Leccidio di Santa Giustina in Colle, comune a nord di Padova, fu una strage compiuta da militari tedeschi il 27 aprile 1945. Costò la vita a ventiquattro tra civili e partigiani del comune e di quelli limitrofi, compresi i due sacerdoti della parrocchia. Diciassette o diciotto persone furono fucilate non lontano dalla parete sud della chiesa ed altre cinque in diverse zone del paese, ma nel numero complessivo delle vittime vengono abitualmente compresi anche due abitanti del paese uccisi a Villa del Conte. Due giorni dopo, quest'ultima località e i vicini comuni di San Giorgio in Bosco, San Martino di Lupari e Castello di Godego furono teatro di una seconda e più efferata rappresaglia nazifascista, che fece circa 125 vittime fra civili e partigiani. La maggior parte di costoro cadde per mano di militari della 29ª Panzergrenadier Division "Falcke", agli ordini del generale Fritz Polack, in precipitosa ritirata dal fronte..
Ormai in rotta, le truppe tedesche spesso rispondevano ai boicottaggi e alle imboscate partigiane con atti di crudeltà. Inizialmente si ritenne che a scatenare l'ira dei tedeschi fosse stata l'uccisione di due soldati per mano dei partigiani locali. I tedeschi, come misura di ritorsione, avrebbero applicato le spietate disposizioni di Kesselring ("dieci italiani uccisi per ogni tedesco morto"), passando per le armi, nel pomeriggio del 27 aprile, una ventina di uomini del posto, insieme al parroco ed al giovane cappellano.
In un secondo momento ha preso piede la versione secondo cui non furono le direttive di Kesselring a determinare la strage, bensì sia stato il desiderio di vendetta della collaborazionista Ada Giannini e la volontà dei tedeschi di punire il paese per l'insurrezione partigiana e insieme di garantire l'agibilità delle strade in vista della ritirata dei loro commilitoni dal fronte.
All'inizio del XXI secolo, la disponibilità di nuovi documenti dell'epoca porta a dedurre che l'eccidio non sia stata una ritorsione nazista per l'avvenuta uccisione di due militari ad opera dei partigiani agli ordini di Graziano Verzotto. Secondo lo storico Egidio Ceccato, infatti, un solo soldato germanico avrebbe perso la vita a Santa Giustina in Colle nei giorni dell'insurrezione – precisamente il 26 aprile – e poiché il suo cadavere fu provvisoriamente inumato nel locale cimitero, i commilitoni sopraggiunti non sarebbero venuti a conoscenza della sua sorte. A suo giudizio, sul processo di colpevolizzazione dei resistenti locali avrebbe influito molto anche il convincimento popolare che i partigiani dovessero riservare "ponti d'oro al nemico che fugge", mentre è storicamente assodato che le direttive alleate prevedevano l'esatto contrario. In ogni caso il massacro sarebbe stato opera di militari del presidio germanico di Castelfranco Veneto e non di soldati della Wehrmacht in ritirata dal fronte.
Gli eventi Il 25 e il 26 aprile Secondo il diario storico della 3ª Brigata "Damiano Chiesa", agli ordini di Graziano Verzotto, a Santa Giustina in Colle le operazioni insurrezionali sarebbero iniziate il mattino del 25 aprile 1945 per iniziativa dei pochi "garibaldini" del paese e dei più numerosi patrioti "bianchi", determinando la «uccisione di due appartenenti alla brigata nera di Villa del Conte e il ferimento di un terzo». Da alcuni studiosi questi eventi non sono considerati pertinenti sul piano territoriale ed in ogni caso non avrebbero minimamente inciso sulla rappresaglia nazifascista del 27 aprile.
Il giorno 26 aprile nella vicina frazione di Fratte, presso la Villa Custoza, sede di un piccolo contingente di militari germanici, gli insorti chiesero la resa ai tedeschi, che la rifiutarono dando il via ad una serie di scontri, cui parteciparono anche i garibaldini di Villa del Conte assieme ai più numerosi partigiani bianchi della 3ª Brigata "Damiano Chiesa", tra cui il vicecomandante Fausto Rosso.. Dopo un lungo conflitto a fuoco, alcuni soldati nazisti si diedero alla fuga, tuttavia il caposaldo resistette. Secondo il diario storico della brigata, durante lo scontro si sarebbero avuti l'uccisione di un soldato tedesco e la cattura di un altro. Secondo altre fonti, invece, entrambi i soldati - due portaordini - sarebbero rimasti uccisi.. In ogni caso la salma o le salme vennero prima spostate nel cimitero comunale e sommariamente sepolte, in attesa di essere riesumate e poste in due bare commissionate dal parroco don Giuseppe Lago.
Una volta disarmati i tedeschi del locale presidio e innalzato il tricolore sulle scuole del capoluogo e sul municipio, gli insorti di S. Giustina si misero a scrivere sui muri slogan come: "Morte a Hitler! Abbasso i tedeschi!". Verso le ore 9:00 attaccarono senza successo il presidio germanico insediato in villa Custoza, a metà strada fra il capoluogo e la frazione di Fratte. I militari che lo difendevano abbandonarono la postazione solo a sera quando, unitamente ad altri commilitoni giunti da Camposampiero, ripiegarono in direzione di Onara. Nel primo pomeriggio gli insorti effettuarono un'incursione a Camposampiero e nel corso della giornata respinsero un contrattacco di soldati del presidio di Villa del Conte, armati di mitragliatrice. Procedettero poi al disarmo di diversi militari tedeschi in ritirata dal fronte a bordo di camion, automobili e motociclette. Viene collocata attorno alle ore 19:00 e nei pressi di villa Custoza l'uccisione, sembra a sangue freddo, del militare tedesco, un portaordini catturato mentre era di ritorno da una missione a Villa del Conte. Su consiglio del parroco don Giuseppe Lago la sua salma venne provvisoriamente tumulata in cimitero.. Si trattava del quarantunenne Rudolf Beck, originario di Stoccarda, i cui resti furono recuperati dai familiari nel 1964..
Stando alla cronistoria del parroco di Fratte don Vittorio Fabris, il contrattacco nazifascista, ad opera di militari provenienti da Castelfranco Veneto e di brigate nere della zona, si profilò già nel pomeriggio del 26 aprile. A bordo di due camion e col supporto di militi delle brigate nere della zona, i tedeschi ripresero il controllo del centro abitato di Camposampiero e alla sera fecero una puntata verso la frazione del paese. Interrotte dal sopraggiungere delle tenebre, il grosso delle operazioni militari vennero riprese l'indomani mattina.
Il 27 aprile
Durante la notte, tuttavia, i tedeschi e le Brigate Nere di Castelfranco Veneto e di Camposampiero si mossero per un'azione punitiva nei confronti delle formazioni partigiane locali. Di mattino presto i patrioti agli ordini di Graziano Verzotto bloccarono un camion di tedeschi proveniente dal fronte e intorno alle ore 9:30-10:00 ne catturarono un altro provvisto di rimorchio adibito a cucina, facendo prigionieri quattro soldati ed un'ausiliaria toscana di nome Ada Giannini. Credendo di aver definitivamente sconfitto i tedeschi, i partigiani decisero di andare a riposare, lasciando a guardia del presidio una trentina di uomini, mentre la maggior parte di loro rientrò alle proprie abitazioni per riposare.
Mentre li stavano interrogando, intorno alle ore 10:30 sopraggiunse, a bordo di due camion, un numero imprecisato di soldati tedeschi del presidio di Castelfranco Veneto appoggiati da alcuni brigatisti neri della zona (secondo altre fonti le SS in divisa e in borghese erano un centinaio, si sparpagliarono per la campagna circostante e piombarono sull'abitato all'improvviso.). Dopo aver opposto una debole resistenza i partigiani di Santa Giustina – i trenta del presidio – si dispersero nella campagna circostante. Nel breve scontro rimase gravemente ferito al ventre Fausto Rosso, il vice-comandante del primo battaglione della 3ª Brigata "Damiano Chiesa". Trasportato in canonica e munito dei conforti religiosi, spirò qualche tempo dopo non si sa se per la gravità delle ferite riportate o per un colpo di grazia sparato dai tedeschi.L'accordo stipulato dal partigiano Graziano Verzotto coi nazifascisti padovani nel dicembre del 1944 Rimasti padroni della situazione, i tedeschi liberarono i commilitoni fatti prigionieri e l'ausiliaria Ada Giannini, poi si sparpagliarono per le case del paese alla ricerca dei partigiani e del loro comandante. Molte abitazioni vicine al centro vennero depredate e una cinquantina tra giovani e adulti, catturati come ostaggi, furono allineati lungo la parete sud della chiesa parrocchiale.
L'eccidio
Verso mezzogiorno, i tedeschi tentarono di stanare una vedetta partigiana rifugiatasi in cima al campanile, forzandone la porta, e infine appiccandovi il fuoco. In seguito perlustrarono il paese, costrinsero ad uscire di casa gli uomini che vennero raggruppati sul terrapieno della chiesa. Durante il rastrellamento, Egidio Basso e Alfonso Geron tentarono la fuga, venendo subito uccisi.. Dalla canonica furono trascinati fuori anche il parroco don Giuseppe Lago e il suo cappellano don Giuseppe Giacomelli, insediatosi in parrocchia solo da qualche settimana, e costretti a portarsi sul sagrato dov'erano radunati già tra i quaranta e i cinquanta uomini. Poco dopo le 13:00, un graduato tedesco scelse 18 persone – tra cui i due sacerdoti e alcuni ragazzi non ancora diciottenni – e li spostò sotto la spianata, vicino al campanile, costringendoli ad allinearsi contro un muretto di cinta, con le mani dietro la nuca.
Da questo momento ebbe inizio la decimazione, eseguita, pare, da un sottufficiale delle SS, che colpiva le vittime alla testa con una rivoltella. L'arciprete impartì l'assoluzione sacramentale ai condannati e, a sua volta, la ricevette dal cappellano. Pare che la prima vittima sia stato Mario Zoccarato di San Giorgio delle Pertiche, che si trovava casualmente a Santa Giustina in Colle assieme ad Angelo Munaro, anch'egli tra le vittime, per richiedere rinforzi. I due sacerdoti furono uccisi per ultimi: don Giacomelli ricevette tre colpi alla testa e don Lago un colpo in bocca.. L'esecuzione fu ultimata verso le 13:30, anche se qualche fonte fa continuare la strage fino alle ore 15:00. Tra queste il diario di Luigi Bragadin, un testimone oculare scampato miracolosamente al massacro,La tragedia di S. Giustina in Colle del 27 aprile 1945 descritta da lo scampato Bragadin Luigi, manoscritto . e la biografia di don Giuseppe Lago pubblicata da padre Antonio Alessi.
Diciassette furono gli ostaggi fucilati nei pressi della chiesa: dieci civili e sette partigiani. Fra questi anche il maestro Vito Filipetto di Camposampiero, esponente della locale Democrazia cristiana.
Gli ultimi fatti
Nel tardo pomeriggio del 27 aprile, probabilmente dopo aver compiuto l’eccidio di Santa Giustina in Colle, come continuazione della rappresaglia le truppe tedesche compirono due distinti raid: uno a San Giorgio in Bosco, l’altro a Villa del Conte..
Presso San Giorgio in bosco, verso le 17:00, dopo un conflitto a fuoco con in partigiani, i tedeschi uccisero due civili, Liberale Cagnin di quarant'anni, fucilato, e Assunta Triburziano di vent'anni colpita dai Tedeschi di fronte alla sua abitazione.
Presso Villa del Conte tra le 17:00 e le 20:00 vennero uccisi sette civili: Angelo Cavinato, che stava passando in via Guizze, Angelo Piantella, mentre si accingeva ad entrare presso la propria abitazione, Bruno Morosinotto, in piazza Vittoria e in via Piovego venne colpito a morte Giovanni Comacchio; prelevati presso il mulino Benettello, vennero portati fuori dall'edificio e uccisi con un colpo alla nuca il proprietario del mulino Ermenegildo Benettello, il suo mezzadro Attilio Casarin e il medico veterinario Ettore Zara, che si offrì al posto del figlio Giorgio...
Infine, non può essere escluso che Dante Giobatta, trovato assassinato dai tedeschi presso la pubblica strada verso le ore 13:00, come risulta dal registro dei defunti della parrocchia di Arsego di San Giorgio delle Pertiche, sia una vittima degli stessi rastrellatori di Santa Giustina..