento tipicamente romano ad opus reticulatum e rilevato l'andamento curvilineo della struttura, compresero subito di trovarsi di fronte ad un anfiteatro romano. L'arco di ingresso all'anfiteatro, la porta pompae, da allora viene indicato con il nome di "arco Bonarelli", dal nome del proprietario che aveva chiesto al Leoni di esaminarlo, sospettandone l'antichità.

Il Leoni informò subito il barone Casati, Prefetto del Metauro (si era all'epoca dell'occupazione francese). Il 17 marzo del 1811 sulla "Gazzetta del Metauro" fu pubblicato un articolo con cui si chiedeva ai lettori di finanziare una prima campagna di scavo; i nomi dei sottoscrittori sarebbero stati ricordati in una lapide. La raccolta di fonti ebbe successo e iniziarono così gli scavi, che durarono due anni; vennero così alla luce un settore del perimetro dell'anfiteatro e parte delle sue gradinate.

Dopo più di cent'anni, nel 1930, iniziò una nuova campagna di scavo, grazie all'intervento della Soprintendenza ai Beni Archeologici delle Marche; a quest'epoca risale la riscoperta di tutto il settore meridionale, senz'altro quello di più immediata lettura e che è in grado di rendere l'idea dell'antica costruzione. Nel 1937 fu demolito il settore di palazzo Bonarelli che si trovava di fronte alla porta pompae, permettendo di rimettere in luce l'ingresso principale dell'anfiteatroPer tutto il capitolo "Cenni storici" le fonti sono: Pugliese A., Ancona, gli edifici sovrastanti l'anfiteatro romano, Relazione storica, 2008 Sebastiani S., Ancona, forma e urbanistica, L'Erma di Bretschneider, 1997.

In seguito a finanziamenti ministeriali appositamente erogati dopo il sisma del 1972 si intervenne nel settore di via Birarelli, dove si demolì il carcere, che era ospitato nell'ex convento di Santa Palazia, e si iniziò lo scavo per la riscoperta di questa parte dell'anfiteatro, poi deliberatamente non completato.

Oggi gli antichi edifici che insistono sul settore meridionale dell'anfiteatro sono sede del Segretariato Regionale del Ministero dei Beni Culturali. Nel 2025 l'anfiteatro di Ancona è stato inserito nella rete delle aree archeologiche e dei musei nazionali e si prevedono nuove campagne di scavo, per riscoprire gli ampi settori ancora occultati dai resti delle cantine dell'ex carcere, che era stato demolito proprio per poter riportare alla luce l'anfiteatro.

Usi attuali Nell'area archeologica dell'anfiteatro si tengono visite guidate, che prevedono anche la percorrenza del marciaronda delle carceri, a picco sul mare, allo scopo di far percepire ai visitatori la posizione geografica particolare dell'edificio, affacciato da un lato verso le rupi e il mare aperto e dall'altro lato verso il golfo e il porto.