Ficulea (in latino Ficulea, anche Ficulnea e Ficolea) fu una città latina del Lazio arcaico, situata a nord-est di Roma, nel settore delimitato dalle vie Nomentana e Tiburtina. Conquistata da Tarquinio Prisco secondo la tradizione annalistica, sopravvisse in età imperiale come municipio federato, ma la sua esatta ubicazione non è stata finora determinata e resta oggetto di discussione..
Le fonti antiche La città compare per la prima volta in Livio, che la ricorda come Ficulea vetus fra i centri latini sottomessi da Tarquinio Prisco, in un elenco che comprende Crustumerium, Nomentum e Corniculum, centri tutti localizzabili con sicurezza nell'area compresa fra Tevere e Aniene.Livio, Ab Urbe condita, I, 38, 4. Varrone riferisce che i Ficuleates, appena i Galli ebbero lasciato Roma, congiurarono contro di essa insieme ai Fidenates e ad altre popolazioni vicine: l'accostamento a Fidenae, posta al sesto miglio della via Salaria, riporta anch'esso all'area della Nomentana.Varrone, De lingua Latina, VI, 18.
Dionigi di Alicarnasso annovera Ficulea fra le città fondate dagli Aborigeni dopo aver espulso i Siculi, accanto ad Antemnae, Tellenae e Tibur, la dice ancora abitata ai suoi tempi e la colloca presso i rilievi cornicolani;Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 16, 5.. in un altro passo, dove si parla delle terre assegnate nel 504 a.C. ai Sabini giunti al seguito di Attio Clauso, un toponimo altrimenti ignoto, Piketia, è stato emendato nel nome di Ficulea sulla base di una congettura avanzata nell'Ottocento da Alfred Bormann, sulla cui validità la discussione è rimasta aperta.Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, V, 40, 5.. I Quilici giudicano il fondamento troppo fragile perché se ne possa trarre argomento topografico, mentre studi più recenti hanno proposto di prendere sul serio il toponimo tramandato. Plinio il Vecchio la elenca fra i centri della regio I e, per una svista, la ripete nella regio IV,Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 64 e III, 107. mentre Marziale la ricorda con il nome al plurale, veteres Ficelias.Marziale, Epigrammi, VI, 27, 1-2.
Al territorio, e non alla città, si riferiscono Cicerone e Cornelio Nepote quando ricordano un fondo di Attico in Ficulensi.Cicerone, Epistulae ad Atticum, XII, 34; Cornelio Nepote, Atticus, 14, 3. I gromatici menzionano infine un ager Ficiliensis sottoposto alla stessa legge dellager di Cures Sabini, suddiviso in quadrati di cinquanta iugeri e oggetto di vendita questoria dopo il 290 a.C.. Il nome compare per l'ultima volta, in forma ormai corrotta, in una lettera di papa Innocenzo I dell'inizio del V secolo, che ricorda lo sconfinamento del vescovo di Tibur nella circoscrizione ecclesiastica nomentana, corrispondente alla diocesi di Nomento, alla quale il territorio ficulense apparteneva da lungo tempo.
La questione dell'ubicazione
Nessuna delle fonti antiche precisa dove sorgesse la città, e la ricerca moderna non è giunta a una conclusione unanime: gli studiosi convengono soltanto nel porla su uno dei rilievi che si levano a nord dell'Aniene, nella fascia di territorio delimitata dalle vie Nomentana e Tiburtina.. Già Thomas Ashby, all'inizio del Novecento, concludeva che il sito esatto restava in qualche misura incerto,. e nel 1976 Stefania Quilici Gigli osservava come Ficulea costituisse il caso emblematico di una città fiorente e di un municipio di età imperiale capace di sottrarsi all'ubicazione, poiché nessuna delle località allora proposte offriva riscontri archeologico-topografici..
Le proposte avanzate si concentrano su pochi comprensori. L'identificazione ottocentesca con la tenuta della Cesarina, a ovest del settimo miglio della Nomentana computato da porta Collina, si fonda sui cospicui resti di età imperiale venuti in luce nell'Ottocento presso il casale detto Cesarina Vecchia, ed è quella che Zaccaria Mari giudica tuttora preferibile. La proposta che colloca la città a Marco Simone Vecchio, avanzata da Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli nella monografia dedicata a Ficulea nel 1993 e ripresa in seguito da altri studiosi, poggia su un insediamento di notevole consistenza frequentato dal Bronzo finale all'età imperiale, ma per Mari la documentazione addotta non appare risolutiva ed è stata accolta con riserva.
Un terzo gruppo di proposte guarda all'altura di Capobianco, indicata da R. M. Ogilvie su base epigrafica e da Anna Maria Bietti Sestieri sulla ceramica dell'età del bronzo, e ripresa da Francesco Di Gennaro, che vi giunse anche per via teorica: applicando ai centri di rango omologo un modello di territori regolari, i confini teorici fra Fidenae e Crustumerium e fra Crustumerium e Nomentum, prolungati, vengono a incontrarsi sulla Nomentana all'altezza del Torraccio di Capobianco, poco prima che la strada pieghi verso nord. Le località proposte si dispongono in realtà in due soli comparti: da un lato la fascia della Nomentana fra il tredicesimo e il sedicesimo chilometro, che comprende la Cesarina, Capobianco e Casa Nova, dall'altro Marco Simone Vecchio, situato lungo una diversa direttrice viaria. Dopo il rinvenimento, avvenuto nel 1998 nella tenuta Casa Nova, di un nuovo frammento epigrafico riferibile alle iscrizioni ficulensi, lo stesso studioso ha proposto nel 2010 di considerare privilegiato per la Ficulea romana l'intero comparto nel quale ha termine il rettilineo della Nomentana, ipotesi che comprende i toponimi di Cesarina, Capobianco e Casa Nova.
A favore di Capobianco è stato osservato che l'abitato copre una superficie superiore a quella di Marco Simone Vecchio e che se ne conosce anche la necropoli, alla quale appartengono due sepolture di età orientalizzante.. Sulla stessa linea è stata proposta una spiegazione dell'appellativo vetus che Livio unisce al nome della città: invece di rinviare genericamente alla sua antichità, esso indicherebbe un abitato più antico ormai lasciato, in contrapposizione a un nucleo più recente ancora in vita; e la vicenda di Capobianco corrisponderebbe a questo schema, poiché il settore di Sant'Agata-Coazzo cessa di essere frequentato quando si apre il IV secolo a.C., mentre la restante parte prosegue la propria vita nelle epoche successive.. Lo stesso studioso ha ipotizzato che la città, dopo la conquista da parte di Tarquinio Prisco, abbia assunto per breve tempo il nome di Piketias da gruppi piceni insediatisi nella zona al termine dell'assedio di Porsenna, per poi riprendere il nome latino con la romanizzazione del comprensorio: ciò renderebbe conto del silenzio delle fonti sul nome di Ficulea fra l'età dei Tarquini e l'invasione gallica. In questa prospettiva risulta attenuato anche il valore topografico del cippo di Fresidius Marsus, trattandosi di un monumento sepolcrale collocato lungo una via consolare.
L'incertezza si riflette sui modelli territoriali elaborati per il Lazio settentrionale, nei quali l'area assegnata a Ficulea è trattata in modo diverso da ogni ricostruzione, al punto che in alcune essa scompare, lasciando un vuoto fra Crustumerium, Fidenae e Nomentum..
Secondo Mari, la difficoltà potrebbe dipendere dalla natura stessa dell'insediamento: il quadro complessivo delle testimonianze restituisce l'immagine di una comunità dispersa, articolata in pagi, che il potere centrale avrebbe mantenuto in vita anzitutto per ragioni di amministrazione del territorio; a un centro direttivo urbanisticamente esile avrebbe fatto riscontro una presenza più marcata degli antichi distretti rurali, ai quali sembra rinviare anche il plurale usato da Marziale..
Il territorio Che l'''ager Ficulensis si spingesse a sud-est fino alla via Tiburtina, e forse sino all'Aniene, è reso assai probabile dal cippo funerario di un magistrato ficulense recuperato a Settecamini; il limite orientale potrebbe essere segnato dal fosso di Marco Simone, che nel Medioevo separava la diocesi di Sabina, nella quale era confluita la diocesi nomentana con il territorio ficulense, da quella di Tibur. L'area così delimitata è attraversata dalla via Nomentana.
Due pagi sono noti per nome, lUlmanus e il Transulmanus Pelectanus, ricordati da un'iscrizione proveniente dalla tenuta della Cesarina che documenta la sistemazione di un clivus fra l'uno e l'altro entro la regio Ficulensis.CIL, XIV, 4012 = ILS, 5387. Un ulteriore pagus è stato riconosciuto nell'abitato arcaico con santuario scavato sull'altura detta monte dello Spavento, nello stesso comprensorio, a breve distanza dal punto in cui fu recuperato il cippo di Fresidius Marsus.. Del santuario, del quale restano le fondazioni realizzate in blocchi squadrati di tufo, l'impianto originario si colloca fra V e III secolo a.C., mentre a media e tarda repubblica risale una seconda fase di lavori.. Un ulteriore insediamento, esteso e frequentato con continuità dall'epoca arcaica a quella imperiale, è stato individuato a Casal Bianco, nel quale si è ipotizzato di riconoscere un altro dei distretti rurali ficulensi..
Al territorio appartengono anche due tombe protostoriche individuate nel 1989 presso il Torraccio di Capobianco durante lavori per un collettore fognario. Quella scavata, databile agli ultimi decenni dell'VIII secolo a.C. o ai primi del VII, era una sepoltura femminile a fossa con copertura di scaglioni di tufo, con corredo comprendente fermatrecce e fibule d'argento, anelli e pendagli di bronzo, fibule ad arco rivestito d'ambra e d'osso e un servizio ceramico.. Lo scopritore avvertiva tuttavia che, in mancanza di uno scavo estensivo, sarebbe stato azzardato riferirle direttamente a Ficulea anziché a uno degli insediamenti minori del suo territorio..
Il paesaggio agrario Le ricerche svolte entro la tenuta di Marco Simone, e in particolare sul pianoro detto monte dello Spavento, hanno restituito l'immagine di un territorio intensamente sfruttato. I siti conoscono un primo sviluppo nel corso del VI e del V secolo a.C., con nuclei agricoli che suggeriscono un assetto di tipo paganico-vicano; su di essi si impiantano poi, fra media e tarda repubblica, ville rustiche che funzionavano come vere aziende agricole..
Sul pianoro sono stati riconosciuti un fossato di bonifica orientato da nord-ovest a sud-est, nel quale confluivano canali ricavati nel banco tufaceo il cui riempimento ha restituito materiali dal VI al III secolo a.C., e modeste costruzioni rettangolari di epoca arcaica.. Le tracce lasciate nel tufo documentano le tecniche di impianto della vite: lunghe trincee parallele (sulci) e fosse quadrate (scrobes), queste ultime destinate ad alberi, verosimilmente olmi per la vite maritata. Presso via Casal Bianco undici trincee si dispongono a venti piedi l'una dall'altra, la distanza che Plinio indica per la coltura promiscua, con semina del grano fra i filari..
L'attività prevalente era dunque la viticoltura, favorita dalla fertilità dei suoli e dalla presenza di sorgenti, e destinata a durare fino all'età imperiale. Columella giudicava il vino di quest'area secondo soltanto a quello dell'''ager Falernus. Al decimo miglio della Nomentana si trovava il vigneto di Remmio Palemone che, risanato dal liberto Acilio Stenelo, divenne tanto produttivo da essere acquistato da Seneca per il quadruplo del prezzo pagato pochi anni prima.Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIV, 48-51; .
Il municipio Dal cippo funerario di Cn. Fresidius Marsus, edile e quaestor alimentorum del II secolo rinvenuto nel 1950 a Settecamini, si ricava che Ficulea era un municipium foederatum, cioè una comunità civica autonoma con diritti particolari derivanti da un antico foedus.AE, 1977, 179. La presenza di un questore degli alimenti attesta inoltre la partecipazione della città al programma assistenziale dell'institutio alimentaria. Il funzionamento dell'assistenza pubblica è documentato anche da una dedica del 162 a Marco Aurelio, posta dai fanciulli e dalle fanciulle beneficiari degli alimenta ficolensi.CIL, XIV, 4003 = ILS, 6225; .