La TIGR, acronimo di Trst-Istra-Gorica-Reka (Trieste-Istria-Gorizia-Fiume), nome abbreviato di Organizzazione Rivoluzionaria della Venezia Giulia T.I.G.R. (in sloveno Revolucionarna organizacija Julijske krajine T.I.G.R.), è stata un'organizzazione clandestina nazionalista, irredentista e antifascistaMilica Kacin-Wohinz, Prvi antifašizem v Evropi: Primorska 1925-1935, Koper, 1990Apollonio Almerigo, Venezia Giulia e fascismo 1922-1935. Una società post-asburgica negli anni di consolidamento della dittatura mussoliniana, Editrice Goriziana, 2004, pp. 218, che si batteva contro la politica di italianizzazione di sloveni e croati perseguita dal regime fascista italiano, e per l'annessione al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (in seguito Regno di Jugoslavia) delle zone nord-orientali del Regno d'Italia, annesse a seguito della prima guerra mondiale.
L'organizzazione operò tra le due guerre mondiali svolgendo attività di propaganda, diffondendo libri e stampa in lingua slovena e croata, e mettendo in atto azioni violente quali attentati dinamitardi, omicidi, assalti a pattuglie, incendi e sabotaggi. Venne definita quale organizzazione terroristica dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato. In seguito al suo disfacimento, alcuni elementi che la costituivano si unirono alla Resistenza jugoslava che si oppose al nazifascismo, altri collaborarono direttamente coi servizi segreti britanniciGorazd Bajc, .
Contesto storico
In base al Patto di Londra del 1915, l'Italia, in cambio del suo intervento nella prima guerra mondiale al fianco della Triplice intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) contro gli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Impero ottomano e Regno di Bulgaria), avrebbe dovuto ottenere, tra le altre cose, le cosiddette "terre irredente", cioè il Trentino e la Venezia Giulia, con l'esclusione di Fiume, e parte della Dalmazia. Alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 l'Italia richiese che venisse applicato alla lettera il Patto di Londra, avanzando inoltre la richiesta della città di Fiume. Il presidente statunitense Woodrow Wilson tuttavia si oppose all'applicazione integrale del patto. La Francia inoltre non vedeva di buon occhio una Dalmazia italiana poiché avrebbe consentito all'Italia di controllare i traffici provenienti dal Danubio. Vittorio Emanuele Orlando abbandonò per protesta la conferenza di pace di Parigi. Il 10 settembre 1919, il nuovo presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti sottoscrisse il Trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci, ma non quelli orientali, e autorizzava l'Italia e il neo-costituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni a definire i propri confini attraverso una trattativa bilaterale. Immediatamente Gabriele D'Annunzio, alla testa di 2600 "legionari", marciò su Fiume e ne proclamò l'annessione all'Italia.
Nitti non riconobbe l'azione di D'Annunzio, e i rapporti tra D'Annunzio e il governo italiano rimasero estremamente tesi per tutto il periodo delle trattative fra Italia e Jugoslavia. Le trattative si conclusero col Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, siglato per la parte italiana da Giovanni Giolitti, e con lo sgombero manu militari di D'Annunzio e della sua legione da parte dell'esercito italiano. Vennero assegnate all'Italia Trieste, Gorizia e l'alto Isonzo, e l'Istria. Della parte della Dalmazia promessa col patto di Londra, all'Italia andarono la città di Zara e alcune isole. Il resto della regione fu assegnato al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Venne inoltre istituito lo Stato Libero di Fiume. Il 3 marzo 1922 un colpo di mano dei fascisti capitanati da Francesco Giunta esautorò il governo dello Stato Libero di Fiume guidato dall'autonomista Riccardo Zanella. Nel 1924 lo Stato Libero di Fiume venne annesso all'Italia, in seguito al Trattato di Roma (1924) tra Regno d'Italia e Regno di Jugoslavia, che risolse il contenzioso sulla delimitazione confinaria tra i due Stati. Col trattato di Rapallo, e successivamente col Trattato di Roma, lo Stato italiano si trovò a inglobare un territorio popolato da circa un milione di abitanti, di cui circa metà di nazionalità slovena o croata.Milica Kacin-Wohinz, Le minoranze sloveno-croate sotto il fascismo, op. cit.Calendario Atlante De Agostini, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1920.
Il periodo immediatamente successivo alla guerra, parallelamente alle trattative per la definizione dei confini, vide nella Venezia Giulia la rapida affermazione del fascismo di confineA. M. Vinci, .. Caratteristica peculiare del fascismo di confine fu la violenza organizzata e sistematica contro le istituzioni culturali e politiche slovene e croate, che si affiancò e talvolta si sovrappose alla violenza contro il movimento operaio e le sue organizzazioni. Nel fascismo di confine si incontrarono le mire espansionistiche della grande borghesia nazionale e dell'élite politica e militare italiana, le aspirazioni della borghesia locale, desiderosa di riempire il vuoto di potere lasciato dalla dissoluzione dell'Impero austro-ungarico e preoccupata dall'avanzare delle idee socialiste e comuniste, la frustrazione degli ex-combattenti per la cosiddetta "vittoria mutilata" e lo spaesamento prodotto dalla guerra tra i ceti popolari, in un tessuto economico e sociale devastato da anni di economia di guerra, di distruzioni materiali, di occupazione militare, di spostamenti forzati di intere comunità e di immigrazione.A. M. Vinci, Il fascismo al confine orientale, op. cit., pag. 16-19. La data simbolo, il punto di svolta, fu il 13 luglio del 1920: quel giorno a Trieste gli squadristi capitanati da Francesco Giunta incendiarono il Narodni dom, nel corso di quello che Renzo De Felice definì "il vero battesimo dello squadrismo organizzato".Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Torino, Einaudi, 1965, p. 624.
Di lì a poco, con l'ascesa del fascismo al potere, la violenza squadrista si trasformò in violenza di Stato, e nella Venezia Giulia prese forma un vero e proprio disegno di cancellazione dell'identità nazionale delle popolazioni slovene e croate, sia in nome di antichi contrasti, sia soprattutto per l'impossibilità di accettare qualsiasi forma di "diversità" all'interno di uno Stato gerarchico e dittatoriale.
La portata istituzionale di tale disegno appare evidente soprattutto nell'ambito scolastico. Nel 1923 fu varata la Riforma Gentile, che impose la chiusura di tutte le scuole pubbliche con lingua d'insegnamento diversa dall'italiano. Furono così progressivamente chiuse, nella Venezia Giulia, tutte le scuole con lingua di insegnamento slovena o croataDal '23 al '41 furono licenziati o trasferiti in altre province del regno 739 insegnanti sloveni e croati (650 tra il '23 e il '31). Pavel Stranj, "La questione scolastica delle minoranze slave nella Venezia Giulia tra le due guerre", in Storia contemporanea in Friuli, a. XVII, n. 18, 1987, p. 125., e nel 1930 venne chiusa l'ultima scuola privata con lingua di insegnamento slovena. Nel 1925 l'uso dello sloveno e del croato fu proibito nei tribunali. Nel 1927 ogni uso pubblico dello sloveno e del croato fu vietato, tutti i toponimi sloveni e croati erano stati italianizzati, e il possesso e la diffusione di libri in lingua slovena e croata divenne passibile di pene che andavano dalla semplice sanzione pecuniaria al confino."Nell'autunno 1927, libri slavi, presi nel saccheggiato Club sloveno di S. Giovanni di Guardiella e portati in processione per le vie di Trieste, furono bruciati sulle piazze dai fascisti.[...] Nel 1927 e '28, venti casi di diffusione di libri slavi furono portati dinanzi ai tribunali nei distretti sloveni di Tolmino, Comeno, Aidussina e Castelnuovo d'Istria. Gli imputati furono condannati a multe fino a 400 lire, ed uno di essi fu tenuto in prigione per due mesi. Quest'ultimo, Slavko Tuta di Tolmino, era colpevole di detenere numerose copie di Prvi koraki, libretto per la prima elementare, pubblicato due anni prima col consenso delle autorità fasciste. [...] Dopo che egli ebbe scontato la pena, la Corte di Appello lo assolse per mancanza di prove, ma la Commissione provinciale lo confinò per tre anni all'isola di Lipari. [...] Durante il novembre e dicembre del 1928, i carabinieri del distretto di Gorizia perquisirono le case private e confiscarono più di 15.000 libri slavi." Citazione da Gaetano Salvemini, Il fascismo e il martirio delle minoranze, op. cit., pag 40. Nel 1926 vennero varate le norme per l'italianizzazione dei cognomi e nel 1927 furono soppresse tutte le associazioni politiche, culturali ed economiche slovene e croate."Nel primo decennio successivo alla grande guerra gli sloveni e i croati persero in Italia 488 scuole elementari, circa 400 circoli ed altrettante sedi e biblioteche, tre partiti politici, 31 testate periodiche, e gradualmente anche 300 tra cooperative e istituzioni finanziarie. Con l'italianizzazione obbligatoria dei cognomi e dei nomi, imposta a tappeto, la popolazione slovena e croata perse anche il diritto personale e sociale alla propria identità nazionale, mentre la lingua veniva bandita da ogni locale pubblico." Citazione da Milica Kacin-Wohinz e Jože Pirjevec, Storia degli Sloveni in Italia, op. cit., pag. 55. Il risultato di questi provvedimenti fu la dispersione della borghesia e dei ceti intellettuali sloveni e croati, i cui esponenti scelsero in gran parte la via dell'emigrazione verso la JugoslaviaL'inserimento nella realtà jugoslava degli emigrati sloveni del litorale, i cosiddetti Primorci, non fu facile. "Lavo Čermelj, una delle figure principali dell'emigrazione politica slovena della Venezia Giulia, professore di fisica e organizzatore delle associazioni di emigranti, [...] spiega nelle sue memorie con ragioni storiche, politiche e culturali l'insofferenza della società slovena nei confronti degli sloveni del Litorale. [...] Il clima di "sgarbatezza", come lo definisce, era diretto inizialmente verso i triestini. Si trattava a suo parere di un atteggiamento ambivalente che un vasto entroterra sloveno nutriva nei confronti della città adriatica - luogo di ascesa sociale, ma anche di perdizione e di assimilazione innanzitutto degli strati più poveri della popolazione slovena. Inoltre per i lubianesi gli sloveni del Litorale in generale erano troppo poco devoti e male veniva tollerata la loro indole mediterranea. Non va dimenticato inoltre l'orientamento politico degli emigranti della Venezia Giulia, profondamente antifascisti e spesso con una militanza socialista o liberale alle spalle: "Quando poco dopo la prima guerra mondiale feci visita a Rudolf Golouh, dirigente dei socialisti triestini, che pochi anni prima si rifugiò in Jugoslavia, e gli chiesi come si sentiva nel nuovo ambiente, mi rispose: ‘Qui tutto è uniforme. I clericali sono clericali, i liberali sono clericali, i socialisti sono clericali. Tutti sono clericali'."" Cit. da: M. Verginella, , Il Territorio n. 17, novembre 2002. e il Sud America, e la generale proletarizzazioneNel 1929 Livio Ragusin Righi, nel pamphlet Politica di confine, giunse ad affermare che al confine orientale non esisteva alcuna minoranza nazionale, ma soltanto gruppi sparsi di "allogeni", di popolazione "che non ha una propria storia né è legata ad alcuna civiltà, come non ha un proprio sentimento di nazionalità e non ha una cultura nazionale; essa è costituita da raggruppamenti rurali e vi si nota subito l'assenza di una classe intellettuale e della più modesta istruzione. [...] Privi di una propria convinzione e di qualsiasi coscienza nazionale, essi sono sempre guidati o con la forza e l'intimidazione oppure con le lusinghe e le illusioni. E così le cose dovrebbero restare anche in futuro", citato in Milica Kacin-Wohinz, Le minoranze sloveno-croate sotto il fascismo, op. cit. delle comunità slovene e croate della Venezia Giulia.A. M. Vinci, Il fascismo al confine orientale, op. cit.Gaetano Salvemini, Il fascismo e il martirio delle minoranze, op. cit.