Rende (AFI: , Renni in dialetto cosentino) è un comune italiano di abitanti della provincia di Cosenza in Calabria, situato a nord dell’area urbana di Cosenza.
Si divide in due parti: il centro storico, che sorge su un colle a 474 m s.l.m. (altitudine riferita al sagrato della chiesa madre di Santa Maria Maggiore) e l'area moderna, nell'alta valle del Crati, che ospita la sede comunale posta a 183 metri s.l.m., e che è strettamente conurbata con Cosenza.
Per effetto del DPR 11 marzo 2016 al comune di Rende è stato concesso il titolo di città.
Geografia fisica Territorio
Rende si estende dalla riva est del fiume Crati a una quota altimetrica di circa 165 fino alle propaggini orientali della Catena Costiera con le frazioni Malvitani a 330 metri s.l.m. e Nogiano a 525 metri s.l.m. Il territorio si dispone su un profilo altimetrico compreso tra 129 e 1137 metri s.l.m., e presenta zone montane ad ovest che pian piano degradano verso est formando colline, su una delle quali sorge il centro storico, fino ad arrivare alla Valle del Crati dove grazie ad ampie aree pianeggianti si estende la città moderna. Il Crati è il fiume più importante che la attraversa, insieme ai suoi affluenti Campagnano, Emoli e Surdo.
Clima D'inverno il clima è freddo secco in collina, mentre a valle è freddo alquanto umido e i venti soffiano specialmente da nord e da nord-ovest. D'estate il caldo è temperato in collina, a valle invece è pesante e afoso.
Storia Le origini di Rende
Gli antichi Enotri, provenienti dalla piana di Sant'Eufemia e da Clampetia (Amantea) fondarono nei pressi del fiume da essi denominato Acheronte, la primitiva Acheruntia, "le case dei forti presso le acque del fiume" e, successivamente, Pandosia. La zona era però inadatta alla difesa durante le guerre che in quel periodo si susseguivano numerose, alcuni Acheruntini abbandonarono quei luoghi per rifugiarsi in un posto più difendibile, l'odierna frazione di Nogiano. Questo nuovo insediamento, che risale al 520 a.C., fu denominato Aruntia ( in greco), "le case dei forti", e successivamente ArinthaSecondo John Trumper, eminente linguista, Arintha è la ninfa del fiume per gli Osci (Convegno 'I misteriosi resti del Monte Santa Lucerna' 2 dicembre 2012 - Grimaldi). Lo storico Ecateo di Mileto, vissuto nel 500 a.C., cita Arintha come Città della Bretia di origine enotra.
Arintha nel mondo romano Le sorti della città seguirono quelle della vicina Cosentia. Nelle guerre puniche, Arintha venne chiamata alle armi insieme con i Pandosiani, Besidiesi, Cosentini e altri popoli per sbarrare il passo ad Annibale, il quale, allontanatosi da Roma, piombò repentinamente sui popoli del Brutio. Durante la dominazione romana, sotto il consolato di Q. Cecilio e L. Valerio, il Brutio divenne regione romana e le città e le borgate coi loro territori furono compresi in una vasta organizzazione amministrativa, divisa in "Municipi" e sostenuta militarmente e politicamente da colonie romane. Anche Arintha ottenne il titolo di "Municipio". Durante l'amministrazione romana si volle dare inizio alla costruzione e manutenzione di pochi e rudimentali acquedotti e delle strade. Arintha e altri paesi vennero così allacciati all'arteria principale che era la "Via Popilia", la sola che, scendendo da Capua, attraversava la Valle del Crati e gran parte del territorio di Arintha. Nel 72 a.C. quando Spartaco con la sua armata passò per la valle del Crati, molti schiavi tra gli acheruntini lo seguirono, pronti a dare il loro sangue per quella libertà da sempre bramata. Ma contro Spartaco arrivarono ben presto gli eserciti di Crasso e Pompeo che speravano di venire alle prese col gladiatore trace sul territorio della Valle del Crati. Egli fu poi sconfitto e ucciso a Reggio Calabria dove si era rifugiato.
Il Brutio ai tempi di Augusto si svegliò alle luci delle arti, delle lettere e della filosofia. Ebbe inizio così per alcuni privilegiati tra la gioventù di Arintha quel desiderio di sapere, che armonizza anima e intelletto con l'universo circostante. Nascono così le prime scuole pitagoriche dove venivano tramandati principi filosofici e scientifici.
La discesa dei barbari nella Valle del Crati La Valle del Crati, dove si estende la parte migliore del territorio di Arintha, fu sempre considerata dai barbari, come dai romani, la chiave del mezzogiorno d'Italia. Intorno al 410 d.C. Alarico, re dei Visigoti, con la ciurma dei suoi barbari deliberò di marciare indisturbato per gli Appennini calabri e precisamente per la campagne di Arintha al fine di arrivare in Sicilia evitando di porre l'assedio a Cosenza. Da qui, infatti, transitarono truppe e carriaggi, derubando e distruggendo quanto capitava sotto mano. Da qui poi risalirono lungo le rive del fiume Busento e il valico del Potame per scendere lungo il fiume Catocastro sino Clampetia, sulle coste del Tirreno e proseguire sino a Reggio e la Sicilia.
Nel 543 scese in Calabria Totila, che riconquistò per gli ostrogoti le regioni del Bruzio e si accanì specialmente alla conquista della città di Arintha insieme a Uffugum e Consentia, le quali città vollero opporre un'accanita resistenza. I soldati di Totila allora, non potendo sopraffare la resistenza delle varie popolazioni, addivennero a più miti consigli. Si vollero presentare ai "signori" di Arintha, Uffugum e Consentia per offrire loro onori e ricchezze in cambio di una più mite e benevola accoglienza. Ma i popoli del Bruzio decisero, invece, di rispondere con il rifiuto e continuando a battersi ostinatamente contro i barbari del nord. Il loro eroismo però fu vano, perché nei primi mesi del 547 tutto il territorio di Arintha fu invaso dalle orde barbariche che si moltiplicarono a dismisura; venne spezzata con la potenza del numero l'ostinata resistenza, e Arintha stessa fu messa a sacco e fuoco. Fu pesante la vendetta, molti subirono atroce martirio, mentre i pochi superstiti dovettero assistere alla quasi totale rovina dei loro beni e delle loro case.
Arintha nel periodo musulmano Nei secoli successivi, così come per molti comuni calabresi, anche Arintha subì oltre alle dominazioni bizantine e longobarde anche un vero dominio musulmano, i cui califfi si alleavano ora con i Longobardi, ora con i Bizantini. Prima però di subire la invasione dei Saraceni, i calabresi, e specialmente i cosentini con tutte le forze della provincia, tra cui molti rendesi, ebbero verso il 721 l'incarico di andare a debellare i musulmani nel territorio di Napoli. Ma la vendetta di questi cadde inesorabile sulle popolazioni calabresi. Infatti le navi pirati dei musulmani cominciarono a devastare o distruggere le città marine. E quando nell'843-45 la baldanza musulmana arrivò al colmo della sua potenza, allora essi cominciarono a piombare gravemente sui paesi interni compresi Arintha, depredando le campagne, già annientate e devastate dalle guerre barbariche, dalle carestie e pestilenze. Solo più tardi, nell'anno 852, i rendesi insieme ai cosentini poterono insorgere contro le orde saracene, le quali vennero duramente sconfitte grazie alla protezione e l'aiuto del re Ludovico II. Ancora nel 901 ritornarono però in Calabria i saraceni che sottomisero la città di Cosenza. Nel settembre 902 arrivò lo stesso califfo Ibrahim, dai calabresi ricordato come "Brachimo".
Nel 914, l'emiro Abstaele di Squillace, che si era stabilito a Cosenza, venne ad assalire e distruggere quanto era rimasto nella cittadina di Arintha, forse perché ribelle al pagamento dei tributi. Il popolo di Arintha cercò spesso ma invano di contrastare la potenza saracena. Per questo motivo si ritirò in massa fra le mura della vicina città di Cosenza. Ma quando Cosenza, ormai distrutta, fu assalita e incendiata, quando la sua provincia fu tutta devastata, allora tutte le popolazioni furono costrette a fuggire sulle pendici della Sila formando i cosiddetti "casali". La gente di Arintha si stabilì nell'attuale territorio di Castiglione Cosentino e impose il nome di Arente a un torrente che sorgeva in quei pressi. Ancora oggi il torrente porta questo nome e serve ad alimentare la rete idrica del comune di Rose.
Rende nel periodo normanno, svevo, angioino e aragonese Dopo tanti anni le poche genti di Arintha rientrarono nelle proprie terre dalle montagne della Sila. Questa scelta fu dettata dal desiderio dei rendesi di ritornare nella terra dei propri avi ma soprattutto, fu la sicurezza nella potenza e nel favore dei Normanni che li convinse a ritornare tranquilli per dare inizio ad una vita più serena dentro le mura di più solide fortificazioni. I rendesi fondarono nuovamente il nucleo cittadino di Arintha su un colle solitario posto tra il fiume Surdo e l'Emoli. La Signoria di tale nuova città di nome Rende venne assunta dal capostipite dell'omonima Famiglia Rende, poi passata in Bisignano con il vescovo Guglielmo Rende (1295-1315) ed ivi ascritta al Sedile di NobiltàO. Beltramo, Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici provincie, 1672, p. 194; G. Fiore da Cropani, Della Calabria Illustrata, III, Napoli, Rosselli, 1743, edizione a cura di U. Ferrari, Chiaravalle Centrale, Effe Emme, 1977, p. 444; G. Gallo, Cronistoria della Città di Bisignano, Cosenza, Tipografia Municipale di F. Principe, 1901, p. 44. La Famiglia Rende fu feudataria nel XVII secolo pure di Mormanno, S. Basile, S. Lauro (oggi frazione di Fagnano Castello) e Roseto (oggi Roseto capo Spulico)..
A partire dal 1045, Rende passò sotto il diretto controllo dei Normanni, in particolare di Roberto il Guiscardo, che impose alla Città il pagamento di tributi e la presenza di un "Signore", il vescovo-conte di Cosenza. Ma nel 1091 tutto il circondario del cosentino si ribellò per le tasse troppo elevate. Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo ed erede designato, subentrato al padre nella gestione del territorio, chiese l'intervento di Ruggero I, suo zio, e di Boemondo, suo fratellastro maggiore, che repressero la ribellione con la forza.
Boemondo ottenne per il suo intervento il controllo della contea di CosenzaBoemondo viene citato da Torquato Tasso nella “Gerusalemme liberata” come Conte di Cosenza..
Boemondo d’Altavilla decise di realizzare un Castello sull'attuale solitario colle, tra i torrenti Surdo ed Emoli, da cui si domina buona parte della valle del Crati. La realizzazione dell'imponente struttura fu portata a termine nel 1095 con l'aiuto di Mirandi ArtificesIngegneri militari: il termine indica l'insieme delle maestranze (artigiani, fabbri e carpentieri) che erano in possesso delle conoscenze tecniche per la realizzazione di castelli e macchine da guerra. È in questo periodo che per la prima volta compare in documenti ufficiali la denominazione Renne che significa Regno in francese anticoIdioma dei Normanni del tempo in Italia meridionale..
Rende ed il suo castello diventano la base di Boemondo, prima che questi parta per la Crociata nel 1096. Nella sua impresa fu seguito da un cavaliere rendese, Pietro Migliarese, che condusse con sé quattro militi ed otto inservienti, ed al cui seguito si unirono anche i Mirandi Artifices già impegnati nella costruzione del castello. Boemondo ritornò a Rende nel 1106 e ancora nel 1111, poco prima di morire. Il terremoto del 1184 provocò gravi danni, danneggiando il castello e alcune chiese, e Rende conobbe un periodo di recessione.