Il termine tropo (dal greco τρόπος trópos, derivato da trépō, «volgo, trasferisco») è stato introdotto, in filosofia da Aristotele per indicare i vari modi del sillogismo Enciclopedia Garzanti di Filosofia (1981) alla voce "Tropo" e ripreso con significato diverso nell'ambito della tradizione scettica, da un gruppo di filosofi detti neo-pirroniani (o "veri scettici") (attivi fra il I e II secolo d.C.) per classificare situazioni contraddittorie, o anche solo controverse, in cui le difformità di opinione comportano la sospensione del giudizio già teorizzata in modo sistematico per la prima volta dall'Accademia media platonica (attiva dal III secolo a.C. al I secolo a.C.).
Il lemma tropo ha un significato assimilabile al concetto aristotelico di accidente Aristotele, Topici I, 5, 102, specialmente diffuso nella scolastica medioevale, che sta ad indicare la caratteristica che appartiene a un ente in modo non sostanziale e quindi, essendo soggetta al divenire, di mutevole e incerta conoscenza Alain de Libera, « Des accidents aux tropes », in Revue de Métaphysique et de Morale, 2002/4, pp. 479-500.
Più propriamente, con il termine tropi sono indicati i percorsi confutativi che conducono a situazioni contrastanti in cui è praticabile unicamente la sospensione di ogni dichiarazione di conoscenza; si tratta pertanto, in senso più ampio, delle cause fondamentali che impediscono l'assenso a qualunque tipo di verità basata sull'esperienza sensibile e quindi la costruzione di un sapere autentico.
L'elencazione dei tropi ci è riportata da Sesto Empirico, che arriva ad enumerarne diciassette, di cui i primi dieci derivanti dalla classificazione proposta da Enesidemo:
A questi dieci tropi Sesto Empirico ne aggiungerà cinque, riferibili all'opera di scettici più recenti rispetto a Enesidemo. Diogene Laerzio invece attribuisce questi ulteriori 5 tropi ad Agrippa Diogene Laerzio, Le vite dei filosofi, IX, 88 e sgg.: 1) il tropo della "dissonanza" , della diversità di opinioni tra le varie filosofie e in particolare tra la filosofia e la vita reale; 2) il Regresso all'infinito È l'"argomento del terzo uomo" con cui Aristotele confuta la teoria platonica per la quale ad esempio tutti gli uomini del mondo sensibile partecipano per aspetti particolari all'Idea di Uomo, perfetta in sé e come tale separata rispetto a quei singoli particolari uomini. Nonostante una tale separazione, tuttavia, vi deve pur essere un legame, o elemento in comune, in base al quale quegli uomini particolari, materiali e imperfetti, siano effettivamente partecipi del loro Ideale perfetto corrispondente, altrimenti non vi parteciperebbero affatto. Quindi deve esserci un «terzo uomo» che rappresenti dunque tutto ciò che vi è in comune tra gli uomini sensibili e l'Uomo ideale. Ma, a questo punto, anche il terzo uomo si troverebbe separato dall'Idea, e vi sarebbe bisogno di un ulteriore elemento che ne rappresenti gli aspetti in comune, poi un altro ancora, e così via all'infinito. 3) il rapporto soggetto-oggetto per cui l'esistenza di un oggetto fenomenico è riferibile a un soggetto che lo percepisce e dunque non esiste un oggetto in sé. 4) il tropo dell'ipotesi che si verifica quando i dogmatici assumono qualcosa come certo senza dimostrarne la verità. 5) il diallele o circolo vizioso. Sesto Empirico ne menziona infine ulteriori due, attribuiti ad altri scettici Sesto Empirico, Op.cit., I, 178, che sussumono tutti gli altri: 1) l'impossibilità di comprendere una cosa per sé stessa; 2) l'impossibilità di comprenderla facendo riferimento a un'altra cosa.
I tropi dimostrano, secondo gli scettici, che non si può affermare nulla di definitivo e certo relativamente alla conoscenza e al comportamento dell'uomo. Enesidemo mette infatti in rilievo le differenze che sussistono tra gli esseri viventi, tra i regimi politici, tra i diversi comportamenti morali, tra le costumanze, tra le leggi, e afferma che i sensi umani sono contingenti, che la conoscenza viene condizionata da molte cose esteriori quali le distanze, le grandezze, i movimenti e oltre a ciò dal fatto che non si trovano nelle medesime condizioni di esistenza i giovani e gli anziani, quelli che sono svegli e quelli che dormono, concludendo che l'uomo non ha percezione di nulla di certo e sicuro. Infatti a suo avviso tutto è relativo e il sapiente non può far altro che astenersi da ogni giudizio definitivo, sospendendolo in attesa di arrivare a una conoscenza più chiara.
Note
Bibliografia Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, a cura di Antonio Russo, Bari, Laterza, 1988.
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Categoria:Concetti e principi filosofici