È il padre del manifesto moderno. Nell'arco della sua carriera arrivò a realizzare oltre un migliaio di cartelloni pubblicitari. I soggetti femminili furono tra i suoi prediletti e impiegò con particolare abilità la tecnica della litografia.
L'opera
Jules Chéret fu un grande estimatore di Giambattista Tiepolo, Antoine Watteau e William Turner.
I suoi manifesti sono caratterizzati da un linguaggio essenziale e il suo stile è riconducibile alle ricerche artistiche più avanzate di fine Ottocento, tra Postimpressionismo e Art Nouveau.
Chéret è considerato il padre del manifesto moderno per vari motivi: perché fu tra i primi a comprendere l'importanza dell'immagine a scapito del testo per un medium quale il manifesto, che doveva essere appeso in luoghi di passaggio e aveva quindi, di solito, pochissimo tempo a disposizione per essere letto; perché riuscì a portare la tecnica della litografia da un livello artigianale ad uno artistico, in particolare fu tra i primi a puntare sulla cromolitografia, e quindi sul colore, come tecnica per realizzare i propri lavori; ma anche per il fatto che protagonisti dei suoi manifesti furono le figure femminili, le cosiddette Chérettes (proprio perché caratteristiche di Cherét), e che possono essere considerate le antenate delle attuali modelle della pubblicità.
Tra le sue opere più celebri: Papier e cigarettes Job (1899), La Loïe Fuller (1893), Saxoléine (1895), Lidia (1895), Palais de glace Champs-Elysées (1894), e i primi manifesti del Moulin Rouge (1889).
Biografia
Apprendista Figlio di un tipografo,Le notizie relative all'esatta data di nascita di Jules Chéret sono discordanti. Alcune fonti riportano il 31 maggio, altre il 1º giugno del 1936. Chéret impara l'arte della stampa a partire dall'età di tredici anni. Tra il 1849 e il 1852 è apprendista presso un produttore di litografie: il suo lavoro consiste sostanzialmente nello scrivere al contrario sulla pietra per poter poi stampare volantini, partecipazioni, biglietti da visita e piccoli manifesti. Un lavoro piuttosto meccanico che alterna però con lo studio dei capolavori del Louvre nel tempo libero.
Nel 1853 si iscrive all'École National de Dessin e frequenta la classe di Horace Lecoq de Boisbaudran.Horace Lecoq de Boisbaudran (Parigi, 14 maggio 1802 - Parigi, 7 agosto 1897) è stato un disegnatore e un pedagogista francese. Maestro d'arte in prestigiose scuole e famoso per il suo metodo didattico caratterizzato dal disegno a memoria (Lecoq insegnava prima ad osservare un oggetto e poi a ridisegnarlo facendo affidamento solo su quanto era possibile ricordare). Ebbe tra i suoi allievi Henri Fantin-Latour, Aimé-Jules Dalou, Auguste Rodin, Félix Régamey, Auguste Lepère, Léon Augustin Lhermitte, Jean-Charles Cazin e Oscar Roty. Da Lecoq apprende l'arte di disegnare a memoria, e cioè sfruttando le immagini rievocate mentalmente di oggetti precedentemente analizzati dal vero. Approfondisce lo studio delle figure in movimento. Acquisisce l'abitudine a disegnare sempre e comunque, ogni giorno, esercizio questo che porterà avanti per tutta la vita. Trasfigurazione, movimento e morbidezza del tratto saranno poi caratteristiche peculiari dell'opera di Chéret. E la distorsione dei corpi in molte delle sue opere sarà ardita a tal punto che i suoi detrattori lo accuseranno di non conoscere l'anatomia.
Nel 1854 decide di partire per Londra in cerca di fortuna, ma riesce solo a disegnare un catalogo illustrato di mobili per la Maple Forniture Company, e sei mesi più tardi è già di ritorno a Parigi.
Nel 1858 realizza il suo primo lavoro importante: il musicista Jacques Offenbach gli commissiona il manifesto per la sua operetta Orphée aux Enfers. Quella che sembrerebbe una svolta in realtà non ha seguito, e Chéret decide di ritentare con l'Inghilterra. Nuovamente a Londra conosce una famiglia di clown. Ed è proprio grazie a questa amicizia che l'artista parigino si appassiona al teatro, alla finzione scenica e ai travestimenti. I costumi teatrali rimarranno poi tra gli oggetti tipici del suo atelier, che farà indossare a modelle e ad amici prima di essere ritratti. Ma anche Pierrot, Arlecchini e Colombine, protagonisti di molti dei suoi manifesti, sono da ricondurre a questa passione maturata durante la stagione londinese.
Entrato nell'ambiente dei teatranti riesce quindi a realizzare piccole affiches per il circo, il music-hall e l'opera lirica. Alcune di queste vengono notate e apprezzate da un farmacista del posto che decide di commissionargli le illustrazioni per una sua biografia dedicata al celebre profumiere francese Eugène Rimmel.Eugène Rimmel (1820 - 1887) è stato un imprenditore e produttore di profumi francese. Assieme al padre ha fondato nel 1834 la Casa di Rimmel a Londra e ha inventato, tra le altre cose, la prima mascara non tossica (il Rimmel, appunto). Grazie a questo lavoro Chéret riesce a conoscere Rimmel in persona e a farci amicizia. Eugène Rimmel rappresenterà poi una figura chiave nella vita di Chéret. Grazie a Rimmel potrà realizzare molte delle etichette dei prodotti della House of Rimmel, e si appassionerà ai fiori (l'elemento floreale si ritroverà spesso nella sua successiva produzione artistica, e quindi non solo perché erano gli anni del Liberty). Grazie a Rimmel potrà viaggiare, al suo seguito, e visitare la Tunisia, Malta e soprattutto l'Italia, luogo questo dove maturerà l'amore per il Correggio ma ancor di più per il Tiepolo. Ed è ancora grazie a Rimmel che Chéret potrà aprire la sua stamperia, di ritorno a Parigi, nel 1866.
Cartellonista Il primo manifesto a uscire dalla sua nuova stamperia di rue Sainte Marie è Biche au Bois, seguito a breve distanza dal Bal Valentino. Già in questi primissimi lavori del 1866, sebbene cromaticamente tenui rispetto alla produzione successiva, si riassume l'eclettismo culturale di Chéret accumulato negli anni precedenti e che maturerà poi negli anni successivi.
Particolarmente emblematico è il manifesto per un'operetta di Offenbach (La Vie Parisienne): dalla struttura complessa, con molte figure disposte su più piani, Chéret organizza varie scenette che rappresentano altrettanti momenti dell'opera musicale. Se da un lato il manifesto ricorda a tratti le illustrazioni dei libri per bambini o la satira inglese dell'epoca, dall'altro presenta però molte di quelle che rimarranno componenti caratterizzanti i lavori di Chéret: il turbinio dei ballerini, i sorrisi ghignanti dei soggetti maschili, la bellezza e la leggiadria dei soggetti femminili, gli gnomi barbuti e i bimbi travestiti, ma più in generale la presenza di "figure chiave", cioè elementi simbolicamente rappresentativi, che andranno poi a delinearsi e ad acquistare sempre più importanza nelle opere successive.
Nel manifesto del 1871, sempre per un'operetta di Offenbach (Boule de Neige), la rappresentazione di un'umanità bestiale è ancor più evidente. Ma soprattutto in questa litografia compare un altro degli elementi caratteristici di Chéret: l'umorismo (nel caso specifico la presa in giro dei militari). Tuttavia è opportuno puntualizzare che, più in generale, se uno dei tratti peculiari della retorica di Chéret sarà costituito dalla comicità e talvolta dall'ironia, quasi mai egli si spingerà fino al sarcasmo.
Altro elemento ancora, caratterizzante l'opera di Chéret, e che farà la sua comparsa da lì a poco è la rappresentazione della città di Parigi: da un lato ammaliante e coinvolgente, dall'altro ingiusta e paradossale.
Sempre in questi primi lavori sono ravvisabili influenze di Honoré Daumier, Gustave Doré, William Blake e Grandville, e che in maniera più o meno latente rimarranno parte dello stile di Chéret. In particolare è a partire dalla lezione di Grandville, relativa al problema del rapporto tra scrittura e illustrazione, che Chéret arriverà successivamente al ribaltamento del canone allora vigente per quanto riguarda la composizione dei cartelloni pubblicitari. Se fino all'epoca i manifesti erano perlopiù costituiti da testi scritti, arricchiti da decorazioni e talvolta da qualche immagine, in Chéret la parte figurativa acquista il ruolo di protagonista, sebbene egli non riuscirà mai a raggiungere una compiuta sintesi tra testo e immagine.Weill, A. Cents ans d'affiches des Music-Hall parisiens - Images grafiques. New York, 1977.
I manifesti di Chéret ebbero un successo notevole, non solo per il loro valore artistico o per il fatto che rappresentassero un'assoluta novità per quei tempi, ma soprattutto perché, puntando sull'immagine, erano fruibili da chiunque, anche da chi non sapeva né leggere né scrivere (ovvero una parte considerevole della popolazione più povera). Questa idea, in verità, non faceva altro che recuperare il senso primario della pittura, con la differenza però che qui non si trattava di singoli dipinti ma di riproduzioni in serie in grado di tappezzare (letteralmente) un'intera città. Riempire le strade della Parigi del secondo Ottocento di "belle ragazze colorate e seducenti" rappresentava uno dei segni di quel progresso che all'epoca avrebbe dovuto accomunare tutti quanti, perlomeno a livello illusorio. Chéret a sua volta influenzò e convinse un altro maestro dei manifesti: il pittore Albert Guillaume.
Direttore artistico
Nel 1881 Cherét cede la sua stamperia alla Imprimerie Chaix, della quale però diventa direttore artistico. Paradossalmente è proprio grazie a questo passaggio di ruolo che Chéret può dedicarsi liberamente alla sua arte (potendo così lasciar da parte, ad esempio, tutte le questioni burocratiche e amministrative che comportava il lavorare in proprio). E infatti la sua produzione ha un incremento notevole.
In questi anni, ormai famoso, Chéret può vantare commissioni continue e sempre più prestigiose. Ciò da un lato lo costringe a lavorare senza sosta, ma dall'altro gli permette anche di condurre una vita piuttosto agiata: sistema il suo studio nei pressi del Bois de Boulogne; acquista prima una casa in Bretagna, e poi una a Nizza; frequenta i locali del Moulin Rouge, del Moulin de la Galette, del Jardin de Paris, le piste di pattinaggio e i teatri; si dedica alla scherma.
Descritto come avvenente e cordiale, di giorno era un lavoratore instancabile, ma di sera si concedeva alla vita sociale parigina della Belle époque. Quest'ultimo è un aspetto importante, perché, a differenza di altri artisti suoi contemporanei, che solitamente partecipavano a queste attività condividendole entro un certo margine (Henri de Toulouse-Lautrec, Édouard Manet, André Gill), Chéret raccontava nei suoi manifesti di mondi nei quali era integrato.
Chéret credeva nel manifesto e nella sua forza come mezzo di comunicazione, e cercò, attraverso di esso, di rappresentare a pieno lo spirito del suo tempo. Considerò il manifesto come un'opera-prodotto in grado di conciliare valori estetici, sperimentazione tecnica ed efficacia pubblicitaria. Reputava i commercianti i suoi veri e competenti critici. Sosteneva che un manifesto doveva essere ben visibile; doveva sedurre al primo sguardo; doveva essere al contempo piacevole, in grado di catturare l'attenzione e in grado di far decidere; doveva avere la capacità di comunicare in un attimo ad un viandante che passava di fretta.
Il mondo di Chéret è quasi sempre ebbrezza, incanto, gioia di vivere, sogno, emozione, bellezza, sensualità, erotismo. Almeno in apparenza. Da questo punto di vista, però, non va dimenticato il fatto che si sta parlando di réclame. A Cherét si rivolsero, ad esempio, anche scrittori come Émile ZolaÉmile Zola commissionò a Chéret un manifesto per pubblicizzare l'uscita del suo romanzo ispirato alla vita contadina La Terra (1887). e artisti come Georges Seurat o Leonetto Cappiello per avere ben altre prospettive del mondo, sebbene egli non amasse molto i soggetti drammatici. E difatti questa produzione è decisamente minoritaria rispetto a quella che invece rappresenta "il lato bello della vita".
Pittore