Il fu Mattia Pascal è un celebre romanzo di Luigi Pirandello che apparve dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia nel 1904 e che fu pubblicato in volume nello stesso anno. Il fu Mattia Pascal fu il primo grande successo di Pirandello, scritto, secondo la leggenda, nelle notti di veglia alla moglie, Maria Antonietta Portulano, paralizzata alle gambe, circostanza che in realtà manca di riscontri effettivi.Gaspare Giudice, Luigi Pirandello (1963), Unione Tipografico-Editrice Torinese, pag. 178.Anna Maria Andreoli, "Diventare Pirandello", Mondadori libri S.p.A, Milano, (2020), pag. 246.
Trama Nella premessa il protagonista annuncia che ha deciso di mettere per iscritto la sua strana vicenda per poi lasciare il manoscritto nella biblioteca dove lavora, con l'obbligo di aprirlo solo cinquant'anni dopo la sua terza, ultima e definitiva morte. Il consiglio di mettere per iscritto il suo caso gli è venuto dal suo amico bibliotecario, don Eligio Pellegrinotto.
Mattia Pascal vive a Miragno, dove il padre, intraprendente mercante che ha fatto fortuna in modo misterioso, ha lasciato in eredità alla sua famiglia (composta da sua moglie e i loro due figli, Mattia e Roberto) diversi possedimenti, tra cui un podere con mulino; questi averi sono gestiti da Batta Malagna, un disonesto amministratore soprannominato “la talpa” che lentamente li sta prosciugando (approfittandosi dell’inettitudine della madre di Mattia). Mattia racconta brevemente della sua infanzia, passata tra le lezioni del modesto istruttore privato Pinzone e le visite della severissima zia Scolastica, che cerca inutilmente di convincere la madre di Mattia a risposarsi con Gerolamo Pomino, padre di un grande amico di Mattia e Roberto, anch’esso chiamato Gerolamo Pomino (II).
Un giorno Malagna resta vedovo della moglie Guendalina, con cui aveva un rapporto difficile, e con la scusa di volere un erede finché è in grado di produrne sposa subito Oliva, ragazza di cui Mattia è invaghito. Lei, però, non gli dà figli, proprio come la moglie precedente, e il marito la picchia, non potendo ammettere di essere sterile. Pomino confessa a Mattia di essersi innamorato di una ragazza, Romilda, figlia di Marianna Dondi, vedova Pescatore e cugina di Malagna; ha però saputo, tramite una serva di Romilda, che Malagna sta tramando qualcosa con la cugina: questa gli ha rimproverato di non aver sposato Romilda una volta rimasto vedovo, e ora che anche Oliva non gli sta dando figli lo zio si sarebbe pentito di non aver acconsentito al matrimonio con la nipote. Mattia e Pomino temono che Malagna e Marianna stiano architettando un modo per avere un figlio da Romilda. Pascal suggerisce a Pomino di salvare Romilda sposandola, ma essendo lui molto timido si offre di conquistarla al posto suo, andandola a trovare e parlandogli di lui. Con la scusa di una cambiale che Malagna dovrebbe pagare Mattia va a casa di Romilda, dove sa di trovare anche Malagna; qui conosce Romilda, che gli piace subito molto, ma si trattiene poco per poter tornare il giorno dopo, cosa che non sembra piacere a Marianna. Sebbene le parli continuamente di Pomino Romilda s’innamora di Mattia, che la ricambia, e un giorno i due, rimasti soli, cedono alla passione. Romilda resta incinta di Mattia e questi pensa a come preparare sua madre alla notizia del loro matrimonio, ma poi riceve una lettera da Romilda in cui lei gli dice, senza spiegargli il perché, che non devono più vedersi. Il giorno stesso Oliva va a casa di Mattia per sfogarsi con sua madre: Malagna le ha detto di essere riuscito ad avere un figlio, dimostrando quindi di non essere sterile. Mattia, capito il motivo per cui Romilda gli ha detto che non avrebbero più dovuto vedersi, si sente ingannato da lei. Va così a casa di Oliva e le mostra la lettera di Romilda, che così capisce che Malagna non è il vero padre del bambino di Romilda. Mattia le dice che deve far credere al marito che lui può veramente avere un figlio, e così la mette incinta. Quando Malagna scopre che Oliva aspetta un figlio, capisce il tradimento della moglie e dice a Mattia che ha disonorato la nipote e deve rimediare sposandola. Mattia capisce che Romilda non ha fatto nulla di male: la ragazza, infatti, sostiene che quando aveva rivelato alla madre di essere innamorata di Mattia, questa era andata su tutte le furie e le aveva detto che non avrebbe mai acconsentito a farla sposare con uno scioperato. Giunto Batta Malagna, la vedova Pescatore li aveva lasciati da soli e la giovane gli aveva rivelato il suo stato, chiedendogli di opporsi alla madre, dato che voleva restare fedele a Mattia. L'uomo le aveva detto che, essendo minorenne, era ancora sotto la potestà della madre, e che se avesse voluto questa avrebbe potuto anche agire giudizialmente contro Mattia, ma era giunto a un compromesso accettando come suo il figlio che sarebbe nato da Romilda. Ora però che anche la moglie di Malagna è incinta lui deve fare da padre al suo bambino e non può più riconoscere il figlio di Romilda.
Mattia quindi è costretto a sposare Romilda, invidiosa del fatto che il figlio di Oliva nascerà tra gli agi mentre il suo verrà al mondo in povertà; sviluppa così un'antipatia per il marito, peggiorata dal fatto che la sua gravidanza la sta indebolendo molto, mentre quella di Oliva sembra solo renderla più bella. Per salvare il podere della Stìa col mulino i Pascal devono vendere le loro case, e la madre di Mattia va a vivere col figlio; lui cerca un lavoro, ma senza successo, a causa della sua inettitudine e del caos che regna a casa sua, che gli impedisce di mettere ordine nella sua vita. La vedova Pescatore e Romilda sono infatti scortesi con la madre di Mattia, il che lo porta a uscire poco per non lasciarle sole con lei, ma stando sempre in casa si attira le ire della suocera. Dopo un incidente increscioso fra le tre donne zia Scolastica prende la madre di Mattia a vivere con sé; andandosene, però, aggredisce Marianna tirandole in faccia l’impasto del pane che stava preparando, e in risposta alle risate di Mattia questa lo aggredisce, mentre sua figlia vomita nella stanza accanto. Mattia, dopo aver riso per l’assurdità della faccenda, esce di casa, deciso a non rientrare finché non avrà trovato un lavoro. Verso sera s’imbatte in Pomino: egli è adirato con lui per il suo tradimento, e Mattia cerca di convincerlo (con scarso successo) che è stato lui a tradirlo, dato il sacrificio che fa vivendo con Romilda e sua madre. Pomino, commosso dalla sua situazione, prima gli offre dei soldi (che Mattia rifiuta) e poi gli trova un lavoro: suo padre, entrato nel municipio, gli ha detto che la biblioteca di Boccamazza è in misere condizioni e gestita dall’anziano signor Romitelli, fisicamente e mentalmente debole. Mattia diviene così bibliotecario, guadagnando più di sua suocera, e per quattro mesi condivide il posto di lavoro con Romitelli, che però poi muore. Mattia teme che la noia e la monotonia della sua vita lo portino, col tempo, a diventare come il vecchio bibliotecario, e i libri di filosofia che inizia a leggere gli sconcertano la mente. Ogni tanto questa situazione gli fa venire pensieri strani, “lampi di follia”, cui sfugge passeggiando in spiaggia; qui la vista del mare gli suggerisce di tornare alla sua vita monotona, senza prendere i rischi che comporta il farsi troppe domande. Un giorno gli giunge notizia che la moglie sta per partorire, quindi si precipita a casa, dove la suocera gli dice di andare a cercare un medico, che sua figlia sta morendo. Dopo aver girato invano Mattia, esausto, torna a casa e vi trova il dottore. Romilda sta partorendo due bambine: una è già nata, l'altra sta per venire al mondo. Una delle due muore pochi giorni dopo, l'altra quando ha quasi un anno, quasi nella stessa ora della madre di Mattia. Mattia passa la notte a vagare per il paese e le campagne finché si ritrova nel podere della Stìa, presso la gora del mulino. Un vecchio mugnaio di nome Filippo lo fa sedere sotto un albero e gli parla dei suoi genitori, che ha conosciuto nei suoi molti anni di servizio nelle loro terre, e lo consola dicendogli che non deve disperarsi, perché la figlia è stata accolta nell’aldilà da sua nonna, che le parlerà sempre di lui e non l'abbandonerà mai.
Dopo una delle solite liti con moglie e suocera, che dopo il lutto lo disgustano, Mattia fugge dal paese, non riuscendo più a resistere alla sua miserabile vita. Strada facendo pensa di recarsi a Marsiglia per poi partire per l'America, ma giunto a Nizza inizia a dibattere se tornare indietro, non essendo sicuro di voler abbandonare la sua vita monotona ma sicura. Si ferma davanti a una bottega dove sono esposti opuscoli che pubblicizzano il gioco della roulette; all'inizio si allontana, ma poi vi entra e, scettico ma curioso, ne compra uno che spiega come vincere alla roulette, quindi parte per Montecarlo. Decide di giocarsi 500 lire mandategli dal fratello per la sepoltura della madre (cui ha già provveduto la zia Scolastica), di cui tanto le due donne a casa non sono a conoscenza; riflette che se non gli dovessero restare i soldi per tornare a casa potrebbe sempre impiccarsi su uno degli alberi lì intorno. Giunto al casinò gioca alla roulette e, con sua sorpresa, vince ogni volta, passandovi (senza rendersene conto) un’intera giornata. Dati i suoi colpi fortunati una donna gli propone di giocare con lei, ma lui la respinge; lei va a parlare con uno spagnolo, che poi viene da lui a fargli la stessa richiesta e lo assilla per tutta la sera, costringendolo anche a dormire nel suo stesso albergo. Cerca di capire come faccia Mattia a vincere, e quando lui cerca di spiegargli che è stato puro caso non gli crede. Finalmente, stufo di essere assillato, Mattia lo allontana malamente. Continua a giocare e a vincere per nove giorni, poi inizia a perdere. Smette di giocare solo la mattina del dodicesimo giorno, quando vede che un ragazzo con cui ha giocato una volta si è sparato in testa nel giardino del casinò. Ne copre il viso con un fazzoletto e decide di smettere di giocare, conservando così buona parte delle sue vincite (82.000 lire circa).
Torna a Nizza per partirne il giorno stesso, deciso a tornare a casa; in treno riflette sul da farsi, alternando tra il desiderio di vendicarsi della suocera mettendola a lavorare al mulino e la preoccupazione per i debiti, che gli prosciugheranno le vincite. Leggendo il giornale, però, scopre per caso che a Miragno è stato trovato nella roggia del suo mulino un cadavere in stato di avanzata putrefazione che è stato identificato come il suo: essendo scomparso da molti giorni, i suoi concittadini hanno pensato che si fosse suicidato per dissesti finanziari. Sebbene sconvolto capisce presto che, credendolo tutti morto, può iniziare un'altra vita, senza debiti o parenti assillanti. Scende d’istinto ad Alenga, paesino vicino a Miragno, e decide di assumere uno pseudonimo, che però fatica a trovare; intanto riceve conferma della sua presunta morte da un necrologio pubblicato sul Foglietto, settimanale di Miragno che si fa portare apposta. Per evitare di essere riconosciuto si taglia la barba, si lascia crescere i capelli e inizia a portare occhiali azzurrati, che nascondono il suo strabismo. Assume quindi lo pseudonimo di Adriano Meis, prendendo nome e cognome dal dialogo tra due passeggeri sul suo treno per Torino, e abbandona la sua fede nuziale nel bagno di una stazione. Cerca poi di costruirsi un passato, decidendo che Adriano Meis è nato in Argentina, giunto in Europa a pochi mesi e cresciuto a Torino. Per elaborare meglio questa nuova identità va a Torino per memorizzarne i luoghi. Inizia poi a viaggiare, in Italia e all'estero, soprattutto in Germania, evitando di creare qualsiasi legame personale per evitare di dover dare spiegazioni sulla sua vita presente e passata.