Lavarone (Lavarón in dialetto lavaronese,Teresa Cappello, Carlo Tagliavini, Dizionario degli Etnici e dei Toponimi Italiani, Bologna, Pàtron, 1981. Lafraun in tedesco desueto, Lavrou in cimbro) è un comune italiano sparso di abitanti della provincia autonoma di Trento, in Trentino-Alto Adige.

La sede comunale è situata nella frazione di Gionghi. Il comune appartiene alla Magnifica Comunità degli Altipiani cimbri, ente sovracomunale comprendente anche Folgaria e Luserna, la cui sede si trova anch'essa a Gionghi.

Geografia fisica Territorio Il territorio comunale di Lavarone si estende sull'altopiano di Lavarone, nel settore sud-orientale della provincia autonoma di Trento, a un'altitudine media di circa metri. Il comune presenta una struttura insediativa sparsa, articolata in numerose frazioni e località distribuite sull'altopiano.

Il territorio confina a nord e a ovest con Caldonazzo e Folgaria, a est con Luserna e, lungo il limite meridionale, con i comuni vicentini di Lastebasse e Pedemonte, appartenenti alla provincia di Vicenza. Lavarone, insieme a Folgaria e Luserna, fa parte della Magnifica Comunità degli Altipiani cimbri.

Lago di Lavarone

Nel territorio comunale si trova il lago di Lavarone, piccolo bacino lacustre di origine carsica situato sull'omonimo altopiano a circa metri di altitudine. Lo specchio d'acqua ha una superficie di circa m² e raggiunge una profondità massima di 17 metri; occupa una conca formatasi in seguito allo sprofondamento di una dolina carsica.

Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo il lago e l'altopiano divennero una località di villeggiatura frequentata anche da esponenti della società mitteleuropea. Tra gli ospiti più noti vi fu Sigmund Freud, che compì un primo breve soggiorno sull'altopiano nel 1900 e vi trascorse successivamente le vacanze nel 1906, 1907 e 1923. Durante i soggiorni del 1906 e del 1907 alloggiò con la famiglia presso l'Hotel du Lac, sulle rive del lago, dedicandosi allo studio, alle passeggiate nei boschi e alla balneazione; vi tornò ancora nel 1923. Al rapporto tra lo psicoanalista e la località è dedicato il cosiddetto Sentiero di Freud, che collega l'abitato al lago.

Il lago costituisce inoltre una delle principali risorse turistiche e ricreative dell'altopiano. Durante la stagione estiva è balneabile e dispone di spiagge attrezzate, mentre in inverno, quando le condizioni climatiche consentono il congelamento della superficie, viene utilizzato per il pattinaggio su ghiaccio. Per la qualità delle acque e dei servizi ambientali ha ottenuto anche nel 2026 il riconoscimento della Bandiera Blu.

Origini del nome L'origine del toponimo Lavarone non è stata determinata con certezza ed è stata oggetto di diverse interpretazioni. Il nome è generalmente considerato anteriore all'insediamento delle popolazioni germanofone che, a partire dal Medioevo, interessò gli altipiani trentini e portò alla formazione delle comunità cimbre. Sono state pertanto proposte per il toponimo origini romanze o persino preromane.

Una delle interpretazioni riconduce il nome alla voce làvara, con il significato di «pietra piatta» o «lastrone». Un'altra proposta lo collega invece al latino medievale fossa luparia, espressione riferita alle fosse utilizzate per la cattura dei lupi, dalla quale sarebbero derivate le forme lovèra e lovàra. Tra le altre etimologie avanzate figura quella dal latino lappa, «lappola», che indicherebbe quindi un luogo caratterizzato dalla presenza di tale pianta. È stata inoltre proposta una derivazione da una radice di origine celtica lab o rab, messa in relazione con i termini latini labi, labare, labescere, labefactare e labium e interpretata con riferimento all'azione erosiva delle acque sul territorio.

Una diversa interpretazione, ricordata da Aldo Gorfer nell'opera Le valli del Trentino, mette il toponimo in relazione con la tradizione leggendaria riguardante la formazione del lago di Lavarone. Secondo questa ricostruzione, Lavarone sarebbe il risultato dell'alterazione romanza del tedesco Liebefrau, espressione associata alla figura femminile protagonista della leggenda del lago, dalla quale sarebbero derivate anche le forme cimbre La-vrou e La-fraun.

Un'ulteriore ipotesi riconduce il nome alla voce cimbra laba, indicante un piccolo lago. Tale spiegazione presupporrebbe tuttavia una formazione relativamente tarda del toponimo, successiva all'insediamento germanofono sull'altopiano. La toponomastica locale conserva infatti elementi di diversa origine linguistica: accanto a nomi riconducibili alla presenza cimbra sopravvivono toponimi di origine latina o romanza, testimonianza delle diverse fasi linguistiche che hanno interessato il territorio.

Storia

Dalle origini al Medioevo Le più antiche testimonianze della frequentazione umana dell'altopiano sono state individuate in resti di forni fusori e in depositi di scorie rinvenuti nell'area di Millegrobbe. È stata inoltre ipotizzata l'esistenza, sul rilievo presso la frazione Chiesa, di un castelliere preistorico risalente al II millennio a.C.; tale interpretazione non è stata tuttavia confermata da indagini archeologiche sistematiche. Al periodo romano e altomedievale sono invece attribuiti alcuni rinvenimenti sporadici, fra i quali monete romane provenienti dal Covelo di Rio Malo e reperti monetali e ornamentali di epoca longobarda. Tali ritrovamenti documentano la frequentazione dell'area, senza tuttavia consentire di stabilire l'esistenza di insediamenti permanenti.

Nel corso dell'alto Medioevo l'area dell'altopiano fu inserita in un quadro politico ed ecclesiastico particolarmente articolato. Tra il 917 e il 921 Berengario del Friuli assegnò al vescovo di Padova Sibicone territori compresi fra l'Astico e il Brenta. Nei secoli successivi Lavarone venne a trovarsi politicamente nell'orbita del principato vescovile di Trento, pur appartenendo sul piano ecclesiastico alla diocesi di Feltre, situazione che si mantenne fino al 1786, quando il territorio passò alla diocesi di Trento.

La più antica attestazione documentaria conosciuta del toponimo risale al 1184, nella forma in Lavaron, all'interno di un documento relativo ai possedimenti del vescovo di Feltre nella zona sottoposta alla giurisdizione di Caldonazzo. Sul piano ecclesiastico, dal 24 giugno 1278 Lavarone costituì una curazia dipendente dalla pieve di Calceranica; la cura d'anime locale acquisì progressivamente maggiore autonomia e l'11 luglio 1667 il vescovo di Feltre Bartolomeo Giera la elevò formalmente a parrocchia, riconoscendo alla comunità anche il diritto di patronato e di presentazione del sacerdote.

Colonizzazione cimbra Tra il XII e il XIII secolo l'area degli altipiani fu interessata dall'arrivo di coloni germanofoni provenienti dall'area bavarese e dalle Prealpi vicentine, nell'ambito del più vasto processo di colonizzazione che diede origine alle comunità successivamente indicate come cimbre. I coloni furono impiegati soprattutto nel dissodamento delle terre, nello sfruttamento dei boschi, nel taglio del legname e nella produzione di carbone e organizzarono l'insediamento attraverso nuclei rurali e masi sparsi. La colonizzazione interessò l'antica Costa Cartura, territorio che si estendeva dalla Vigolana verso gli altipiani orientali ed era sottoposto al principe vescovo di Trento; la tradizione storiografica collega questa fase anche all'azione del principe vescovo Federico Vanga, sotto il quale proseguì la concessione di terre ai coloni germanofoni.

L'insediamento cimbro contribuì in modo determinante alla formazione del paesaggio antropico dell'altopiano, caratterizzato ancora oggi dalla presenza di numerosi nuclei abitati separati. Con il passare dei secoli, tuttavia, a Lavarone la popolazione germanofona entrò progressivamente in contatto con quella romanza e l'uso del cimbro diminuì fino a scomparire come lingua della comunità, lasciando numerose tracce nella toponomastica. Diversa fu l'evoluzione della vicina Luserna, dove la lingua cimbra si è invece conservata fino all'età contemporanea.

Lo sviluppo di Luserna fu a sua volta strettamente legato a Lavarone. Un documento del 1454 attesta infatti l'insediamento sul monte di Luserna di un gruppo di contadini provenienti da Lavarone in qualità di livellari della parrocchia di Santa Maria di Brancafora; allo stesso periodo risalgono le prime attestazioni di malghe e masi legati alle famiglie Gasperi, Nicolussi e Osele. Luserna rimase amministrativamente legata alla comunità di Lavarone fino alla separazione definitiva del 1780.

Una testimonianza particolarmente importante sulla progressiva scomparsa del cimbro da Lavarone fu raccolta dal linguista bavarese Johann Andreas Schmeller, che visitò gli altipiani nel settembre del 1833 durante le proprie ricerche sulle comunità germanofone dell'Italia nord-orientale. Schmeller registrò a Lavarone una situazione di avanzata regressione linguistica: il cimbro risultava ormai conosciuto prevalentemente dalle generazioni più anziane, mentre bambini e giovani non lo parlavano più. Le sue ricerche confluirono nello studio Über die sogenannten Cimbern der VII und XIII Communen auf den Venedischen Alpen und ihre Sprache, presentato all'Accademia bavarese delle scienze nel 1834 e pubblicato nel 1838. La tradizione locale ricorda fra gli ultimi parlanti del cimbro lavaronese una donna della frazione Piccoli.

La comunità di Lavarone e le controversie territoriali Nel Medioevo e nell'età moderna Lavarone si sviluppò come comunità rurale organizzata secondo il sistema trentino delle regole, fondato sull'amministrazione collettiva dei beni comuni e sulla disciplina dello sfruttamento di boschi e pascoli. Una testimonianza del 1344, conservata attraverso una trascrizione successiva, documenta una controversia tra gli uomini di Lavarone e quelli di Centa relativa alla gestione dei boschi, mentre la prima attestazione documentaria certa della comunità organizzata di Lavarone risale al 1556, nell'ambito di una controversia sui confini montani con Levico, Selva e Caldonazzo.

Lavarone disponeva di proprie carte di regola, nelle quali erano disciplinati il governo della comunità, l'utilizzazione dei beni collettivi e la composizione delle controversie. La carta di regola del 1790, confermata dal conte Carlo Trapp il 16 dicembre dello stesso anno, descrive una comunità articolata nei due quartieri di Chiesa e Cappella e amministrata da due sindici, uno maggiore e uno minore, affiancati da quattro giurati eletti annualmente. La documentazione archivistica attesta inoltre l'importanza economica dello sfruttamento forestale, con accordi e incanti riguardanti il taglio e la squadratura del legname.

La storia della comunità fu segnata da ripetute controversie territoriali con gli abitati vicini. Fra queste ebbero particolare rilievo le dispute con Caldonazzo per il possesso del Monterovere e quelle con la vicinia di Luserna per la gestione dei beni comuni e dei pascoli di Millegrobbe. La documentazione dell'archivio comunale conserva gli atti della controversia fra Lavarone e Caldonazzo per Monterovere e Rio Bianco, protrattasi tra il 1602 e il 1606 e comprendente documenti risalenti anche al 1485.

Lavarone e Luserna costituivano nell'antico regime un'unica comunità, della quale Luserna aveva lo status di vicinia. Un primo tentativo di separazione ebbe luogo nel 1710, in seguito anche alle controversie riguardanti Millegrobbe, ma non condusse alla costituzione di due comunità autonome. La separazione definitiva fu sancita il 4 agosto 1780 con l'«Istrumento di divisione tra la magnifica comunità di Lavarone e l'onoranda vicinia di Luserna», che regolò la divisione della comunità e dei beni posseduti; da quel momento Luserna divenne una comunità autonoma.