La chiesa ed il convento del Corpus Domini erano un complesso sacro di Venezia, demolito nei primi dell'Ottocento assieme alla vicina sede della confraternita del Corpus Domini, nota anche come Scuola dei Nobili. Sorgeva sull'estrema punta sud-occidentale del sestiere di Cannaregio (un tempo detto Cao de Zirada) vicino alla chiesa di Santa Lucia demolita più tardi anch'essa per lasciare spazio alla stazione ferroviaria.

Storia Fu eretta nel 1366 da Lucia Tiepolo, badessa del monastero dei Santi Filippo e Giacomo di Ammiana.

L'origine della chiesa si accompagna con la tradizione parzialmente ammantata di leggenda. Lucia, rampolla della nobile famiglia Tiepolo, fu accolta nel convento agostiniano di Santa Maria degli Angeli a Murano alla giovane età di 11 anni. Dopo 34 anni di vita monacale venne trasferita e nominata badessa del convento dei Santi Filippo e Giacomo di Ammiana del vescovo di Torcello. Qui durante le preghiere notturne si narra che ebbe più volte la visione del Redentore che le indicava di costruire una chiesa dedicata al Corpus Domini nella città di Venezia.

Suor Bartolomea Riccoboni descrisse la visione nella sua Cronaca del Corpus Domini scritta tra il 1397 e il 1436., raccontando che Lucia appisolata vide

Dopo questo evento, la badessa si rivolse al patriarca di Grado Francesco Querini e fu autorizzata ad abbandonare Ammiana. Per sei anni visse in una casa privata a Venezia cercando gli aiuti per la sua impresa e quale potesse essere il luogo adatto alla nuova costruzione. Ricevette un appoggio da parte di alcune nobildonne veneziane che però poi si ritirarono per cui oltre al terreno poté acquistare soltanto del legname per costruirne una prima modesta chiesa. Tuttavia sopravvenne l'aiuto del mercante di lana Francesco Rabia che consentì anche la costruzione di sette celle in legno dove Lucia poté ritirarsi con un'altra monaca vestendo l'abito benedettino accompagnate anche da due donne secolari, pp. 312-313..

Imperversando allora la guerra tra Venezia e Genova, il mercante fece voto di riedificare la chiesa in pietra affinché la Serenissima si salvasse. Tornata la pace il mercante si accinse a sciosgliere il voto con l'aiuto delle sorelle Elisabetta e Andriola Tommasini che desideravano chiudersi in un convento. Queste si erano confidate con il loro confessore Giovanni Dominicii che venuto a conoscenza degli intenti del Rabia consigliò di trasferire il convento all'ordine domenicano. Lucia acconsentì e nel 1393 iniziarono i lavori di ricostruzione. Nel 1394 il vescovo di Caorle, investito dell'autorità di Commissario Apostolico, soppresse l'ordine benedettino in quel convento e vi istituì quello domenicano, pp. 317-318.. Lucia Tiepolo ne divenne priora e Elisabetta Tommasini sua vicaria, p.110..

Nel 1395 le monache ottennero dal Consiglio dei X l'autorizzazione ad istituire una Scuola del Corpus Domini prima confraternita, non solo a Venezia, dedicata al Santissimo Sacramento. Il primo "priore" della scuola fu Giovanni Dominici. Nel 1544-1545 la scuola risulta governata d un “Corpo dei Nobili" che avevano una parte rilevante nella annuale festa del Corpus Domini istituita nel 1407 dalla Repubblica, culto già adottato istituzionalmente nel 1295. La celebrazione del Corpus Domini, infatti, era stata adottata a Venezia, i seguito alla sua istituzione nel 1264 da parte di Urbano IV, come precetto dal Maggior Consiglio nel 1295 ed assunse una grande rilevanza nei rituali repubblicani con l'istituzione di una solenne processione nel 1407.

Nel 1410 a causa di una tromba d'aria il campanile crollo danneggiando la chiesa ed il convento. Per andare incontro alle difficoltà delle monache Martino V nel 1427 dispose delle indulgenze a chi le soccorresse con elemosine. Nel 1436 Tommaso Tommasini, vescovo di Feltre, fratello di Elisabetta e Andriola, finanziò un'infermeria da costruirsi accanto al convento, impresa finanziata anche dalla nobildonna Cristina, vedova di Gregorio Morosini con 1000 ducati. Poi, nel 1440, Tommasini assieme a Fantin Dandolo, già senatore veneziano e almeno dal 1437 prelato, decisero di ampliare la chiesa che venne consacrata nel 1444 da Lorenzo Giustiniani, primo patriarca di Venezia.

Nel 1476 alcune suore servite chiesero la giurisdizione della chiesa di Santa Lucia dove si conservava il corpo della martire e costruirvi accanto il proprio convento. Questo privilegio era già stato concesso da Eugenio IV al monastero del Corpus Domini nel 1444, ma la condizioni attuali volgevano a favore delle servite. Fu così che le domenicane decisero di trafugare la reliquia portandola nottetempo nel proprio convento. Si creò cosi un caso critico con minacce di scomunica da parte delle autorità ecclesiastiche e il senato veneziano costretto ad inviare le guardie attorno al cenobio. Le monache cedettero solo dopo che il Consiglio dei X decise di far murare tutte le porte del complesso in modo che nessuno potesse entrare o uscire. Da allora fino al 1860 quando la chiesa di Santa Lucia fu demolita il corpo della santa tornò a riposare nel proprio tempio, p. 201.. Come pegno per la cessione le domenicane ottennero che le servite pagassero loro annualmente una retta, pp. 43-44..

Dal 1534 Clemente VII dispose la dipendenza del monastero direttamente alla Santa Sede tramite il nunzio apostolico in Venezia, anziché all'ordine dei predicatori. Tale controllo fu trasferito da Pio IV ai patriarchi di Venezia nel 1560. Con il decreto n.160 del 28 luglio 1806 del Regno Italico Napoleone estendese il provvedimento dell'anno precedente sulla riorganizzazione degli ordini religiosi anche alle province venete da poco riconquistate: fatti salvi quelli dedicati all'insegnamento e all'assistenza tutti gli altri "stabilimenti" dovevano essere demanializzati e frati monache che li abitavano concentrati in un numero esiguo di conventi del medesimo ordine.

Questa prima spallata ai religiosi portò alla concentrazione nel Corpus Domini anche delle monache di Santa Maria del Rosario e di quelle del Santo Sepolcro. Cresciuto così di 25 anime il numero di suore nel convento con nuove necessitò di spazi l'allora priora ritenne di poter richiedere, nel 1808, la restituzione di due locali del convento che il precedente occupante austriaco aveva trasformato in deposito di granaglie. L'autorizzazione fu concessa ma quella che sembrava una situazione ormai stabilizzata durò ben poco, pp. 130.131, 150 n. 178..

Due anni dopo l'inasprimento delle leggi del regno sugli ordini religiosi portò alla loro soppressione e alla forzata secolarizzazione dei loro membri e tutti gli insediamenti residui vennero demanializzati. Fu così che chiesa e convento del Corpus Domini vennero chiusi nel 1810 e successivamente completamente spogliate e rapidamente demolite: Moschini nella sua Guida per la città di Venezia del 1815 può soltanto malinconicamente rilevare che gli edifici già ricchi di pitture e sculture erano «ormai quasi atterrati».

Gli edifici vennero definitivamente abbattuti con la costruzione della stazione ferroviaria negli anni '40 dell'Ottocento. Oggi sul sito del convento sorge un complesso edilizio novecentesco che, già sede degli uffici compartimentali delle Ferrovie dello Stato, nel 2007 è stato acquistato dalla Regione del Veneto.

Descrizione Confrontando la veduta di de' Barbari e l'incisione settecentesca di Giampiccoli si può notare che la chiesa ebbe qualche nei secoli successivi al XVº qualche modifica sulla facciata esterna. La struttura rimase sempre a capanna ma venne rimodernato eliminando il rosone e le finestre laterali e i tipici archetti pensili che la bordavano, le tre gugliette vennero sostituite da tre statue ed il timpano, su cui era stato aperto un oculo ottagonale, venne marcato da un cornicione. Restava soltanto il portale gotico contornato da fiammeggiature attorno lunetta inflessa. Rimangono alcune conferme, solo sulla sistemazione della parte superiore in uno schizzo del Canaletto alle Gallerie dell'Accademia e un più elaborato disegno del Castello di Windsor, da quest'ultimo derivano un'incisione del Visentini e la tela del Bellotto alla National Gallery. Da notare che il puntiglioso Visentini descrive la statua al vertice del timpano come un angelo reggente un ostensorio.

Nel rilievo catastale napoleonico eseguito nel 1808, poco prima della demolizione del complesso, ci rivela che la pianta rettangolare era conclusa dalla piccola sporgenza absidale semicircolare e dietro a questa, con orientamenti opposto, risulta mappata una ulteriore piccola chiesa, pp. 110-111., probabilmente la chiesa originaria del 1393, riservata esclusivamente alle monache, p. 43..

Interno Soprattutto l'interno fu oggetto di continue migliorie durante, grazie alle iniziative di ricchi devoti e delle sorelle stesse di provenienza aristocratica, i tre secoli e mezzo di vita dell'edificio ma rimase sempre ad un'unica navata. Molte delle opere contenute sono andate perdute dopo la requisizione napoleonica, alcune invece sono state ricollocate in altre chiese o conservate nei musei. L'aula e il presbiterio accoglievano nove altari, talvolta alternati da ulteriori dipinti.

Sopra la porta principale era il seicentesco monumento funebre (tra il 1656 e il 1664) di Agostino e Marco Gradenigo, patriarchi di Aquileia. p. 174., cui più tardi risultava aggiunto il nipote Daniele, p. 182.; secondo la stima della Direzione Dipartimentale del 18 settembre 1810, si trattava di un mausoleo con lo stemma della famiglia e sette statue, sostenuto da quattro colonne di marmo nero alte circa 3,5 metri. L'imponente struttura dai modi longheniani, supposti in base alle richieste dei committenti ma tra i documenti non ne sono stati rintracciati che ne attestino gli artefici, potrebbe essere stato il prototipo da cui derivò il Monumento Pesaro ai Frari, p. 125., Ai fianchi del monumento erano due tele del primo Settecento: il Miracolo di San Domenico, che risana Napoleone Orsini caduto da cavallo di Gregorio Lazzarini e un San Domenico di Francesco Pittoni, p. 425.. Del quadro del Pittoni, nominato solo dallo Zanetti, non rimane altra traccia, mentre quello del Lazzarini fu dapprima lasciato in deposito alla chiesa di Sant'Orso a Santorso, ritirato dalle Gallerie dell'Accademia fu affidato al duomo di Belluno nel 1890 circa, e qui ancora si trova nel presbitero, pp. 127-128.. Al di sopra del monumento era la grande tela (400x1400 cm) di Antonio Molinari che, sviluppata orizzontalmente, rappresenta il Trasporto dell'Arca dell'Alleanza (1694-1695) in cui il pittore abbandonava i toni tenebrosi per esprimersi con luminosi colori nello spazio aperto. L'opera trasportata alla Biblioteca Marciana, dopo il crollo del campanile nel 1902, fu lasciata in deposito alla chiesa di Santa Maria degli Angeli di Murano dove tuttora si trova, pp. 126-127..