La banda della Uno bianca è stata un'organizzazione criminale italiana attiva nell'Emilia-Romagna e nelle Marche tra il 1987 e il 1994, che commise 103 episodi criminosi (soprattutto rapine a mano armata) provocando la morte di 24 persone e il ferimento di altre 115. Il nome della banda fu coniato dalla stampa nel 1991 nonostante sia stato accertato che i banditi abbiano utilizzato effettivamente una Fiat Uno bianca in soli 17 episodi.

Al termine dei procedimenti giudiziari, le Corti d'assise di Pesaro, Bologna e Rimini condannarono all'ergastolo Marino Occhipinti, Alberto, Roberto e Fabio Savi; a diciotto anni di reclusione Pietro Gugliotta; e a tre anni e otto mesi Luca Vallicelli. Cinque dei sei componenti della banda erano poliziotti al momento dei fatti.

Storia

In attività tra il 1987 e l'autunno del 1994, la banda commise 103 azioni delittuose, provocando la morte di ventiquattro persone e il ferimento di altre 114. La banda cominciò a compiere i suoi crimini dal 1987, dedicandosi nelle ore notturne alle rapine dei caselli autostradali lungo l'autostrada A14. Il 19 giugno 1987 la banda mise a segno il primo colpo con una rapina al casello di Pesaro, consumata a bordo della Fiat Regata grigia di proprietà di Alberto Savi alla quale avevano apposto una targa falsa; il bottino ammontava a circa lire. Subito dopo il primo colpo la banda mise a segno dodici rapine ai caselli in circa due mesi.

Nell'ottobre 1987 organizzarono un tentativo di estorsione di 30.000.000 di lire nei confronti di un autorivenditore riminese, Silvano Grossi. I Savi inviarono una lettera a Grossi, indicando la procedura per il pagamento. Il rivenditore fece finta di cedere al ricatto ma aveva già avvertito il commissariato di Rimini. Il 3 ottobre Silvano Grossi si recò in autostrada con la sua autovettura, nascondendo nel portabagagli un agente di polizia, mentre altre autovetture civetta del commissariato di Rimini lo seguivano a breve distanza. A questa operazione partecipò l'ispettore Baglioni, colui che nel 1994 con le proprie indagini avrebbe consentito di scoprire l'identità dei componenti della banda. Grossi venne contattato dagli estorsori, che gli dettarono il percorso da seguire e gli dissero di fare una sosta di 10 secondi sotto ogni cavalcavia, per poi fermarsi laddove avesse trovato una borsa appesa al ponte. Tale segno era stato apposto su un sovrappasso poco prima del casello di Cesena; Grossi seguì le istruzioni e si arrestò al punto indicato. I banditi, tuttavia, si accorsero della presenza della polizia e subito aprirono il fuoco: nel conflitto rimasero gravemente feriti il sovrintendente Antonio Mosca, che sarebbe poi morto il 29 luglio 1989 dopo un lungo periodo di sofferenza, l'agente Luigi Cenci e l'agente Addolorata Di Campi. L'omicidio di Mosca fu il primo della serie che avrebbero commesso i componenti della banda.

Il 30 gennaio 1988 venne ucciso, durante una rapina a un supermercato, Giampiero Picello, guardia giurata in servizio a Rimini. Il 20 febbraio 1988 rimase ucciso Carlo Beccari, anch'egli guardia giurata, in servizio a Casalecchio di Reno in un supermercato. Nella rapina al furgone portavalori rimase ferito anche Francesco Cataldi, collega di Beccari. Il 20 aprile 1988 vennero uccisi due carabinieri, Cataldo Stasi e Umberto Erriu, mentre si trovavano in un parcheggio a Castel Maggiore, nei pressi di Bologna, dopo che gli stessi avevano fermato l'auto dei Savi. In seguito venne accertato che un carabiniere tentò di depistare le indagini inerenti a questi due omicidi. Nel 1989 venne ucciso, durante una rapina a un supermercato di Corticella, Adolfino Alessandri, pensionato cinquantaduenne, che si trovò a essere testimone oculare della rapina e venne di conseguenza crivellato di colpi.

Nel 1990 vennero complessivamente uccise sei persone. A Bologna, in via Mazzini, il 15 gennaio venne ferito gravemente Giancarlo Armorati, pensionato, durante una rapina a un ufficio postale, che causò altri quarantacinque feriti; egli sarebbe morto un anno dopo per le ferite riportate. Il 6 ottobre venne ucciso Primo Zecchi, il quale aveva annotato la targa dell'auto rubata dai Savi. Il 23 dicembre 1990 la banda aprì il fuoco contro le roulotte che componevano il campo nomadi di Bologna in via Gobetti, provocando due vittime (Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina) e alcuni feriti. Il 27 dicembre 1990 vennero uccise due persone a Bologna in due diversi episodi di violenza. La prima vittima fu Luigi Pasqui, commerciante di cinquanta anni, ucciso durante una rapina a un distributore di Castel Maggiore mentre tentava di dare l'allarme; pochi minuti dopo a Trebbo di Reno la banda uccise Paride Pedini, che si era avvicinato alla Uno bianca appena abbandonata con le portiere aperte.

La strage del Pilastro

Il 4 gennaio 1991, poco prima delle 22:00, nel quartiere Pilastro di Bologna, una pattuglia dei carabinieri fu trucidata dalle pallottole del gruppo criminale a bordo di una Fiat Uno di colore bianco. La banda che quella sera, secondo la verità processuale, era composta dai tre fratelli (Alberto alla guida, Roberto lato passeggero e Fabio seduto sul sedile posteriore) si trovava in quel luogo in cerca di un'altra auto da rubare; all'altezza delle Torri in via Casini, fu sorpassata da una Fiat Uno dei Carabinieri cui l’equipaggio era composto da Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini. La manovra fu interpretata dai criminali come l’inizio di un fermo da parte dei carabinieri. Temendo che i militari avessero scoperto che l’auto sulla quale viaggiavano era rubata, Roberto decise di aprire il fuoco con un fucile mitragliatore Beretta AR 70/90 in direzione della pattuglia, colpendo mortalmente il conducente Otello StefaniniSTEFANINI OTELLO|urlmorto=sì Sito dell'Arma dei Carabinieri che andò a sbattere contro dei cassonetti della spazzatura. Dopo l’urto i militari, Andrea Moneta e Mauro Mitilini riuscirono ad uscire dall’abitacolo e a rispondere al fuoco nemico, ferendo lievemente Roberto Savi all’addome. La loro reazione, tuttavia, durò poco: in breve tempo furono investiti da una violenta raffica di colpi che li uccise. Dopo che anche Moneta e Mitilini caddero a terra agonizzanti Fabio si avvicinò e sparò a ciascuno di loro un colpo alla nuca per accertarsi che fossero morti. Prima di lasciare il luogo della sparatoria, Alberto si impossessò dell’ordine di servizio della pattuglia e subito dopo i tre fratelli si allontanarono. La Fiat Uno bianca utilizzata dalla banda durante il conflitto a fuoco fu successivamente abbandonata a San Lazzaro di Savena, nel parcheggio di via Gramsci, dove venne data alle fiamme. All’interno della vettura, il sedile del passeggero anteriore risultò macchiato dal sangue di Roberto Savi. Questa fu anche l’ultima azione criminale a cui prese parte Alberto Savi che, secondo gli atti processuali, decise successivamente di uscire dalla banda. Al suo posto subentrò Pietro Gugliotta. Il fatto di sangue fu rivendicato dal gruppo terroristico "Falange Armata". Tale rivendicazione fu però ritenuta inattendibile, in quanto giunta dopo il comunicato dei mass media. La strage rimase impunita per circa quattro anni. Polizia e Carabinieri seguirono piste differenti ed errate, che li portarono a incriminare soggetti estranei alla vicenda: i carabinieri, considerata la capacità operativa del tipo militare o paramilitare della banda, erano sicuri si trattasse della banda dell'ex carabiniere paracadutista Damiano Bechis, a cui erano attribuite diverse eclatanti rapine tra l'Emilia Romagna e la Toscana,Paolo Giovannetti, Almost noir: indagini non autorizzate su Carlo Lucarelli Arcipelago, 2005, pp. 89-90 mentre la DIGOS di Bologna dichiarò di avere una testimone oculare, tale Simonetta Bersani, che fornì indicazioni dirette sugli autori degli omicidi, accusando un pregiudicato, Peter Santagata, con dovizia di particolari quali, ad esempio, “le fiamme che uscivano dalle mani del Santagata mentre sparava"; il 20 giugno 1992 furono arrestati i due fratelli Peter e William Santagata e il camorrista Marco Medda, ex braccio destro di Raffaele Cutolo, accusati di aver fatto parte del commando omicida, cui seguì una maxi-operazione condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna con impiego di imponenti energie investigative che portò a 191 arresti nel quartiere del Pilastro definita "Quinta mafia" per una serie di reati ulteriori connessi a quelli della Uno bianca. Il 24 gennaio 1995 i Santagata e Medda furono dichiarati estranei ai fatti dalla corte di Assise di Bologna poiché i veri assassini confessarono il delitto durante il processo. Azioni successive Il 20 aprile 1991 venne ucciso, a Borgo Panigale, Claudio Bonfiglioli, benzinaio di cinquanta anni, nel corso di una rapina. Il 2 maggio 1991, in un'armeria di Bologna, vennero uccisi la titolare Licia Ansaloni e Pietro Capolungo, carabiniere in pensione. Durante la rapina una donna vide Roberto Savi fuori dall'armeria e fornì un identikit agli investigatori. Quando esso venne mostrato al marito della Ansaloni, questi dichiarò che assomigliava molto a Roberto Savi, suo cliente abituale, poliziotto di Bologna. Nessuno però, tra gli investigatori, collegò realmente Savi al fatto di sangue. Il 19 giugno 1991, a Cesena, perse la vita Graziano Mirri, benzinaio e padre di un poliziotto, ucciso davanti alla moglie durante una rapina al suo distributore in viale Marconi.

Il 18 agosto 1991 vennero uccisi in un agguato, nella frazione Mare di San Mauro Pascoli, Ndiaj Malik e Babou Chejkh, due operai senegalesi, mentre un terzo, Madiaw Diaw, rimase ferito. L'aggressione non fu a scopo di rapina né per eliminare testimoni di un reato ma, stando alle successive dichiarazioni di Fabio Savi, gli attacchi agli extracomunitari e ai rom servivano a depistare le indagini. Poco dopo il duplice omicidio, l'auto della banda tagliò la strada a una Fiat Ritmo con a bordo alcuni giovani, che inveirono contro il guidatore della Uno bianca per la manovra azzardata. L'auto della banda invertì la marcia e si lanciò all'inseguimento della Ritmo: dalla Uno partirono alcuni colpi di arma da fuoco, ma i giovani riuscirono infine a seminarla e rimasero illesi.

Per tutto il 1992, non si registrarono omicidi, ma la banda si rese protagonista di quattro rapine in banca e una in un supermercato. Il 24 febbraio 1993 venne ucciso Massimiliano Valenti, un ragazzo di 21 anni che aveva assistito a un cambio macchina della banda dopo una rapina in banca. La banda sequestrò il giovane e dopo averlo ucciso lasciò il corpo in un fossato nel comune di Zola Predosa. Dall'esame autoptico effettuato sul suo volto emersero fori di proiettili sparati dall'alto verso il basso. Il 7 ottobre venne ucciso a Riale Carlo Poli, elettrauto. Nel 1994 la banda intensificò la sua attività criminale verso gli istituti di credito, rapinandone complessivamente nove durante l'anno. La mattina del 24 maggio venne ucciso il direttore della Cassa di Risparmio di Pesaro, Ubaldo Paci, mentre stava aprendo la sua filiale.

Le indagini Agli inizi del 1994, il magistrato di Rimini Daniele Paci costituì un pool di investigatori per risolvere il caso, dopo sette anni di omicidi e crimini ancora senza un colpevole reale, nonostante un grande numero di arresti poi dimostratisi errati e fuorvianti.La Banda della Uno Bianca - La storia siamo noi Il pool inizialmente non riuscì a ottenere molto, solo la ricostruzione di un identikit di un bandito, registrato a volto scoperto durante la rapina in banca del 3 marzo 1994. Verso la metà del 1994, il pool dei magistrati riminesi fu sciolto e la direzione delle indagini venne consegnata a un pool di magistrati a Roma.